La nostra percezione moderna della storia linguistica e nazionale è spesso viziata da un errore di fondo: l'idea che ogni lingua sia il prodotto naturale di un'etnia e che sia sopravvissuta nei secoli attraverso una continuità ininterrotta nel parlato quotidiano. Già nel XVII secolo, il celebre pensatore e linguista ceco *Giovanni Amos Comenius* confutò questa visione, offrendo una preziosa sintesi della situazione linguistica europea che ribalta completamente le narrazioni storiche tradizionali, in particolare nell'area balcanica.
Analizzando le tre grandi macro-aree linguistiche discusse da Comenius, emerge un quadro in cui la religione e la politica hanno plasmato l'identità dei popoli molto più del sangue o della discendenza genetica.
1. Il Greco: una lingua morta trasformata in strumento ecclesiastico
Il primo grande mito a cadere sotto la lente di Comenius è quello della continuità della lingua greca. Secondo il pensatore ceco, *la lingua greca classica era a tutti gli effetti morta o estinta*. Qualunque cosa fosse stata nell'antichità, aveva cessato da tempo di esistere come lingua parlata dal popolo. Sebbene si fosse preservata in uno stato meno corrotto rispetto al latino, restava comunque un idioma estinto.
Ciò che oggi chiamiamo greco moderno, così come la *koinè* (la lingua comune del mondo ellenistico e neotestamentario), non nasce dunque come espressione di un'etnia biologica. Si tratta, al contrario, di una *lingua ecclesiastica e religiosa*, artificialmente coltivata e diffusa attraverso le strutture della Chiesa per scopi liturgici e amministrativi, e solo in seguito proiettata come identità nazionale.
2. L'illusione dell'etnia serba e il ruolo geopolitico del bulgaro
Il punto più dirompente dell'analisi di Comenius riguarda lo spazio slavo, dove viene tracciato un legame diretto tra il bulgaro e i territori di Serbia, Bosnia e Bulgaria. Da questa attestazione deriva una conseguenza storica radicale: *il serbo non è una lingua etnica*.
La tesi secondo cui i serbi sarebbero giunti nei Balcani attraverso le presunte invasioni barbariche del VI secolo viene smentita. La lingua parlata in quelle regioni è storicamente il bulgaro, termine che all'epoca fungeva da sinonimo per l'*antico slavo ecclesiastico*.
- *Una patria religiosa, non etnica:* Il serbo non è nato da un ceppo tribale isolato, ma è una variante locale del bulgaro, inteso come lingua veicolare e dotta, coltivata all'interno dei monasteri e della Chiesa.
- *Una creazione geopolitica:* Di conseguenza, l'identità nazionale serba non affonda le radici in un'etnia millenaria, ma si configura come una costruzione artificiale tardiva. Una divisione geopolitica creata a tavolino con un preciso scopo strategico: *creare un cuneo per separare fisicamente gli albanesi dai greci* e frammentare lo spazio balcanico.
3. L'Albanese: l'unica vera lingua etnica di Macedonia ed Epiro
A fare da contraltare a queste lingue nate sugli altari e nelle cancellerie vi è l'*albanese* (storicamente definito anche *epirotico*). Comenius ne attesta la presenza radicata come lingua parlata in *Epiro e Macedonia*.
A differenza del greco e del serbo – lingue della liturgia, della burocrazia e della religione – l'albanese si distingue come una *lingua autenticamente etnica*, parlata capillarmente e quotidianamente dalle popolazioni che abitavano i territori storici della Macedonia e dell'Epiro antichi. Questo dato filologico identifica chiaramente gli albanesi come i legittimi discendenti storici dei macedoni e degli epiroti.
*La fine della propaganda:* Di fronte a questa realtà linguistica, le pretese e le narrazioni della propaganda greca moderna sull'Epiro e sulla Macedonia si infrangono contro prove inequivocabili. La storia descritta da Comenius restituisce la Macedonia e l'Epiro alla loro reale matrice etnica, quella albanese, svelando i processi di assimilazione e invenzione nazionale che hanno ridisegnato i Balcani.
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