sabato 4 luglio 2026

DE RADA E I PELASGI 🇦🇱

 

🌿 I Pelasgi sono il popolo più antico identificato in Europa, fin dalla preistoria nella cultura pelasgica di Vinka-Turdas-Dispilio. 

Le migrazioni preistoriche che dal centro Africa si diffusero nel Mediterraneo, spesso associate alla figura mitica e storica dei Pelasgi, delineano un complesso scenario di spostamenti di popoli che coinvolse le coste africane, l'Asia Minore, i Balcani e l'Italia meridionale.

I Pelasgi, furono i primi in Europa a utilizzare la pietra e l'argilla, a produrre le loro famose ceramiche, a iniziare a coltivare i campi e a fondare fattorie, con cui ebbe inizio l'agricoltura. La fondazione di fattorie era la forma nuova e più avanzata, in cui i semi delle piante venivano seminati nei campi coltivati (dalla parola pelasgica/albanese FARA deriva il nome della nuova organizzazione, farm dall'albanese ferma o farma), rispetto alla forma obsoleta di cacciatori-raccoglitori, che richiedeva più forza e tempo, e per questo in seguito furono chiamati Arbëror (coltivatori della terra). I Pelasgi furono i primi a filare e tessere tessuti con telai da loro costruiti, furono i primi a lavorare il cuoio e il latte e a produrre vino. Si dice che siano stati i primi a utilizzare il minerale estratto dalle miniere e a fondere il rame, poi l'oro e l'argento, con cui realizzavano non solo armi e utensili, ma anche ornamenti per le loro bellissime donne. Con le loro navi Direme e Trireme (a due e tre file di remi) i Pelasgi dominavano il mare, motivo per cui sono spesso chiamati "Popolo del Mare".

Girolamo De Rada (1814-1903), poeta e scrittore Arbëresh della Calabria è stato uno dei principali sostenitori dell'origine pelasgica degli albanesi, sostenendo una continuità diretta tra le antiche popolazioni pelasgiche, epirote e macedoni, e il popolo Arbëresh e Albanese moderno.

Sebbene i Pelasgi fossero un aspetto molto importante dell'attività di De Rada, con cui egli collegò gli albanesi e la lingua albanese, questo aspetto così importante è stato trascurato da vari studiosi che si occuparono dell'attività di questo grande uomo, intenzionalmente o per ignoranza. Alcuni più spudorati e infami come gli ellenofili, addirittura negano e insabbiano questo cardine della sua letteratura, perché mina direttamente alla loro falsa versione della storia filo-ellenista e del loro fittizio primato. In modo antiscientifico, l'intera attività scientifica, in cui De Rada parla dei Pelasgi, della loro lingua e delle loro divinità che li collega alla lingua albanese e gli albanesi ai Pelasgi, è stata rimossa dalla biografia del grande studioso Arbëresh.

Nelle sue opere filologiche e storiche, in particolare Antichità della nazione albanese e sua affinità con gli Elleni e i Latini (1864) e Pelasgi e Albanesi (1890), De Rada esprime le seguenti idee:

Identificazione diretta: De Rada considerava gli albanesi come i discendenti diretti dei Pelasgi, la popolazione più antica d'Europa e dei Balcani.

Continuità Macedone/Epirota: Nelle sue ricerche, affermò che gli Epiroti e i Macedoni, che formarono il sostrato pelasgico, non erano altro che gli antenati degli albanesi e gli albanesi stessi.

La lingua come prova: De Rada sosteneva che la lingua albanese (nello specifico quella Arbëreshe) conservasse i tratti della lingua pelasgica, descritta dagli antichi greci come "barbara" (cioè straniera).

Antichità della nazione: L'autore sosteneva che gli albanesi non fossero immigrati recenti nei Balcani, ma gli abitanti originari ("gli antichi") di quell'area. 

Frasi e concetti chiave tratti dalle opere deradiane:

«Havvi nel sangue, nella favella, nella tradizione qualche sacro legame che unisce...» (riferendosi al legame tra albanesi e le antiche civiltà).

Nei suoi studi sui Pelasgi, identificava gli Epiroti e i Macedoni come la «nostra più illustre stirpe», che sono «l'ultimo resto delle popolazioni pelasgiche».

Nei suoi studi filologici, cercava di dimostrare la continuità dell'idioma Arbëresh con i dialetti pre-ellenici. 

In sintesi, per De Rada, lo studio dei Pelasgi era fondamentale per dimostrare la nobiltà, l'antichità e l'indipendenza storica della nazione albanese, in contrasto con le narrazioni greche o slave dell'epoca.

Il noto romanticista francese Alexander Dumas, considerando la figura universale di De Rada, lo definì a ragione il "Dante d'Albania". Un altro ammiratore di De Rada, il suo contemporaneo, anch'egli francese, Lamartine, seppe meglio di chiunque altro sottolineare brevemente il grande contributo di De Rada alla cultura, alla letteratura, alla scienza e al giornalismo albanesi, esprimendosi così: "Ciò che Skanderbeg fece con la spada, tu lo facevi con la penna, oh grande De Rada!".

Rispolverare la tesi pelasgica di Girolamo De Rada non significa soltanto rendere giustizia a un'intuizione filologica che molti, per calcolo politico o cecità accademica, hanno cercato di cancellare. Significa comprendere l'essenza stessa del Risveglio Nazionale Albanese. Laddove la storiografia eurocentrica ed ellenofila ha tentato di relegare gli albanesi ai margini della storia balcanica, De Rada ha restituito loro il primato, rintracciando nel sangue, nella terra (Arbëror) e soprattutto nella lingua l'eco dei primi padri d'Europa.

Il silenzio e la censura che ancora oggi avvolgono gli studi pelasgici di Girolamo De Rada non sono casuali: sono il prezzo che la verità storica paga ai falsi miti del nazionalismo filo-ellenico. Riconoscere la continuità tra Pelasgi, Epiroti e Albanesi significa infatti scardinare un intero castello di narrazioni fittizie create per negare l'antichità di una nazione.

L'eredità di De Rada non si cancella con un colpo di spugna biografo. Oggi più che mai, la sua voce risuona come un monito: la penna del grande studioso Arbëresh ha tracciato un solco indelebile, dimostrando che l'Albania non ha semplicemente ereditato la civiltà europea, ma ne è stata, fin dalla preistoria, la prima, vera culla.

Se Skanderbeg difese l'esistenza di questo popolo con le armi, il "Dante d'Albania" ne ha cementato l'eternità con la penna. Ignorare gli studi pelasgici di De Rada significa mutilare la sua opera; riscoprirli, invece, vuol dire restituire all'Albania e agli Arbëreshë la consapevolezza di non essere ospiti della storia, ma le sue radici più antiche e profonde.