lunedì 6 luglio 2026

UN ECO IMMORTALE: COME LA LINGUA ALBANESE CUSTODISCE IL SEGRETO DEI MESSAPI

 

INTRODUZIONE

La storia non si cancella; al massimo, si addormenta tra le pieghe del tempo in attesa che qualcuno la sappia decifrare. Per secoli, l’archeologia e la storiografia ufficiale hanno guardato ai Messapi – l’antico e fiero popolo pre-ellenico e pre-romano che dominò il Salento – come a un mistero parzialmente irrisolto, una civiltà fiorita nel IX secolo a.C. e apparentemente estinta nel I secolo d.C. sotto i colpi dell'assimilazione romana. Ma le pietre e i nomi dei luoghi non mentono. Esiste un filo rosso, potente e indistruttibile, che lega indissolubilmente l'antico Messapico a una lingua viva, vibrante e parlata ancora oggi a distanza di 2600 anni: la lingua albanese. L’antico messapico altro non è che una lingua illirica-Epirota-Macedone. E oggi, attraverso la chiave di lettura dell'albanofonia, siamo finalmente in grado di rompere il silenzio dei millenni e restituire a questa terra la sua voce originaria.

IL VERBALE DELLA STORIA: LA TESTIMONIANZA DI PLINIO IL VECCHIO

Non si tratta di semplici congetture, ma di verità storiche documentate fin dall'antichità. Plinio il Vecchio, nella sua monumentale opera *Naturalis Historia*, testimonia in modo cristallino il legame di sangue e di stirpe tra le diverse tribù dell’Italia meridionale e gli Illiri, gli antenati diretti degli odierni albanesi. Scriveva Plinio:

> *“Al confine con Brindisi si trova il territorio dei Pediculi; nove giovani e altrettante giovani, originari dell'Illiria, diedero origine a sedici nazioni. Le città dei Pediculi sono Rudiae, Egnatia e Bario; i loro fiumi sono l'Iapyx (così chiamato dal figlio di Dedalo, che vi regnava e diede alla regione il nome di Iapygia), il Paczio e l'Aufido, che nasce sui monti Irpini e scorre nelle vicinanze.”* < >(Plinio il Vecchio, *Storia Naturale*, 3.102)<

Questa migrazione balcanica pose le basi per la nascita di una cultura straordinaria. Gli studiosi concordano: l'antico messapico era un idioma illirico. Sapendo che la lingua illirica era condivisa anche dagli antichi Epiroti e dagli antichi Macedoni – le tre colossali tribù che anticamente costituivano il nucleo del popolo albanese – possiamo affermare con assoluta certezza scientifica e storica che l’antico messapico era, a tutti gli effetti, una lingua *albanofona*. Una lingua che non è morta nel I secolo d.C., ma che continua a vivere nella memoria e sulla bocca del popolo albanese.

LA TOPONOMASTICA SVELATA: IL CASO DI BRINDISI E MESAGNE

La prova regina di questa continuità linguistica risiede nei nomi delle nostre città, custodi di un'eredità che sfida i millenni.

 - *Brindisi:* Capoluogo pugliese fondato dai Messapi, ha nel cervo il suo simbolo ancestrale, impresso ancora oggi nello stemma comunale con la dicitura latina *BRVN* (dove la "V" si legge "U", quindi *Brun*). Il porto stesso della città ricalca perfettamente la forma delle corna di un cervo. Se gli studiosi riconoscono che l'antico nome *Brention* o *Brintion* significava "testa di cervo" in messapico, un'analisi linguistica illirico-albanese più profonda svela l'arcano: il termine deriva direttamente dall'albanese *Bri*, *Brind* o *Bryn*, che significa letteralmente *CORNA*

- *Mesagne:* Centro nevralgico della civiltà messapica tra il VI e il III secolo a.C. Un'illuminante ricerca etimologica condotta dagli studenti dell'Istituto Tecnico Commerciale di Mesagne ha dimostrato che l'origine lessicale del nome della città deriva dritta dalla parola albanese *Mëza*, che significa *puledro*. Da qui l'origine di *Menzana*, l’antica divinità messapo-illirica a cui venivano sacrificati i cavalli (*Mënzana* nell'antico albanese, *Mëza* nell'albanese moderno).

IL DIZIONARIO DELLE CORRISPONDENZE: DUE LINGUE, UN SOLO POPOLO

Se confrontiamo il vocabolario messapico giunto fino a noi con la lingua albanese contemporanea (comprese le sue varianti dialettali come il Gheg), la sovrapposizione è talmente strabiliante da eliminare ogni dubbio. Ecco come le parole dei Messapi trovano immediato e naturale significato nell'albanese:

- *ana* (madre) = *nëna, ëmë/âmë* (madre)

- *anda* (anche/così come) = *edhe/ende* (e/ancora)

- *apa* (da) = *për-apë* (nel dialetto gheg: da)

- *atabulus* (lo scirocco, il vento caldo) = *avull* (vapore)

- *aran* (campo) = *arë* (campo)

- *barka* (pancia) = *bark* (pancia)

- *Barzidihi* (nome proprio) = *bardh* (bianco)

- *biles/bilihi* (figlio) = *bir* (figlio)

- *bilia* (figlia) = *bija / Bilia* (figlia)

- *brendon* (cervo) = *bri, brit, brind* (corno/corna)

- *den* (voce) = *zër/zân* (voce)

- *hipades* (offrire, sacra donazione) = fusione di *hip + dha* (salire + donare)

- *kos* (qualcuno) = *kush* (chi)

- *ma* (non) = *ma, më, mos* (non / non farlo)

- *ner* (uomo) = *njer, nier* (uomo)

- *pe* (su, vicino) = *për* (su, vicino)

- *qak* (cane) = *qen* (cane)

- *sar* (pietra) = *shkëmb* (roccia/pietra)

- *teuta* (regina) = *teutë* (regina, nome storicamente illirico)

- *treis* (tre) = *tre* (tre)

- *udhi* (acqua) = *uji* (acqua)

- *ven* (vieni) = *vjen* (viene/vieni)

- *ver* (primavera) = *pranverë* (primavera) / *verë* (estate)

- *vid* (vedere) = *vodhë* (vedere)

- *vina* (vino) = *verë* (vino)

- *zeis* (dio) = *Zot* (Dio)

CONCLUSIONE

Quello che la storia geopolitica ha diviso attraverso i secoli e i mari, la lingua lo ha riunito e preservato come un tesoro inestimabile. I Messapi non sono scomparsi nel nulla; non sono un popolo fantasma inghiottito dal passato. Essi continuano a vivere ogni volta che un albanese pronuncia la parola *uj* per chiedere dell'acqua, *bark* per indicare il grembo, o *Zot* per invocare il divino. La lingua Albanese e la lingua Arbëreshë non è solo un patrimonio balcanico, ma è la chiave d'oro che spalanca le porte della comprensione della più profonda e antica storia d'Italia. Custodire questa memoria non è solo un atto di orgoglio identitario per il popolo albanese, ma un dovere storico verso l'umanità: la dimostrazione folgorante che la parola è più forte del tempo, e che le radici illire-etpirote-macedoni continuano a fiorire, immutate e fiere, sponda dopo sponda, secolo dopo secolo.

Leggi anche:
L'OMBRA DEI PELASGI: IL FILO INVISIBILE TRA LABËRIA ALBANESE E L'ANTICA ITALIA ⬇️
https://giuseppecapparelli85.blogspot.com/2026/05/lombra-dei-pelasgi-il-filo-invisibile.html

sabato 4 luglio 2026

DE RADA E I PELASGI 🇦🇱

 

🌿 I Pelasgi sono il popolo più antico identificato in Europa, fin dalla preistoria nella cultura pelasgica di Vinka-Turdas-Dispilio. 

Le migrazioni preistoriche che dal centro Africa si diffusero nel Mediterraneo, spesso associate alla figura mitica e storica dei Pelasgi, delineano un complesso scenario di spostamenti di popoli che coinvolse le coste africane, l'Asia Minore, i Balcani e l'Italia meridionale.

I Pelasgi, furono i primi in Europa a utilizzare la pietra e l'argilla, a produrre le loro famose ceramiche, a iniziare a coltivare i campi e a fondare fattorie, con cui ebbe inizio l'agricoltura. La fondazione di fattorie era la forma nuova e più avanzata, in cui i semi delle piante venivano seminati nei campi coltivati (dalla parola pelasgica/albanese FARA deriva il nome della nuova organizzazione, farm dall'albanese ferma o farma), rispetto alla forma obsoleta di cacciatori-raccoglitori, che richiedeva più forza e tempo, e per questo in seguito furono chiamati Arbëror (coltivatori della terra). I Pelasgi furono i primi a filare e tessere tessuti con telai da loro costruiti, furono i primi a lavorare il cuoio e il latte e a produrre vino. Si dice che siano stati i primi a utilizzare il minerale estratto dalle miniere e a fondere il rame, poi l'oro e l'argento, con cui realizzavano non solo armi e utensili, ma anche ornamenti per le loro bellissime donne. Con le loro navi Direme e Trireme (a due e tre file di remi) i Pelasgi dominavano il mare, motivo per cui sono spesso chiamati "Popolo del Mare".

Girolamo De Rada (1814-1903), poeta e scrittore Arbëresh della Calabria è stato uno dei principali sostenitori dell'origine pelasgica degli albanesi, sostenendo una continuità diretta tra le antiche popolazioni pelasgiche, epirote e macedoni, e il popolo Arbëresh e Albanese moderno.

Sebbene i Pelasgi fossero un aspetto molto importante dell'attività di De Rada, con cui egli collegò gli albanesi e la lingua albanese, questo aspetto così importante è stato trascurato da vari studiosi che si occuparono dell'attività di questo grande uomo, intenzionalmente o per ignoranza. Alcuni più spudorati e infami come gli ellenofili, addirittura negano e insabbiano questo cardine della sua letteratura, perché mina direttamente alla loro falsa versione della storia filo-ellenista e del loro fittizio primato. In modo antiscientifico, l'intera attività scientifica, in cui De Rada parla dei Pelasgi, della loro lingua e delle loro divinità che li collega alla lingua albanese e gli albanesi ai Pelasgi, è stata rimossa dalla biografia del grande studioso Arbëresh.

Nelle sue opere filologiche e storiche, in particolare Antichità della nazione albanese e sua affinità con gli Elleni e i Latini (1864) e Pelasgi e Albanesi (1890), De Rada esprime le seguenti idee:

Identificazione diretta: De Rada considerava gli albanesi come i discendenti diretti dei Pelasgi, la popolazione più antica d'Europa e dei Balcani.

Continuità Macedone/Epirota: Nelle sue ricerche, affermò che gli Epiroti e i Macedoni, che formarono il sostrato pelasgico, non erano altro che gli antenati degli albanesi e gli albanesi stessi.

La lingua come prova: De Rada sosteneva che la lingua albanese (nello specifico quella Arbëreshe) conservasse i tratti della lingua pelasgica, descritta dagli antichi greci come "barbara" (cioè straniera).

Antichità della nazione: L'autore sosteneva che gli albanesi non fossero immigrati recenti nei Balcani, ma gli abitanti originari ("gli antichi") di quell'area. 

Frasi e concetti chiave tratti dalle opere deradiane:

«Havvi nel sangue, nella favella, nella tradizione qualche sacro legame che unisce...» (riferendosi al legame tra albanesi e le antiche civiltà).

Nei suoi studi sui Pelasgi, identificava gli Epiroti e i Macedoni come la «nostra più illustre stirpe», che sono «l'ultimo resto delle popolazioni pelasgiche».

Nei suoi studi filologici, cercava di dimostrare la continuità dell'idioma Arbëresh con i dialetti pre-ellenici. 

In sintesi, per De Rada, lo studio dei Pelasgi era fondamentale per dimostrare la nobiltà, l'antichità e l'indipendenza storica della nazione albanese, in contrasto con le narrazioni greche o slave dell'epoca.

Il noto romanticista francese Alexander Dumas, considerando la figura universale di De Rada, lo definì a ragione il "Dante d'Albania". Un altro ammiratore di De Rada, il suo contemporaneo, anch'egli francese, Lamartine, seppe meglio di chiunque altro sottolineare brevemente il grande contributo di De Rada alla cultura, alla letteratura, alla scienza e al giornalismo albanesi, esprimendosi così: "Ciò che Skanderbeg fece con la spada, tu lo facevi con la penna, oh grande De Rada!".

Rispolverare la tesi pelasgica di Girolamo De Rada non significa soltanto rendere giustizia a un'intuizione filologica che molti, per calcolo politico o cecità accademica, hanno cercato di cancellare. Significa comprendere l'essenza stessa del Risveglio Nazionale Albanese. Laddove la storiografia eurocentrica ed ellenofila ha tentato di relegare gli albanesi ai margini della storia balcanica, De Rada ha restituito loro il primato, rintracciando nel sangue, nella terra (Arbëror) e soprattutto nella lingua l'eco dei primi padri d'Europa.

Il silenzio e la censura che ancora oggi avvolgono gli studi pelasgici di Girolamo De Rada non sono casuali: sono il prezzo che la verità storica paga ai falsi miti del nazionalismo filo-ellenico. Riconoscere la continuità tra Pelasgi, Epiroti e Albanesi significa infatti scardinare un intero castello di narrazioni fittizie create per negare l'antichità di una nazione.

L'eredità di De Rada non si cancella con un colpo di spugna biografo. Oggi più che mai, la sua voce risuona come un monito: la penna del grande studioso Arbëresh ha tracciato un solco indelebile, dimostrando che l'Albania non ha semplicemente ereditato la civiltà europea, ma ne è stata, fin dalla preistoria, la prima, vera culla.

Se Skanderbeg difese l'esistenza di questo popolo con le armi, il "Dante d'Albania" ne ha cementato l'eternità con la penna. Ignorare gli studi pelasgici di De Rada significa mutilare la sua opera; riscoprirli, invece, vuol dire restituire all'Albania e agli Arbëreshë la consapevolezza di non essere ospiti della storia, ma le sue radici più antiche e profonde.

sabato 27 giugno 2026

27 GIUGNO 1944: IL SILENZIO SPEZZATO DEL GENOCIDIO CIAM

 

*Ottantadue anni di oblio non bastano a cancellare il sangue. Storia di una pulizia etnica consumata all'ombra dell'Europa e mai dimenticata.*

Ci sono date che la storia ufficiale preferisce sussurrare, pagine strappate dai manuali per non disturbare equilibri diplomatici e facciate di finta legalità. Il *27 giugno 1944* è una di queste. È il giorno in cui lo sciovinismo e l'ultranazionalismo greco hanno sferrato il colpo più letale, culminato nel genocidio contro gli albanesi della Çamëria (Ciamuria). Una ferita aperta nel cuore dei Balcani che, a distanza di decenni, grida ancora giustizia.

L'origine del calvario: la geopolitica del sopruso

Per capire l'orrore del 1944 bisogna fare un passo indietro, fino al *1913*. Con una decisione a tavolino, la Conferenza di Londra staccò violentemente il territorio dell'Epiro (la maggioranza albanese della Cameria) dalla sua madrepatria per annetterlo alla Grecia.

Da quel preciso istante, per la popolazione autoctona albanese è iniziato un calvario sistematico. Quella che doveva essere un'integrazione si è rivelata, nei fatti, una politica pianificata di snazionalizzazione e cancellazione identitaria.

> *La strategia del terrore:* Sotto la copertura delle leggi statali greche, per decenni è stata portata avanti un'opera di sradicamento culturale e fisico. Ai Ciam è stato vietato l'uso della lingua madre, persino nelle scuole primarie; sono stati esclusi dall'amministrazione pubblica, soffocati da tasse insostenibili e privati delle proprie terre attraverso espropri forzati e saccheggi. <

Il culmine dell'orrore

Chi non si piegava alla spersonalizzazione subiva la violenza cieca. Il passaggio dalle pressioni burocratiche e tassi di sradicamento culturale ai massacri di massa è stato breve, drammatico e feroce:

- *Incarcerazioni di massa* e condanne politiche senza appello.

- *Macabre uccisioni e violenze* mirate a terrorizzare la popolazione civile.

- *I sanguinosi massacri del 1944*, che hanno trasformato la Cameria in un teatro di pulizia etnica, costringendo decine di migliaia di albanesi alla fuga forzata, abbandonando case, storie e generazioni di vita.

Il dovere della memoria

Oggi, ricordare il 27 giugno non significa solo piangere le vittime di un nazionalismo cieco, ma spezzare la congiura del silenzio che per troppo tempo ha mascherato questi crimini. La questione "Ciam" non è un semplice aneddoto polveroso del passato, ma un monito su cosa accade quando la geopolitica calpesta i diritti autodeterminativi dei popoli.

Nessuna legge, nessuna retorica di Stato e nessun confine potrà mai cancellare la verità storica: la Ciameria ricorda, e l'Europa ha il dovere di ascoltare.

mercoledì 24 giugno 2026

L'ESTETICA DEL GUERRIERO: GLI ALBANESI NELL'OPERA DI PAJA JANOVIС́

 

La ricca produzione artistica del grande pittore serbo *Paja Jovanović (1859-1957)* rappresenta uno dei pilastri fondamentali dell'orientalismo accademico nei Balcani. Allievo stimato presso l'Accademia di Belle Arti di Vienna, Jovanović ha dedicato una parte considerevole del suo genio creativo alla documentazione visiva e alla celebrazione dei guerrieri albanesi del Kosovo (storicamente identificato come Dardania). Le sue opere non sono semplici esercizi di stile, bensì testimonianze etno-antropologiche di straordinaria precisione e pathos emotivo.

Il Fascino per la Tradizione e i Costumi

Nelle sue numerose esplorazioni e studi dal vero, Paja Jovanović nutriva un profondo interesse per i costumi tradizionali e la vita quotidiana degli albanesi del Kosovo, che apprezzava particolarmente per la loro fierezza e per la complessità ornamentale dei loro abiti. Questa fascinazione si traduce sulla tela in una resa impeccabile dei tessuti, dei ricami dorati, delle trame dei turbanti e delle armi finemente cesellate che i guerrieri esibivano con naturale eleganza.

L'Identità dell'Arnaut nell'Opera Visiva

All'interno delle sue tele, Jovanović fa spesso riferimento a queste figure fieri ricorrendo al loro nome storico di matrice orientale, ovvero gli *Arnauti*. In molti altri dipinti, tuttavia, il maestro sceglie deliberatamente di non specificare l'origine dei soggetti nei titoli. Questa omissione non era una dimenticanza, ma una precisa consapevolezza artistica: il pittore riteneva che l'origine etnologica di questi guerrieri, inconfondibilmente vestiti con le tipiche tuniche bianche plissetate (*fustanella*), fosse talmente evidente, chiara ed esplicita da rendere superflua qualsiasi didascalia esplicativa. L'abito stesso diventava il manifesto dell'identità.

Analisi dell'Opera: Il Falconiere

Il dipinto esaminato (*"Arnaut con falco"*) mostra un superbo esempio di questa produzione. Un guerriero albanese in costume tradizionale si erge fiero davanti al portale in pietra di un edificio di epoca ottomana. L'uomo indossa una giacca rossa riccamente decorata con ricami geometrici e dorati, una fustanella bianca candida che si apre a corolla e un elaborato turbante che gli cinge il capo, prolungandosi attorno al collo. Al fianco porta un'arma tradizionale inserita nella preziosa fascia porta-oggetti (*silah*).

La scena è dominata dall'arte della falconeria: il guerriero regge con la mano sinistra protetta un falco in procinto di spiegare le ali, mentre lo sguardo fiero e complice dell'uomo si posa sul rapace. Ai suoi piedi, su un sacco di iuta, riposano altri tre falchi, incappucciati secondo la tradizione venatoria dell'epoca, completando un quadro di straordinaria intensità e realismo quotidiano.

Un Documento per gli Studi Storici

Il valore dell'opera di Jovanović supera i confini della storia dell'arte per integrarsi stabilmente negli studi storiografici internazionali. Questo specifico dipinto viene infatti citato come un fulgido esempio di rappresentazione iconografica albanese negli scritti del rinomato studioso e storico russo *Matvey Lomonosov*, intitolati *"Sull'identità albanese nel tardo Impero ottomano"*. Nello studio, l'opera viene valorizzata come documento visivo imprescindibile per comprendere la percezione, l'autorevolezza e lo status socioculturale delle comunità albanesi durante gli ultimi decenni del dominio ottomano nei Balcani.

Le subdole pretese elleniste crollano

La produzione artistica di Paja Jovanović assume anche una profonda rilevanza nel dibattito sull'eredità culturale balcanica, ponendosi come un'inconfutabile smentita visiva rispetto alle tesi elleniste che, storicamente, hanno tentato di rubare, di assimilare o rivendicare l'esclusività di determinati elementi identitari della regione.

Attraverso la rappresentazione meticolosa e documentaria dei guerrieri del Kosovo, Jovanović riafferma con forza l'autenticità e l'autonomia della cultura albanese. Delineando l'uso della fustanella e dei costumi tradizionali nel loro reale contesto geografico e sociale (la Dardania), i suoi dipinti sottraggono questi simboli alle pretese di monopolio culturale o ai tentativi di ellenizzazione forzata operati da certa storiografia ottocentesca e moderna. L'opera del pittore serbo dimostra graficamente come l'identità degli *Arnauti* possedesse radici proprie, distinte e chiaramente codificate, offrendo agli storici — come testimoniato dagli scritti di Matvey Lomonosov — una prova tangibile del fatto che l'estetica e l'eroismo di queste figure appartenessero interamente alla storia e alla specificità del popolo albanese.

Conclusione

In definitiva, le tele di Paja Jovanović non si limitano a ritrarre la figura del guerriero albanese, ma ne cristallizzano l'essenza storica e culturale con un'accuratezza quasi scientifica. Attraverso il pennello del maestro serbo, l'orgoglio degli Arnauti e la ricchezza dei loro costumi tradizionali escono dai confini balcanici per diventare un punto di riferimento iconografico universale. Opere come questa dimostrano come l'arte orientalista, quando mossa da un sincero rispetto e fascino per il soggetto, sappia trasformarsi in una preziosa fonte storiografica capace di dialogare con la ricerca contemporanea e preservare l'identità di un'intera epoca.

martedì 23 giugno 2026

IL CUSTODE DELL'OMBRA, IL MAESTRO DEL TEMPO ☀️⏳

 

Dallo Gnomone al Sacerdote Druido: il segreto cosmico impresso nella pietra e nella carne

Esiste un punto esatto in cui la terra tocca il cielo, dove la materia grezza si fa interprete del divino e il tempo cessa di essere una prigione per diventare un linguaggio. Quel punto ha un nome antico, che profuma di pietra, di stelle e di rivelazione: lo *Gnomone*.

Spesso ridotto nei testi moderni a un semplice elemento geometrico — l'asta o lo stilo che proietta l'ombra sulla superficie di una meridiana — lo Gnomone è in verità lo strumento astronomico primordiale, la colonna portante della *gnomonica*. Questa disciplina, che è al contempo scienza rigorosa e arte sacra, studia il movimento apparente del Sole e la danza geometrica delle ombre per misurare lo scorrere dei giorni e tradurre l'infinità della sfera celeste in coordinate comprensibili all'uomo.

Ma per comprendere la vera forza spirituale di questo concetto, dobbiamo viaggiare indietro nel tempo, fino a calpestare la terra sacra di *Ejanina*, dove sorge il *Calendario Pelasgico KOHA*.

*Njoh Mon*: Colui che Conosce il Tempo

Al centro di questo immenso calendario litico non c'è una sottile asta metallica, ma un enorme, maestoso *masso*. Una pietra titanica che cattura la luce del Sole e la trasforma in ombra. Quell'ombra, a seconda della sua lunghezza e della sua direzione, non si limita a segnare le ore: essa scrive sulla pietra i solstizi, decreta il cambio delle stagioni, ordina il KAos del cosmo.

La chiave di volta di questo mistero è custodita nella lingua più antica d'Europa, la lingua albanese. La parola *Gnomone* affonda le sue radici direttamente nel vocabolo *Njohmon* (pronunciato *gnohmon* con la gn di gnomo e la h spirata). Una parola che si spezza in due fulmini di significato:

 - *Njoh*: Conoscere.
 - *Mon*: Tempo.

Lo Gnomone non è un oggetto inerme. È *"Colui che conosce il tempo"*. È un'entità testimone, un pontefice che unisce il ciclo solare alla vita terrena.

Dalla Pietra all'Uomo: Il Sacerdote Druido

La rivelazione più profonda della gnomonica antica risiede però nel fatto che questo legame con il cielo non era affidato solo alla roccia, ma si incarnava nell'essere umano. Nell'antichità, lo Gnomone — *Njohmoni*, il Conoscitore del tempo — era il *Sacerdote Druido*.

Egli non osservava semplicemente il calendario: *egli stesso era il calendario*.

> Indossando un alto copricapo tradizionale, originario della regione albanese della *Labëria*, il Sacerdote Druido si posizionava al centro dei cerchi di pietra. Il suo corpo, eretto tra terra e cielo, diventava l'asse del mondo. <

Proiettando la sua stessa ombra sul terreno sacro, il Sacerdote utilizzava il proprio riflesso oscuro per la calibrazione millimetrica dei calendari litici. Ogni millimetro di ombra spostata sul terreno era un messaggio del Sole che il Sacerdote decifrava per il suo popolo, stabilendo il momento della semina, del raccolto, dei riti e delle feste sacre.

Una Spiritualità Verticale

C'è un'immensa potenza spirituale in questa visione. Lo Gnomone ci ricorda che il tempo non è una linea retta e cinica che si consuma, ma un ciclo sacro governato da leggi superiori. Che sia di pietra o di carne, lo Gnomone sta dritto davanti alla luce. Accetta di proiettare la propria ombra perché sa che solo attraverso l'oscurità proiettata sulla Terra si può misurare e comprendere la grandezza della Luce celeste.

Il Calendario Pelasgico KOHA di Ejanina e la figura del Sacerdote Druido della Labëria ci tramandano una verità che abbiamo dimenticato: l'uomo antico non subiva il tempo, ma lo camminava, lo conosceva, lo *indossava*. Noi oggi guardiamo gli schermi digitali; loro guardavano l'ombra di una pietra, o la propria, consapevoli di essere parte dello stesso, immenso orologio di Dio.

📷 Nella foto: Proiezione dell'ombra dello Gnomone al Calendario Pelasgico KOHA di Ejanina - Solstizio d'estate - 21 giugno 2026.
Foto di Stefania.

Cos'è KOHA?
Leggi l'articolo qui ⬇️
https://giuseppecapparelli85.blogspot.com/2026/03/koha-il-calendario-pelasgo-illirico-di.html

Cos'è la Labëria?
Leggi l'articolo qui ⬇️
https://giuseppecapparelli85.blogspot.com/2026/05/lombra-dei-pelasgi-il-filo-invisibile.html

DEREK🔯🔥
https://t.me/DerekRasTafarI

venerdì 19 giugno 2026

IL FILO ROSSO DEI BALCANI: QUANDO LA SCIENZA DEL XIX SECOLO VEDEVA NELL'ALBANESE LA LINGUA DEI PELASGI

 

C’è un fascino magnetico nel tentativo di mappare l'alba dell'umanità, un'urgenza intellettuale che nel diciannovesimo secolo ha spinto i più grandi studiosi europei a caccia della "lingua madre". Tra questi sforzi monumentali spicca *“L'origine della Terra e dell'uomo”*, l'opera in cui Edward William Lane e Reginald Stuart Poole utilizzano l'enigma dei **Pelasgi** non come un semplice dettaglio mitologico, ma come il perno di una teoria ben più vasta: la diffusione delle razze umane e la ramificazione dei primi popoli europei.

Nel tentativo di ricostruire l'evoluzione delle prime lingue e culture, Lane e Poole rivolgono lo sguardo verso i Balcani, isolando una radice antichissima che unisce il destino di Epiroti e Macedoni sotto l'ombrello dell'antica famiglia linguistica pelasgica. Ma è qui che l'indagine storica cede il passo a una tesi straordinaria e dirompente per l'epoca.

La lingua che si credeva estinta

L'argomentazione centrale del testo sfida l'idea che il pelasgico sia un fossile della storia. Gli autori affermano con forza che questo specifico ramo linguistico non si è mai estinto. Al contrario, ha continuato a vibrare, secolo dopo secolo, nelle stesse terre che lo hanno visto nascere.

Secondo il libro, in epoca moderna quella lingua millenaria ha un nome preciso: la *lingua "skipetaria"* — il termine locale con cui il mondo scientifico dell'Ottocento registrava la lingua albanese (*shqip*).

> L'albanese, dunque, non come un dialetto tardivo o una lingua di frontiera, ma come il custode vivente e diretto della più antica voce d'Europa. <

L'ossessione colta dell'Ottocento

Questa teoria, per quanto possa suonare audace oggi, non era un'intuizione isolata. Al contrario, rappresentava il cuore pulsante del dibattito accademico del XIX secolo. Gli studiosi europei dell'epoca erano letteralmente affascinati dall'idea che gli albanesi fossero i diretti discendenti autoctoni degli abitanti più antichi conosciuti della regione balcanica.

In un'Europa ottocentesca alla ricerca delle identità nazionali e delle purezze filologiche, l'identificazione tra Pelasgi e Albanesi offriva una risposta formidabile. Trasformava un popolo fiero e isolato dalle montagne in un vero e proprio *anello di congiunzione con la preistoria europea*, trasformando lo *shqip* in un monumento linguistico vivente, miracolosamente sopravvissuto al collasso di imperi, invasioni e millenni di storia.

giovedì 18 giugno 2026

IL FASCINO DELLA TRADIZIONE: IL COSTUME ALBANESE DEL XIX SECOLO IN UNA LITOGRAFIA D'EPOCA 🇦🇱

 

📷 L'immagine propone una raffinata rielaborazione visiva di un'opera storica: una litografia ottocentesca intitolata "Albanais / Albanian Costume", originariamente stampata dalla celebre stamperia *Lith. de T. Takikian* a Smirne (Smyrna). Questo documento visivo offre una straordinaria testimonianza della ricchezza culturale e dell'identità albanese e dei Balcani durante il periodo ottomano.

Il protagonista dell'opera indossa con fierezza gli elementi distintivi dell'abbigliamento tradizionale albanese dell'epoca. L'indumento che salta immediatamente all'occhio è la *fustanella*, la tipica gonna a pieghe bianca realizzata in cotone o lino, un tempo comune tra i guerrieri e i civili albanesi delle varie regioni balcaniche e adottata in seguito anche come parte di divise ufficiali e cerimoniali.

Sopra la camicia finemente decorata risalta un gilet ricamato, parzialmente coperto da un ampio e pesante mantello scuro adagiato su una spalla. La vita è cinta da una fascia colorata (una fusciacca) all'interno della quale è custodita un'arma da taglio tradizionale, mentre con la mano destra l'uomo sorregge una pistola a pietra focaia a canna lunga, simbolo dello status e dello spirito di difesa dei clan albanesi dell'epoca. Il capo è coperto da un copricapo scuro, un elemento che variava sensibilmente di forma e colore a seconda della specifica provenienza geografica o sociale all'interno dei territori albanesi.

Sullo sfondo, l'ambientazione evoca un paesaggio classico e suggestivo: i resti di antiche colonne si stagliano vicino a un centro abitato ottocentesco, inserendo la figura in un contesto sospeso tra il passato mitico della regione e la realtà storica del XIX secolo.

Opere come quella di Takikian a Smirne non erano solo illustrazioni artistiche, ma veri e propri studi etnografici che documentavano i costumi dei popoli dell'Impero Ottomano per un pubblico internazionale affascinato dall'esotismo e dalle tradizioni locali. E soprattutto testimoniano la loro specifica appartenenza albanese che solo dopo il 1830 furono falsamente dette greche e spudoratamente rubate dal moderno stato greco. Ma grazie a queste testimonianze d'epoca le bugie e i ladri vengono smascherati.

Rroft Arbëria 🇦🇱

lunedì 15 giugno 2026

KOHA: IL TEMPO NELLA PROSPETTIVA DIVINA ⏳👑

 

📖 La Bibbia esplora il tempo come una dimensione creata da Dio e scandita da momenti di grazia. Il testo sacro insegna ad accettare lo scorrere degli eventi, confidando in un disegno divino eterno che supera la caducità umana.

Il tempo per ogni cosa

Ecclesiaste 3:1, 11: «Per tutto c’è il suo tempo, c’è il suo momento per ogni cosa sotto il cielo... Egli ha fatto ogni cosa bella al suo tempo; egli ha messo nei loro cuori il pensiero dell'eternità, sebbene l'uomo non possa comprendere l'opera che Dio fa, dal principio alla fine.»

Il valore del presente

Matteo 6:34: «Non siate dunque in ansia per il domani, perché il domani si preoccuperà di sé stesso. Basta a ciascun giorno il suo affanno.»

Salmo 90:12: «Insegnaci a contare i nostri giorni, per acquistare un cuore saggio.»

La prospettiva divina

2 Pietro 3:8: «Ma una cosa non dovete dimenticare, carissimi: per il Signore un solo giorno è come mille anni, e mille anni sono come un solo giorno.»

Fiducia nel futuro

Geremia 29:11: «"Poiché io conosco i pensieri che medito per voi", dice il Signore, "pensieri di pace e non di male, per darvi un avvenire e una speranza."»

Vivere il tempo tra presente ed eternità

In definitiva, la prospettiva biblica sul tempo invita l'essere umano a un profondo cambio di paradigma. Il tempo non è una prigione di cui avere paura, né una risorsa da rincorrere con affanno, ma un dono sacro da custodire.

Attraverso i passi esaminati, emerge un duplice invito:

- Nel presente: Imparare a "contare i nostri giorni" significa vivere ogni momento con consapevolezza e saggezza, liberandosi dall'ansia del domani.

- Verso il futuro: Riconoscere che esiste un "tempo per ogni cosa" permette di coltivare la pazienza e la fiducia, sapendo che la storia umana è custodita da una visione divina che abbraccia l'eternità.

Abbandonare la pretesa di controllare ogni istante e affidarsi al disegno di Dio trasforma lo scorrere del tempo da motivo di angoscia a spazio di speranza. La saggezza biblica, ieri come oggi, ci ricorda che l'unico modo per dare valore ai nostri giorni limitati è ancorarli a ciò che è Eterno.

📷 Nella foto: Allineamento Solstizio d'estate 2026 presso KOHA, il calendario Pelasgico di Eianina.

🤔 Cos'è KOHA?
Leggi l'articolo qui ⬇️
https://giuseppecapparelli85.blogspot.com/2026/03/koha-il-calendario-pelasgo-illirico-di.html

DEREK🔯🔥
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QUO VADIS O EPIROTA? 🇦🇱

 

Il dizionario latino-epirota, pubblicato a Roma nel 1635 da Frang Bardhi, rappresenta una delle prime testimonianze scritte della lingua albanese, chiamata all'epoca «epirota». Quest'opera contiene non solo un lessico, ma anche dialoghi trilingue in latino, arbërish e turco ottomano, in cui i termini Epirote, Arbënesh e Arnaut vengono utilizzati per definire gli albanesi. Uno dei frammenti più significativi appare in risposta alla domanda: «Da quale regione sei?» «Sum ex Macedonum regione, è Scodra», «Sono della regione dei Macedoni, di Scutari». Questo dettaglio dimostra che, nel XVII secolo, il territorio albanese era ancora percepito come parte della «Macedonia», confermando così una stabile identità e continuità toponomastica tra Macedoni, Epiroti e albanesi moderni. Di conseguenza, questo dizionario è molto più di un semplice strumento linguistico: costituisce un'importante fonte storica che testimonia la precoce consapevolezza di questo patrimonio.

La percezione interna è alla base dell'identità nazionale e gli albanesi, nel corso della storia, si sono percepiti come discendenti degli antichi Macedoni ed Epiroti di Alessandro Magno e Pirro. E come ho sempre dimostrato gli albanesi erano formati da tre grandi tribù: Epiroti, Macedoni ed illiri.

L'identità esclusivamente illirica fu imposta agli albanesi da stranieri, che perseguivano i propri obiettivi legati alla gloria macedone di Alessandro Magno.

domenica 14 giugno 2026

DUE REGIONI, UN METODO: GALLIA, MACEDONIA E LA COERENZA DELLA STORIA

 


Le descrizioni di Tolomeo della Gallia e della Macedonia devono essere trattate con lo stesso criterio metodologico. In Gallia, egli descrive tribù come i Pitti, i Biturigi, i Cubi e i Lemovici con notevole precisione geografica. L'archeologia e le fonti romane hanno ripetutamente confermato l'esistenza di questi popoli e la loro ubicazione. Nessuno storico serio considera l'etnografia gallica di Tolomeo un'opera di fantasia, e nessuno mette seriamente in discussione l'origine celtica delle tribù galliche.

Pertanto, lo stesso criterio deve essere applicato alla Macedonia. Nella sua descrizione della Macedonia romana, Tolomeo menziona Durazzo, gli Albani e la loro città Albanopoli, gli Elimioti con il loro centro di Bylis, tra gli altri. Rifiutare le sue prove per la Macedonia e accettarle per la Gallia non è una questione di metodologia, bensì di incoerenza.

Questo confronto si basa su una logica comparativa e storiografica, non sul nazionalismo moderno. La Gallia non era una singola tribù, ma un'identità geografica e politica più ampia che comprendeva molte tribù. I Pitti erano Galli, così come gli Albani o gli Elimioti erano Macedoni. La Macedonia funzionava allo stesso modo: come uno spazio regionale più ampio che integrava diverse tribù all'interno di una cornice macedone.

Se nessuno mette in discussione l'identità celtica dei popoli della Gallia, perché dovremmo nutrire ulteriore scetticismo nei confronti della Macedonia?

L'archeologia rafforza questa continuità. A Durazzo, le iscrizioni che conservano il termine "Macedonis" confermano la presenza storica dell'identità politica e culturale macedone nell'Albania odierna. Quando l'archeologia concorda con le fonti antiche, non crea la storia, la conferma.

Da Tolomeo a Marin Barleti, esiste un legame continuo tra il popolo albanese e il mondo storico della Macedonia e dell'Epiro. Persino Skanderbeg si identificò, e fu descritto da altri, attraverso la lingua dell'Epiro e della Macedonia. Il predominio della narrazione "illirica" emerse molto più tardi, soprattutto durante il XIX e il XX secolo, quando le storiografie nazionali moderne rimodellarono il passato secondo nuovi schemi politici.

Come scrisse Verden nel 1905, così come l'antica Gallia divenne la Francia moderna, l'antica Macedonia divenne l'Albania attraverso una continuità e una trasformazione storica.

DEREK🔯🔥

venerdì 12 giugno 2026

IL LEONE DI GIUDA E IL NUOVO FIORE: L'EREDITÀ SPIRITUALE DI MENELIK II

 

Ci sono momenti nella storia in cui il destino di una nazione cessa di essere una semplice cronaca di eventi e si trasforma in un mito vivente, in una manifestazione dello spirito profondo di un popolo. La storia dell'Etiopia alla fine del XIX secolo è uno di questi momenti. E al centro di questo spartiacque storico si erge una figura monumentale: l'Imperatore Menelik II, l'uomo che non solo sconfisse un impero coloniale, ma preservò l'anima sacra dell'unica terra d'Africa rimasta inviolata.

La Notte di Adua: Dove la Storia si fece Spirito

Il 1° marzo 1896, tra le gole scoscese e i picchi rocciosi di Adua, non si consumò soltanto uno scontro militare. La battaglia di Adua fu, nel profondo, lo scontro tra due visioni del mondo: da un lato l'ambizione materialista ed espansionistica di una potenza europea, l'Italia, mossa dalla brama di dominio dell'era coloniale; dall'altro, l'identità millenaria di un popolo radicato nella propria terra e nella propria fede.

Menelik II non guidò solo un esercito; guidò una resistenza spirituale. La schiacciante sconfitta delle forze italiane ad Adua risuonò come un tuono in tutto il mondo. Fu la prima volta che una potenza europea veniva radicalmente fermata e respinta da forze africane. Ma il significato di Adua andò ben oltre i confini etiopi: divenne un faro di speranza, la prova tangibile che il destino della sottomissione non era inevitabile. Quella vittoria instillò nel cuore delle altre nazioni africane il seme sacro della resistenza, ricordando al mondo che la dignità umana non può essere colonizzata.

Il Visionario: Modernizzare il Corpo per Salvare l'Anima

Spesso si compie l'errore di considerare la spiritualità come un distacco dalla realtà. Menelik II dimostrò il contrario: la vera forza spirituale si traduce in azione, visione e cura per il proprio popolo. Egli comprese che per preservare l'indipendenza dell'Etiopia era necessario dotarla degli strumenti del presente, senza però svenderne l'identità.

Con la lungimiranza dei grandi statisti, Menelik avviò riforme che rimodellarono il tessuto politico, economico e sociale del Paese:

- *La prima moneta moderna*, che diede all'Etiopia sovranità economica.

- *Il servizio postale e il sistema ferroviario*, vene e arterie tese a unire un territorio vasto e complesso, permettendo alle idee e alle persone di circolare liberamente.

Ogni innovazione non era un atto di sottomissione alla cultura occidentale, ma uno scudo per difendersi da essa. Menelik modernizzò il "corpo" dell'Etiopia per proteggerne l'essenza.

Addis Abeba: Il "Nuovo Fiore" della Speranza

L'atto forse più poetico e carico di simbolismo del suo regno fu la fondazione, nel 1892, della nuova capitale: **Addis Abeba**, che in lingua amarica significa *"Nuovo Fiore"*.

Spostarvi la sede del governo non fu solo una scelta strategica, ma una profezia geometrica e spirituale. In un'Africa che i cartografi europei stavano spartendo a tavolino, tracciando linee di sangue e sfruttamento, Menelik II piantò un seme. Addis Abeba nacque come il fiore della libertà africana, un luogo in cui la sovranità nera poteva fiorire alla luce del sole, radicata nelle antiche tradizioni della Chiesa Ortodossa Tewahedo e proiettata verso il futuro.

Un'Eredità Immortale

L'Imperatore Menelik II è passato alla storia come il leader che fermò l'imperialismo, ma il suo vero trionfo è stato di natura spirituale. Ha dimostrato che un popolo consapevole della propria storia e unito sotto una guida illuminata è invincibile.

Oggi, l'Etiopia custodisce orgogliosamente quella primogenitura di libertà. E la figura di Menelik II continua a ricordare a tutta l'umanità che la libertà non è una concessione della storia, ma un diritto divino che si difende con la lungimiranza della mente e l'incrollabile forza del cuore.

mercoledì 10 giugno 2026

IL DISCORSO SU BURRUS -ΓΥΡ ΡΟΥ- BUR-ROY: IL RE DEGLI UOMINI! 📜🇦🇱📜

 

Come l'etimologia albanese di *Bur-roy* spiega l'antico cognome, e non è correlata a *PYR[RH]US* col significato di "Fiamma dai capelli rossi"!

Cronache francesi:

》In primo luogo, Verdier sostiene con una forte affermazione l'origine etnica di Pirro: *"La patience de Pyrrus Roy des Albanais, ... alors qu'il faifoit la guerre contre les Romains, en Italie..."* che si traduce come *"La pazienza di Pirro, Re degli Albanesi... mentre muoveva guerra contro i Romani, in Italia..."*

[Les Diverses Lecons de Pierre Mesie, Gentil-Homme,..." di Antoine Du Verdier, 1584]

》In secondo luogo, tutti gli autori francesi registrano *"du Roy Pyrrhus"*. L'etimologia di 'Roy' ha la stessa radice del latino *Rei/Rex* per Re. Tuttavia, essi citano Ennio *(dans son De Oratore, indique qu 'Ennius écrivait Bruges pour Phryges, Burrhus pour Pyrrhus; plus tard)* "nel suo - De Oratore, indica che Ennio scriveva Bruges per Phryges, Burrhus per Pyrrhus; molto più tardi".

Cronache latine:

》Quinto Ennio, c. II secolo a.C., un contemporaneo di quel secolo, bilingue in greco e latino, nei suoi *Annalium* (Annali) di Burrus, spiega che dovette *[Burrum rescribi... not Purrum ut vulgo]* "riscrivere come Burrum... non Purrum come dice la koinè".

Ciò significa che Ennio conosceva il nome nel suo significato letterale sia nella lingua che nel significato attestati più antichi quando, nel 189 a.C., accompagnò il console M. Fulvio Nobiliore nella sua campagna in Etolia e sentì la parola originale *Burrush*, i valorosi soldati che avevano seguito Alessandro nella campagna d'oriente.

》Il nome di Burrus è anche collegato a Sesto Afranio Burro. Notiamo che la parola è usata come cognome.

*Il riferimento che spicca è quello di Cornelio Tacito, Annales. [transfertur regimen cohortium ad Burrum Afranium], Burro era "un prefetto della Guardia Pretoriana, un consigliere dell'imperatore romano Nerone". Il cognomen Burrus è la versione latina del nome Pirro, re dell'Epiro. Burruς come l'antica forma di Purrum.*

Cronache da elleniche a bizantine:

L'altro lato dell'argomento collega l'origine dell'etimologia di Pirro al colore rosso-giallastro (*Pyr*), pertanto nella lingua greca viene tradotto come "dai capelli rossi".

*Se questo fosse o sia il caso, allora Pirro o Pyrro sarebbe una specifica "prima" persona nella storiografia, conosciuta dai greci come il re "dai capelli rossi", tuttavia i riferimenti storici smentiscono tali affermazioni (!)*

》L'appellativo di ΠΥΡΡΟ (Pyrro), in Plutarco, suggerisce che non vi sia alcun collegamento con il re "dai capelli rossi" successivamente tradotto erroneamente.

[1] Θεσπρωτῶν καὶ Μολοσσῶν μετὰ τὸν κατακλυσμὸν ἱστοροῦσι Φαέθοντα βασιλεῦσαι πρῶτον, ἕνα τῶν μετὰ Πελασγοῦ παραγενόμενων εἰς τὴν Ἤπειρον ἔνιοι δὲ Δευκαλίωνα καὶ Πύρραν εἱσαμένους τὸ περὶ Δωδώνην ἱερὸν αὐτόθι κατοικεῖν ἐν Μολοσσοῖς.

[1] *Si narra che il primo re dei Tesproti e dei Molossi dopo il diluvio sia stato Fetonte (Phaéthonta), uno di quelli che giunsero in Epiro con Pelasgo; ma alcuni dicono che Deucalione e Pirra fondarono il santuario di Dodona e abitarono lì tra i Molossi.*

[2] χρόνῳ δὲ ὕστερον Νεοπτόλεμος ὁ Ἀχιλλέως λαὸν ἀγαγὼν αὐτός τε τὴν χώραν κατέσχε καὶ διαδοχὴν βασιλέων ἀφ᾽ αὑτοῦ κατέλιπε, Πυρρίδας ἐπικαλουμένους: καὶ γὰρ αὐτῷ Πύρρος ἦν παιδικὸν ἐπωνύμιον. καὶ τῶν γνησίων παίδων ἐκ Λανάσσης τῆς Κλεοδαίου τοῦ Ὕλλου γενομένων ἕνα Πύρρον ὠνόμασεν. ἐκ τούτου δὲ καὶ Ἀχιλλεὺς ἐν Ἠπείρῳ τιμὰς ἰσοθέους ἔσχεν, Ἄσπετος ἐπιχωρίῳ φωνῇ προσαγορευόμενος.

[2] *In seguito, tuttavia, Neottolemo, figlio di Achille, portando con sé un popolo, prese possesso del paese per se stesso e lasciò una linea di re che discendevano da lui. Questi furono chiamati da lui Pirridi; poiché egli aveva il soprannome di Pyrros nella sua fanciullezza, e dei suoi figli legittimi avuti da Lanassa, figlia di Cleodao figlio di Illo, uno fu chiamato da lui Pyrrou. Di conseguenza, anche Achille ottenne onori divini in Epiro, sotto il nome nativo di Aspetos.* (A shpejt - dal piede veloce).

...Neottolemo trovò rifugio dopo Troia, unendosi alla popolazione locale, ed ereditò il Regno dopo la morte di Eleno (figlio di Priamo ed Ecuba).

》Nel 306 a.C., la morte del re Eacide portò al trono Alceta, suo fratello, lo zio del neonato Pirro I. Pirro fu affidato ad Androclione, Ippia e Neander, con l'ordine di fuggire il più velocemente possibile e raggiungere Megara, una città macedone. Nonostante fossero inseguiti, superarono i loro inseguitori e raggiunsero un luogo sicuro presso il re Glaucia dei Taulanti. Glaucia, che si trovava a casa con la moglie Berenice (Beroea) della casa molossa di Eacide, accolse Pirro. Glaucia, consapevole delle intenzioni di Alceta e in conflitto con Cassandro per il controllo della Tessaglia, mantenne la pace per molto tempo... finché un giorno restaurò Pirro sul trono. [L'Annalium di Ennio si riferisce ad Aecida Burrus].

*Alessandro Magno è legato alla linea di Achille e ad Eacide tramite sua madre Myrtale, una linea di re di successo, chiamati Pirridi, e ciò suggerisce il forte legame dei Macedoni e degli Epiroti attraverso legami familiari e di sangue.*

》John Conington, nel suo "Commentary on Vergil's Aeneid, Volume 2", analizza che Virgilio si riferiva a Enea (secondo Enn. A. 184) come *"Nomine Burrus, uti memorant, a stirpe supremo"*, il che significa che il nome Burrus è ricordato come di stirpe superiore, e la sua etimologia è nota come la forma più antica per Pyrrhus.

📜 Nel dizionario latino, possiamo trovare le seguenti voci per *Burrus*, attestato come *Burro*:

 * Lig. 7, 21 : *a Burro minaciter actum*, Burro passò alle minacce, Tac. A.poplicus, *ambo* per ἄμ φω; poiché persino Ennio scrisse *Burrus* e *Bruges* per *Pyrrhus* e *Phryges*; Naev., *Balantium* per *Palatium*, in un'epoca successiva, ma non spesso prima del 300 d.C. [b] per [v].

 1. *burrus*: a, um πυρρός, una voce di parola antica.

 2. *Burrus*: Burrus, un'antica forma per Pyrrhus, Cicerone e Quinto.

 3. *voce comburo*: ... , v. a. radice bur-, pur-; cfr. burrus, gr. πυρρός, pruna, gr. πίμπρημι, e lat. bustum (luogo di combustione).

 4. *Burrus, arrabo*, erano scritti come Πύρρος, ἀρραβών, un prestito in greco, quindi una [h] fu successivamente aggiunta alla [r], come segno dello spirito aspro (*spiritus asper*).

*Così la R in Burrus divenne H in Purrhus.*

》Infine, la testimonianza di Cicerone (Or. 48, 160): *"Ennio scrisse sempre Burrus per Pyrrhus, e Bruges per Phryges"*.

📜 **Mettere in discussione la conoscenza greca delle parole straniere nel V secolo a.C., anche se le vengono attribuite annotazioni successive d.C.**

Tutto iniziò con Erodoto che traslitterava in lingua greca i nomi di origine non greca.

Munson porta all'attenzione che il compito o l'abilità acquisita di Erodoto era trasformare gli 'ounoma' in non confermati 'logoi' (enunciati in parole). *"Per esempio i Greci chiamano anche i Budini 'Geloni', ma sbagliano (οὐκ ὀρθῶς)". "Pyretos, che significa 'L'Ardente', applicato a un fiume nella Scizia, sembra mostrare che i Greci preferiscono qualsiasi significato a nessun significato,... una distorsione greca del nome originale."* [Munson, Rosaria Vingolo. 2005. Black Doves Speak; Herodotus and the language of the Barbarians, Hellenic Studies Series. //nrs.arward edu/]

*Inoltre, se facciamo riferimento alla lingua greca, non avrebbe senso avere un doppio dello stesso significato in una sola parola, come:*

*ΠΥΡ* - fuoco

*ΡΟΥ* - un soprannome per un cognome familiare di capelli rossi, che ha lo stesso significato nelle lingue celtiche/gaeliche, indicando quindi un'influenza successiva nella traslitterazione.

*I romani usavano il colore rosso-porpora per identificare l'Imperatore - da qui ROY (Re).*

Esploriamo il significato diretto di *Bur-roy* nella lingua albanese!

》La parola **burrë** è stata attestata nel dizionario Ellino-Albanikon di Boçari come 'μπούρ (/bur/), πούρ (/pur/) in arvanitico (1), *burr* e *bunnë* in ghego, significano tutti la stessa cosa: **UOMO**. L'etimologia della radice deriva dal proto-indoeuropeo **bʰh₂u-ro-*, da **bʰuh₂-* ("essere, diventare un uomo"). Gli usi di questa parola sono *burrë shteti* (leader/statista), *burrë* (forte/virile/autorevole).

*(1) ΤΟ EΛΛHNO-AΛBANIKON ΛEΞIKON TOY МAPКОY МΠΟΤΣАРН (ФІЛОЛОГІКН ЕКЛОДЕ ЕК ТОY АYТОГРАФОХ) ΥΠΟΤΙΤΟΥ Π. ΓIOХAΛAΓPAФFION*

*Nota: ΜΠ = B e ΤΣ = Ç in МΠΟΤΣАРН BOÇARI*

》La desinenza **ROY** nella monetazione; unica per i Re di Macedonia e dell'Epiro.

La spiegazione tramite il verbo albanese — **Rroj** - *rronj* (arberesco) & *rrnoj*, *rnoj* (ghego) — deriva dal proto-albanese **rēg-n-*. Orel lo considera una continuazione del proto-albanese **rānja*, dal proto-indoeuropeo **h₂reh₁*. Il verbo *rroj* (passato remoto alla terza persona, 'rroi', il participio - *rrojtur*) significa **VIVERE** e i termini derivati sono *rresë/ rrojë*. Questo in seguito potrebbe essersi metamorfosato dal contatto con l'antico albanese "të rrosh" da cui "POΣ".
VIVA IL RE 😉

Conclusione

Notiamo che nel corso della storia della linguistica, l'originale digrafo [ μπ ], che è il suono per la [b], nella lingua greca attestata del XIV secolo ha perso la [μ] all'inizio della parola *Burro*, che è diventata *Pyrro*, attraverso un processo chiamato betacismo.

Questo spiega perché alcune parole suonano come V invece di B. Un esempio di tale cambiamento fonetico è Ar(b)anite 》Ar(v)anite.

**Burr Rroi!**

Grazie all'amico E. Ligu

lunedì 8 giugno 2026

LA SPOSA DI SION: STORIA, FEDE E SAPIENZA NEL CUORE DELL'ARTE SACRA ETIOPE

 

🖼️ Questo splendido dipinto, intitolato *"La Regina di Saba" (ንግሥተ ሳባ - Nəgśätä Saba)*, è un'opera d'arte sacra contemporanea fortemente radicata nella tradizione della *Chiesa Ortodossa Tewahedo d'Etiopia*.

L'affresco, dipinto dal maestro artista etiope Afewerk Tekle e commissionato da Sua Maestà Imperiale Haile Selassie il Re dei Re, decora le pareti interne della Chiesa di San Giorgio ad Addis Abeba ed esprime il cuore pulsante dell'identità storica, politica e spirituale del popolo etiope.

L'opera e la sua iscrizione in lingua amarica racchiudono un profondo significato teologico e culturale.

Il Contesto Storico: Il Kebra Nagast e la Stirpe Salomonica

A differenza della tradizione occidentale, in cui l'incontro tra il Re Salomone e la Regina di Saba (chiamata *Makeda* nella tradizione etiope) è un semplice racconto biblico di saggezza e sfarzo (1 Re 10), in Etiopia questo evento costituisce *la storia fondativa della nazione*.

Tutta la scena è codificata dal *Kebra Nagast* (La Gloria dei Re), il testo sacro etiopico del XIV secolo. Secondo questa tradizione:

 1. La Regina Makeda viaggiò da Axum fino a Gerusalemme per apprendere la sapienza di Salomone.

 2. Dalla loro unione nacque *Menelik I*, il capostipite della dinastia salomonica che ha governato l'Etiopia fino al XX secolo fino all'ultimo imperatore Haile Selassie, incoronato con i toli cristologici di Re dei Re, Leone Conquistatore della tribù di Giuda, Luce del mondo, Re di Israele.

 3. Menelik, una volta cresciuto, portò l'*Arca dell'Alleanza* da Gerusalemme ad Axum, rendendo l'Etiopia la "Nuova Sion" e la custode dei segreti divini.

Nel dipinto, Salomone è raffigurato sul trono a sinistra, mentre tende la mano verso Makeda. Quest'ultima, al centro, indossa un manto blu reale e una corona, circondata dalla sua corte che reca in dono avorio, oro e spezie pregiate. L'architettura unisce elementi bizantini e dettagli classici, tipici della pittura ecclesiastica etiope moderna.

Analisi Spirituale della Didascalia
L'iscrizione recita:

ንግሥተ ሳባ ።
ንግሥተ ሳባ ምስለ ሰሎሞን፡ ምሥጢራተ መንግሥት፡ ወምሥጢራተ ሕግ።
(መጽሐፈ ትሩፋት፡ ምሳሌ ጥበብ)

1. I Segreti del Regno e della Legge (ምሥጢራተ መንግሥት፡ ወምሥጢራተ ሕግ)

L'incontro non è descritto come un fatto politico, ma come un'iniziazione spirituale. Makeda non cerca ricchezze materiali, ma i *"Segreti della Legge"* (la Torah, la giustizia divina) e i *"Segreti del Regno"* (la sapienza nel governare sotto l'Occhio di Dio). Per la teologia etiope, la Regina di Saba rappresenta l'anima pura che ha sete della Verità divina e che, convertendosi al Dio di Israele, anticipa la sottomissione delle nazioni a Cristo.

2. Il Libro dei Meriti ed Esempio di Sapienza (መጽሐፈ ትሩፋት፡ ምሳሌ ጥበብ)

Questo riferimento teologico rimanda alle virtù morali. Makeda è l'*Esempio della Sapienza*. Nei Vangeli stessi, Gesù cita la "Regina del Sud" (Matteo 12:42) come esempio spirituale, dicendo che nel giorno del giudizio essa sorgerà per condannare la generazione che non ha saputo riconoscere una sapienza superiore a quella di Salomone. L'Etiopia vede in lei la propria "madre spirituale", colei che ha traghettato il paese dal paganesimo al monoteismo prima, e al Cristianesimo poi.

Conclusione

Questo dipinto non è semplicemente una decorazione, ma un *manifesto teologico-visivo*. Ricorda ai fedeli che l'Etiopia non ha ricevuto la fede per vie traverse, ma possiede un legame dinastico e spirituale diretto con la radice biblica. La Regina di Saba, bellissima e fiera nel suo portamento regale, incarna la Chiesa stessa: una Sposa che attraversa i deserti della terra per incontrare il Re della Gloria e ricevere da Lui la Legge e la Sapienza eterna.




domenica 31 maggio 2026

DOMENICA DI PENTECOSTE


 Il Fuoco che non brucia, il Vento che ricrea: La Pentecoste Ortodossa e l'Inizio del Mondo Nuovo

🔥 La Pentecoste Ortodossa è uno dei momenti più radiosi, intensi e attesi dell'anno liturgico. Cade cinquanta giorni dopo la Pasqua e segna non solo la nascita della Chiesa, ma l'irruzione definitiva dell'Eternità nel tempo umano.

🌿 C’è un silenzio carico di attesa che precede la Pentecoste nella tradizione Ortodossa. Non è il silenzio della tomba del Sabato Santo, ma quello fecondo della terra che aspetta la pioggia. Cinquanta giorni dopo la Resurrezione, la promessa di Cristo si compie: il Consolatore, lo Spirito di Verità, discende sul cosmo.

Nella Chiesa Ortodossa, questa festa non è semplicemente il ricordo di un evento storico accaduto duemila anni fa nel Cenacolo. È un *evento cosmico attuale*, un’esperienza mistica che si rinnova qui e ora, trasformando ogni fedele in un tempio vivente.

L'Icona della Pentecoste: L'Armonia della Diversità

Se osserviamo la tradizionale icona Ortodossa della Pentecoste, notiamo un dettaglio straordinario: gli Apostoli sono seduti in semicerchio, calmi, solenni, uguali in dignità ma distinti. Sopra ognuno di loro posa una lingua di fuoco.

Questo è il miracolo dello Spirito Santo: *Egli non omologa, ma unifica.* A Babele, l'orgoglio umano aveva confuso le lingue e diviso i popoli; a Pentecoste, lo Spirito Santo consacra le diversità. Ognuno sente parlare nella propria lingua, non perché si sia tornati a un idioma unico, ma perché l'Amore è diventato il codice universale. Lo Spirito unisce la Chiesa senza distruggere l'unicità di ogni singola persona.

Il Verde della Vita: La Natura Partecipa alla Gloria

Oggi, entrando in una Chiesa Ortodossa, soprattutto nelle cattedrali, l'impatto visivo e olfattivo sarà dirompente. I pavimenti saranno cosparsi di erba fresca e i fedeli terranno in mano rami verdi e fiori.

Questo uso non è un semplice decoro ornamentale, ma un profondo simbolo teologico:

- Il *verde* è il colore della vita, della rigenerazione e della primavera spirituale.

- Testimonia che lo Spirito Santo è colui che *"dà la vita"* (come recita il Credo) e che la redenzione di Cristo non bussa solo al cuore dell'uomo, ma *riscatta l'intera creazione*.

- La natura stessa, ferita dal peccato, respira di nuovo l'aria del Paradiso terrestre.

In Ginocchio davanti al Consolatore

Il momento liturgico più toccante della festa si consuma durante i solenni *Vespri dell'Iginocchiazione*, celebrati subito dopo la Divina Liturgia. Per tutta la durata del tempo pasquale (cinquanta giorni), la Chiesa ha vietato di inginocchiarsi, per celebrare in piedi la dignità di risorti.

Oggi, per la prima volta, i fedeli piegheranno le ginocchia. Verranno lette tre lunghe e meravigliose preghiere, scritte da San Basilio il Grande. In quel momento, l'anima si china non per paura, ma per l'immensa commozione di ricevere il Consolatore. Ci si inginocchia per invocare lo Spirito sui vivi, sui defunti e persino "su coloro che sono custoditi negli inferi", a testimonianza di una misericordia divina che non conosce confini.

L'Appello dello Spirito al Nostro Tempo

In un mondo frammentato, rumoroso e ferito dall'incomunicabilità, la Pentecoste Ortodossa ci lancia una sfida cruciale: *diventare portatori di Fuoco.*

Lo Spirito Santo non è un'idea astratta, ma una Persona; è l'Ospite dolce dell'anima. Riceverlo significa smettere di sopravvivere e iniziare a vivere davvero. Significa trasformare il nostro deserto interiore in un giardino fiorito.

"Vieni, o Consolatore, Spirito di Verità, che sei ovunque presente e tutto riempi, tesoro di ogni bene e datore di vita: vieni e abita in noi..."

Oggi, mentre i rami verdi profumeranno le navate e il canto del *Trisagio* risuonerà solenne, il cielo si chinerà ancora una volta sulla terra. Buona e Santa Pentecoste: che il Vento dello Spirito spazzi via le nostre paure e il Suo Fuoco accenda in noi il desiderio dell'Eternità.

sabato 30 maggio 2026

L'OMBRA DEI PELASGI: IL FILO INVISIBILE TRA LABËRIA ALBANESE E L'ANTICA ITALIA

 

La Labëria è una delle regioni più antiche e autentiche dell'Albania e dell'antico Epiro. Essa conserva ancora oggi il nome medievale degli albanesi "Labëria / Arbëria", un nome che compare nelle fonti storiche molto prima della formazione dei moderni stati balcanici.

In molti studi di studiosi occidentali, la Labëria è considerata come uno dei nuclei principali degli antichi Arbër, la popolazione che ha formato l'identità albanese. Discendenti dell'antica tribù dei Caoni (Kaoni)

📷 Guardate con attenzione la foto allegata. A sinistra, un Lab cioè un uomo della *Labëria* (regione albanese epirota) indossa fiero il tipico copricapo tradizionale. A destra, una scultura millenaria ritrae un antico *Japigio* della Puglia. La somiglianza non è una coincidenza, né un capriccio del destino. È la prova visiva, cristallizzata nel tempo, di un legame di sangue e cultura che unisce le due sponde dell'Adriatico da millenni: *sono la stessa tribù Pelasgica*.

Molto prima che gli Elleni colonizzassero il Mediterraneo e che Roma ponesse le basi del suo impero, un'onda migratoria cambiò per sempre la storia dell'Italia meridionale.

Dalle Montagne dell'Epiro alle Coste della Puglia

I *Lab* della Labëria non sono una popolazione qualunque: sono considerati i discendenti diretti delle antiche tribù pelasgiche epirote, nello specifico i *Càoni*. Questa stirpe, tra le più antiche in assoluto, si mosse dall'Epiro migliaia di anni fa per colonizzare il sud Italia.

Da quella titanica migrazione nacquero gli *Iapigi* (o Japigi), un'antica popolazione di origine illirica, come dicono gli storici, che si stabilì nell'attuale Puglia. Una volta insediati, gli Iapigi si organizzarono in tre grandi gruppi tribali, ciascuno con una propria identità culturale e un preciso controllo geografico:

- *I Dauni:* insediati a nord, nell'odierna zona di Foggia.

- *I Peuceti:* stanziati al centro, attorno all'attuale territorio di Bari.

- *I Mesapi:* dominatori del sud, arroccati nell'intera penisola salentina (tra Lecce e Brindisi).

E Calabria (Kalabëria) era l'antico nome dell'odierno Salento.

L'Espansione Oltre la Puglia: Dalla Calabria alle Porte di Roma:

Ma il viaggio di questa stirpe pelasgica non si fermò alle pianure pugliesi. Le cronache frammentarie della storia ci rivelano che una parte di questa stessa tribù spinse le proprie radici ancora più a fondo nella penisola italiana:

 1. *In Calabria:* dove un ramo della tribù trovò una nuova casa, fondando l'antica regione della Caonia con antiche città pelasgiche come Caulonia.

 2. *Nel Lazio:* dove l'impatto fu talmente profondo da lasciare un segno indelebile nella topografia antica. Qui fondarono la città di *Labi*, in seguito latinizzata in *Labicum* (o *Labici*).

Il Profilo di Labici

Situata a circa 20 chilometri a sud-est di Roma, sulle pendici settentrionali dei Colli Albani, l'antica città di Labici fu un centro di cruciale importanza in epoca pre-romana e romana. La tradizione la considerava una colonia albana. Fiera della propria indipendenza e delle proprie origini, si oppose strenuamente all'ascesa della prima Repubblica di Roma, combattendo a viso aperto al fianco della *Lega Latina*.

Un'Eredità da Riscoprire

Dall'Epiro al Lazio, passando per la Puglia e la Calabria, il viaggio dei Lab o Caoni racconta la storia di un popolo frammentato dalla geografia ma unito dalle radici e dalle tradizioni. 📷 La foto non mostra semplicemente due copricapi simili; mostra l'orgoglio identitario di una stirpe pelasgica che è sopravvissuta ai secoli, alle guerre e all'assimilazione culturale. Un promemoria di come il passato della nostra penisola sia indissolubilmente legato alla sponda orientale dell'Adriatico in particolare alla popolazione Albanese.

Leggi anche:
L'OMBRA DEI PELASGI: IL LEGAME SEGRETO TRA LATINO, ALBANESE E IL MITO TROIANO ⬇️
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venerdì 29 maggio 2026

DALL'ANTICO ONORE ALLA RESISTENZA ODIERNA: AKSUM, LA BESA ALBANESE E IL MITO DEL SIONISMO 🇪🇹🇦🇱

 

👑 Nel VII secolo, l'imperatore Cristiano Ortodosso Armah di Aksum (in Etiopia) divenne un simbolo di tolleranza e dialogo interreligioso. Tra il 613 e il 615 d.C., offrì protezione e libertà di culto ai primi seguaci di Maometto in fuga dalle persecuzioni della Mecca (la Prima Egira), accogliendoli con profonda giustizia ed etica nonostante le differenze religiose.

Leggi l'articolo su ARMAH DI AKSUM: IL RE CRISTIANO CHE SALVÒ I PRIMI MUSULMANI qui ⬇️
https://giuseppecapparelli85.blogspot.com/2026/03/armah-di-aksum-il-re-cristiano-che.html

📖 Durante la seconda guerra mondiale, mentre gran parte dell'Europa in tempo di guerra istituzionalizzò la persecuzione attraverso leggi razziali e politiche di deportazione, l'Albania si distinse sia per l'inflessibile autorità morale della Besa e i fondamenti etici del Kanun, che dello spirito Cristiano che ancora conservava. I fondamenti etici del Kanun, ben più che semplici consuetudini sociali, questi principi costituivano un sacro codice d'onore che esigeva la protezione assoluta del proprio amico, la sacralità della propria parola e il dovere di dare rifugio ai perseguitati anche a rischio della propria vita. Guidate da questa antica tradizione morale, le famiglie albanesi nascosero e protessero i rifugiati ebrei, accogliendoli come membri delle proprie famiglie. In questo senso, i discendenti degli antichi Macedoni, Illiri, Dardani ed Epiroti preservarono una civiltà etica in cui l'onore prevaleva sulla paura e l'ospitalità sulla sottomissione. Storicamente, l'Albania rimane l'unico paese europeo in cui la popolazione ebraica crebbe durante la Seconda Guerra Mondiale. Nel mezzo del crollo morale dell'Europa, l'Albania offrì non solo un atto di resistenza, ma una profonda lezione di umanità, dignità e coraggio morale.

⚡ Il crollo di un mito: dalla vera ospitalità storica alla resistenza di oggi

In base a queste informazioni, emerge un cortocircuito storico e identitario che getta una luce completamente diversa sugli eventi attuali. Come dimostrato dallo storico ebreo Arthur Koestler, la maggior parte degli odierni "Israeliani" – gli Ashkenaziti rimpatriati dall'Europa – non ha alcuna discendenza dagli ebrei dell'antichità, essendo in realtà europei dell'est convertiti al giudaismo all'epoca del regno kazaro. Al contrario, sono verosimilmente proprio i Palestinesi, insieme agli Etiopi e agli Yemeniti, ad avere molto più sangue ebraico e a essere realmente "Semiti", smontando la narrazione secondo cui chiunque critichi le politiche sioniste sia un "antisemita". Lo Stato di Israele si rivela così un costrutto ideologico basato su fondamenta fantastoriche, una vera usurpazione del nome di Israele che storicamente apparteneva alla dignità degli antichi ebrei e ai veri ebrei d'Etiopia, il cui Capo Supremo, il Cristo Re dei Re Haile Selassie, Vive e Regna.

Questo legame storico si connette direttamente con quanto sta succedendo oggi in Albania, dove lo spirito di dignità nazionale è tornato a farsi sentire con forza. Centinaia di manifestanti di Valona hanno abbattuto la recinzione del terreno che il governo albanese guidato da Edi Rama ha ceduto a Israele, mentre forti proteste si sono accese anche a Rrjoll. Il nord e il sud dell'Albania si sono sollevati uniti per proteggere le proprie proprietà, e per i prossimi giorni sono state annunciate manifestazioni ancora più intense.

La chiave di volta sta proprio qui: nonostante l'Albania abbia storicamente accolto gli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale con il codice della Besa, i moderni israeliani non hanno nulla a che fare, né per discendenza né per etica, con quegli ebrei perseguitati che trovarono rifugio tra le famiglie albanesi. Di conseguenza, il popolo albanese oggi dimostra che è assolutamente giusto protestare per non svendere la propria terra a un'entità estranea alla sua stessa storia di vera e giusta ospitalità.

Leggi anche:
BREVE STORIA DEL FALSO STATO DI ISRAELE (Il ritorno di Cristo; legami tra il Movimento Sionista e il Nazi-Fascismo) ⬇️
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L'OMBRA DEI PELASGI: IL LEGAME SEGRETO TRA LATINO, ALBANESE E IL MITO TROIANO

 

🌿 Nella ricerca delle radici culturali dell'Europa occidentale, l'Ottocento ha rappresentato un secolo di intensa riscoperta. Mentre la "dotta Alemagna" — la Germania dei grandi filologi e linguisti — volgeva lo sguardo con rinnovata ansia scientifica verso l'antichità e lo studio della lingua degli Epiroti (cioè l'Albanese), anche in Italia il dibattito sul background pre-romano si faceva stringente.

In questo panorama di riscoperta spicca la figura del pensatore e patriota italiano *Vincenzo Gioberti*, il quale non esitò a formulare un'ipotesi affascinante quanto audace sulle origini della lingua di Roma.

Il Latino come "Sermone Pelasgico"

Secondo la tesi giobertiana citata nel seguente frammento, le radici del latino non andrebbero cercate in un isolamento italico, bensì in un sostrato ben più antico e diffuso:

📖 « Il latino è un sermone pelasgico . . . . affine sostanzialmente a quelle lingue che correvano nella Grecia prima delle invasioni deucalioniche, ma che ai tempi di Erodoto erano già divenute barbare, cioè non intelligibili agli Elleni, delle quali trovansi ancora oggi i vestigi fra gli Schipetari»

(Gioberti; Primato, Tom. II. Brusselles 1844 pag. 153)

I Pelasgi, nel mito e nelle cronache storiche dell'antichità (da Omero a Erodoto), erano le popolazioni autoctone che abitavano i Balcani e la Grecia prima dell'arrivo degli Elleni storici. Gioberti identifica il latino come un ramo di questo antichissimo ceppo linguistico, una lingua che si sarebbe separata prima che le "invasioni deucalioniche" (i cataclismi e le migrazioni mitologiche incarnate dal diluvio di Deucalione) rimescolassero le carte della geopolitica antica.

Il ponte verso i territori d'Oltremare: Gli Schipetari

L'aspetto più sorprendente della tesi riportata nel testo è il filo rosso geografico e linguistico che unisce l'Italia antica all'Albania moderna. Gioberti scrive infatti che di quelle antiche lingue pre-elleniche:

« ... trovansi ancor oggi i vestigi fra gli Schipetari »

Con il termine *"Schipetari"* (dall'albanese *Shqiptarë*) si fa esplicito riferimento al popolo albanese. L'ipotesi, sostenuta da diversi studiosi dell'epoca, vedeva nell'albanese (la lingua epirota) il parente più prossimo sopravvissuto di quella lingua pelasgica che aveva dato origine anche al latino. L'Epiro (Albania) e le coste adriatiche orientali diventano così il ponte culturale che ha unito le due sponde del mare fin dalla notte dei tempi.

La profezia di Virgilio: Una memoria nazionale

A conferma di questa profonda e ancestrale parentela adriatica, l'autore del testo chiama in causa il massimo poeta di Roma: *Virgilio*. Nel terzo libro dell'*Eneide*, il poeta mantovano mette in bocca ad Enea delle parole profetiche che risuonano come la promessa di una futura e indistruttibile alleanza tra le città dell'Epiro (Albania) e quelle dell'Esperia (l'Italia):

📖 « Cognatas urbes olim, populosque propinquos
Epiro Hesperia, quibus idem Dardanus auctor
Atque idem casus, unam faciemus utramque
Trojam animis. . . . »

(Un giorno le città consanguinee e i popoli vicini, nell'Epiro e nell'Esperia, che hanno lo stesso fondatore Dardano e la stessa sorte, faremo di entrambe un'unica Troia nell'animo...)

Quando Virgilio scriveva questi versi, non stava semplicemente componendo della raffinata poesia cortigiana per celebrare l'Impero di Augusto. Egli, come sottolinea il saggio, *"ricordava una memoria nazionale"*.

La discendenza comune da Dardano (il mitico re Albanese fondatore di Troia) e il legame di sangue tra i popoli d'Italia e d'Epiro non erano considerati favole, ma una realtà storica e identitaria radicata nella coscienza dei popoli mediterranei. Un legame antico, sepolto sotto i millenni, che la filologia dell'Ottocento ha tentato di riportare alla luce.


E anche:
L'OMBRA DEI PELASGI: RICERCHE E PENSIERI ⬇️

giovedì 28 maggio 2026

IL TRADIMENTO DELLA STORIA: DAL GENOCIDIO CULTURALE DEGLI ARVANITI ALLA MINACCIA PER GLI ARBËRESH

 

C’è una verità scomoda, rimasta per secoli sepolta sotto il mito della fondazione della Grecia moderna. È la storia di un tradimento. Lo Stato greco moderno, nato e liberato grazie al sangue e al coraggio della popolazione a maggioranza albanese degli *Arvaniti*, ha ripagato i suoi liberatori con una feroce persecuzione culturale. Un piano sistematico volto a cancellare la loro lingua e le loro origini, trasformandoli di fatto in "falsi greci".

Oggi quel processo di assimilazione forzata è quasi giunto al termine: gli Arvaniti hanno perso quasi completamente la lingua albanese e, soprattutto, la loro vera identità. Ma il dramma vero è che questa strategia subdola non appartiene solo al passato.

Eroi dimenticati, traditi e assassinati

Per comprendere la gravità di questo vuoto storico, basta guardare al destino tragico dei padri fondatori e dei condottieri albanesi della rivoluzione. Uomini che hanno dato tutto per una patria che poi li ha sacrificati o abbandonati:

- *Odisseo Androutsos:* celebre comandante albanese assassinato brutalmente nella prigione dell'Acropoli dagli uomini di Gkouras. Fu strangolato e il suo corpo venne gettato dalle mura per inscenare un finto incidente.

- *Giorgios Karaiskakis:* Ucciso a Falero dal fuoco nemico, ma l'ombra del sospetto non si è mai dissipata: forti voci dell'epoca parlarono di un proiettile fatale partito proprio da linee greche.

- *Nikitaras "Il Mangiaturchi":* Uno dei più grandi guerrieri albanesi della liberazione, finito a morire cieco e in estrema povertà nel 1849, dopo anni di ingiusta prigionia inflittagli dallo Stato che aveva contribuito a creare.

 - *Anagnostaras:* Morì in miseria e completamente dimenticato dalle istituzioni nel 1825, senza alcun sostegno statale.

- *Dimitrios Plapoutas:* Ingiustamente imprigionato e persino condannato a morte prima di essere assolto, spegnendosi solo anni dopo.

Mentre leader albanesi come *Mitros Lekkas* e *Ioannis Gouras* caddero sul campo e altri come *Andreas Miaoulis* e *Panourgias* morirono di cause naturali, il filo conduttore che unisce la memoria di questi combattenti albanesi — inclusi i pionieri come *Atanasios Diakos* e *Giannis Stathas*, caduti sotto la violenza ottomana — è l'ingratitudine delle istituzioni nate dal loro sacrificio. Lo Stato greco ha glorificato i loro nomi ellenizzandoli, ma ne ha cancellato l'anima e l'origine albanese.

La nuova strategia: infiltrarsi tra gli Arbëresh

Il silenzio imposto sulle minoranze linguistiche in Grecia non è un capitolo chiuso, è una prassi politica. E oggi, lo stesso schema si sta muovendo fuori dai confini ellenici.

Si assiste a un fenomeno allarmante: esponenti e propagandisti filo-greci stanno tentando di infiltrarsi nelle comunità *Arbëresh* dell'Italia meridionale. L'obiettivo profondo, celato dietro una fitta produzione di articoli pseudo-storici ed ellenisti, è lo stesso: distorcere la storia degli Arbëresh, manipolare le loro radici e far passare anche loro per "falsi greci".

*Il fine ultimo è l'estinzione culturale.* Cancellare l'identità albanese storicamente radicata nel Sud Italia per poter poi affermare, esattamente come fatto in patria, che gli albanesi non esistono e non sono mai esistiti in quei territori.

Rompere il silenzio

Il comportamento dello Stato greco e la propaganda dei circoli filo-ellenici vanno denunciati con forza e senza timori reverenziali. Non si può permettere che la cultura Arbëresh in Italia subisca lo stesso destino di sradicamento toccato ai nostri fratelli Arvaniti. Custodire la lingua, difendere la verità storica e vigilare contro le infiltrazioni ideologiche non è solo un diritto: è un dovere verso la memoria di chi ha pagato con la vita il prezzo della libertà.

mercoledì 27 maggio 2026

IL RITMO DEL SANGUE IMMORTALE: DALLA DANZA PIRRICA A SCANDERBEG, IL FUOCO GUERRIERO DELL'ALBANIA ⚔️🇦🇱

 

La Verità dell'Epiro: Un Solo Popolo, Tre Grandi Tribù

Per comprendere la profondità millenaria della danza di guerra albanese, è necessario spogliare la storia dalle sovrastrutture e ritornare alla radice geopolitica originaria. L'Epiro, territorio che fino al secolo scorso è stato inequivocabilmente sinonimo di Albania, non ha mai fatto parte del mondo ellenico. Gli antichi greci stessi erano categorici nel definire gli Epiroti come "barbari" — un termine che usavano per indicare popoli con una lingua, costumi e tradizioni completamente diversi dai loro.

L'identità albanese antica non era centralizzata, ma si articolava in un mosaico di grandi confederazioni tribali che condividevano lo stesso sangue, la stessa lingua ancestrale e lo stesso spirito marziale:

Gli Epiroti: La tribù Epirota dei Molossi, da cui nacque il leggendario re Pirro, rappresenta un'antichissima stirpe albanese. Questo legame di sangue non si è mai spezzato, tracciando una linea retta che unisce i guerrieri dell'antichità ai grandi casati nobiliari albanesi del Medioevo e a Skanderbeg stesso, successivamente, alle comunità della diaspora che hanno custodito gelosamente questa eredità.

Illiri e Macedoni: Insieme agli Epiroti, i Macedoni e gli Illiri non erano popoli distinti, ma tre grandi rami dello stesso identico albero genealogico. Tre nomi per un unico grande popolo indigeno che dominava i Balcani, unito da un codice d'onore e da tradizioni marziali condivise.

Quando il re Pirro guidava i suoi soldati epiroti, guidava uomini che condividevano la stessa matrice culturale di quelli che oggi chiamiamo albanesi. Di conseguenza, la celebre Danza Pirrica non è un elemento adottato o ereditato da una cultura vicina: è, a tutti gli effetti, la forma arcaica e originaria della danza di guerra albanese, tramandata di generazione in generazione all'interno dello stesso sangue.

Il Ritmo del Sangue: Dalla Pirrica alla Danza Guerriera Albanese

La Danza Pirrica (Pyrrhichē) era la più famosa danza guerriera del mondo antico. Descritta da Platone e Senofonte, non era un semplice intrattenimento, ma un vero e proprio addestramento militare coreografato. I ballerini mimavano il combattimento: schivavano colpi, flettevano le ginocchia per abbassare il centro di gravità, balzavano in avanti per colpire e usavano scudi e spade a ritmo di musica.

Quando osserviamo le danze maschili del nord dell'Albania (regione di Gjakova, Tropoja, o la Rrajca dell'Albania centrale), o le danze dei fieri Sulioti dell'Epiro o la Danza Çam, stiamo guardando la reincarnazione vivente di quel rituale antico.

L'Essenza della Coreografia Guerriera Albanese

La danza di guerra albanese si fonda su elementi che richiamano direttamente la Pirrica:

La postura e la gravità: Il ballerino albanese danza spesso con il busto eretto e fiero, ma compie repentini piegamenti sulle ginocchia (gëzuar). Questo movimento, identico a quello descritto nelle cronache antiche, serviva al guerriero per farsi piccolo sotto lo scudo e sfuggire alle frecce nemiche.

Il mimo del combattimento: Nelle danze con le spade o con i coltelli (tipiche anche delle comunità Arbëreshë in Italia), i ballerini non simulano solo una lotta, ma testano i propri riflessi. C'è un leader (prijësi) che guida il gruppo, e i movimenti alternano momenti di fiera staticità a esplosioni di agilità acrobatica.

La catena umana e la fiducia: Spesso i ballerini si tengono per le mani o per le spalle, formando una linea indistruttibile. Nella cultura del Kanun (il codice d'onore albanese), la danza era il momento in cui i guerrieri giuravano fedeltà reciproca (Besa). Rompere la catena o perdere il passo significava rompere la falange, tradire il compagno.

Il Fuoco Interiore: Orgoglio e Resistenza

Ciò che rende queste danze "profonde e intense" non è solo la tecnica, ma il pathos. Per secoli, sotto l'occupazione ottomana, agli albanesi fu vietato portare armi in pubblico in molte occasioni. La danza divenne l'unico spazio in cui l'orgoglio marziale poteva esprimersi liberamente. I piedi che battono con violenza sul terreno non cercano solo il ritmo: calpestano il suolo per riaffermare il possesso della propria terra.

La musica che accompagna queste danze — spesso dominata dal suono ancestrale della tupan (il grande tamburo) e della fyell (il flauto) o della lahuta — evoca il battito cardiaco prima della battaglia. Il ritmo si velocizza progressivamente, portando i ballerini a uno stato di trance agonistica, lo stesso furor che i testi antichi attribuivano ai soldati di Pirro o alle armate illire e Macedoni di Alessandro.

La Falange di Alessandro e il Ritmo del Conquistatore

La portata della Danza Pirrica, tuttavia, supera i confini dell'Epiro e si estende intatta verso est, nel cuore della vicina Macedonia — anch'essa, per lingua, sangue e costumi, colonna portante del medesimo ceppo albanese antico. Quando i guerrieri di Alessandro Magno marciavano verso i confini del mondo allora conosciuto, non portavano con sé solo la micidiale lancia (sarissa), ma lo stesso identico codice coreutico dei fratelli epiroti e illiri.

Le cronache antiche descrivono la trance agonistica e i movimenti ritmici che i soldati macedoni eseguivano prima della battaglia: balzi felini, torsioni del busto e colpi sincronizzati sugli scudi. Era la stessa identica danza. Alessandro stesso, figlio di Olimpia (principessa della tribù epirota dei Molossi) e di Filippo il Macedone, incarnava nel suo stesso sangue l'unione di queste grandi tribù albanesi.

Per i soldati macedoni, quel rito coreografico era il collante della falange. I passi cadenzati, che oggi ritroviamo perfettamente specchiati nel rigore millimetrico delle danze maschili albanesi, servivano a sincronizzare il respiro e il passo di migliaia di uomini, trasformandoli in un unico e impenetrabile muro umano. La danza di guerra non era un'esibizione, ma l'anima stessa della loro invincibilità.

La Rinascita con Skanderbeg: Il Ritorno dei Re d'Epiro e Macedonia

Il filo rosso del sangue e del ritmo, che aveva unito Pirro e Alessandro Magno, trova la sua massima e definitiva consacrazione nel XV secolo sotto la guida del più grande eroe della nazione: Gjergj Kastrioti Skanderbeg. Egli non fu solo un capo militare, ma la reincarnazione vivente della stirpe dei conquistatori antichi. Consapevole della sua gloriosa eredità, Skanderbeg si firmava e veniva celebrato nei documenti ufficiali dell'epoca e dalle cancellerie europee come "Principe degli Epiroti" e "Re d'Epiro e di Macedonia", oltre che di tutta l'Arbëria.

Nelle vene di Skanderbeg e dei suoi guerrieri scorreva lo stesso identico sangue delle antiche tribù che avevano piegato gli imperi. Quando l'esercito Arbëresh affrontava le imponenti armate ottomane, la strategia militare si fondeva ancora una volta con la memoria coreutica millenaria.

Le testimonianze storiche e i canti tramandati descrivono come i guerrieri di Skanderbeg, prima e dopo le storiche battaglie a protezione della libertà europea e Cristiana, eseguissero danze d'armi feroci e solenni. Era la Danza Pirrica che risorgeva dalle ceneri dei secoli: i soldati stringevano le spade, formavano cerchi d'acciaio impenetrabili e battevano i piedi sul terreno roccioso di Kruja con la stessa cadenza con cui i macedoni avevano marciato verso l'Asia.

Quando una parte di quel popolo, dopo la caduta di Kruja, fu costretta a fuggire oltre l'Adriatico dando vita alle comunità Arbëreshë in Italia, portò con sé questo fuoco sacro. Nelle loro Vallje (le danze tradizionali cantate e coreografate), gli Arbëreshë non hanno conservato solo la lingua, ma la struttura stessa della danza di guerra. I movimenti fieri, i passi sincronizzati e l'uso dei costumi tradizionali sono il monumento vivente a Skanderbeg, a Pirro e ad Alessandro: la prova che la falange antica non si era sciolta, ma continuava a danzare per la propria sopravvivenza e libertà.

Conclusione: Il Sangue Ritrova il Suo Passo

Non esiste museo, trattato o confine geopolitico capace di imprigionare lo spirito di un popolo quando questo è custodito nel movimento. La danza di guerra albanese non è un'imitazione folcloristica del passato, ma la prova vivente di una continuità etnica e spirituale che unisce l'Epiro, l'Illiria e la Macedonia in un unico, immenso mosaico identitario.

Quando oggi i ballerini Albanesi calpestano il terreno con fiera violenza, quando i corpi si piegano per poi scattare verso l'alto e le mani si stringono in una catena umana che simboleggia la Besa, non stanno semplicemente eseguendo dei passi. In quel preciso istante, il tempo si annulla. Attraverso i loro corpi, sono i soldati di Pirro che tornano a sfidare Roma; sono le falangi di Alessandro che fanno tremare l'Asia; sono i guerrieri di Skanderbeg che difendono l'Europa.

Tre nomi — Epiroti, Illiri, Macedoni — per un solo identico popolo che ha scritto la storia del mondo antico e che ha rifiutato di svanire. La Danza Pirrica è viva, non è mai morta, e continua a battere al ritmo del cuore dell'Albania e di tutta la diaspora.

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L'ARNAUTIKOS o HASSAPIKOS 🇦🇱 (La danza dei Guerrieri della Città o Danza degli Albanesi) ⬇️
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IL BALLO CIAM 🇦🇱: PATRIMONIO ALBANESE E CONTROVERSIE SULLA SUA APPROPRIAZIONE ⬇️
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