mercoledì 24 giugno 2026

L'ESTETICA DEL GUERRIERO: GLI ALBANESI NELL'OPERA DI PAJA JANOVIС́

 

La ricca produzione artistica del grande pittore serbo *Paja Jovanović (1859-1957)* rappresenta uno dei pilastri fondamentali dell'orientalismo accademico nei Balcani. Allievo stimato presso l'Accademia di Belle Arti di Vienna, Jovanović ha dedicato una parte considerevole del suo genio creativo alla documentazione visiva e alla celebrazione dei guerrieri albanesi del Kosovo (storicamente identificato come Dardania). Le sue opere non sono semplici esercizi di stile, bensì testimonianze etno-antropologiche di straordinaria precisione e pathos emotivo.

Il Fascino per la Tradizione e i Costumi

Nelle sue numerose esplorazioni e studi dal vero, Paja Jovanović nutriva un profondo interesse per i costumi tradizionali e la vita quotidiana degli albanesi del Kosovo, che apprezzava particolarmente per la loro fierezza e per la complessità ornamentale dei loro abiti. Questa fascinazione si traduce sulla tela in una resa impeccabile dei tessuti, dei ricami dorati, delle trame dei turbanti e delle armi finemente cesellate che i guerrieri esibivano con naturale eleganza.

L'Identità dell'Arnaut nell'Opera Visiva

All'interno delle sue tele, Jovanović fa spesso riferimento a queste figure fieri ricorrendo al loro nome storico di matrice orientale, ovvero gli *Arnauti*. In molti altri dipinti, tuttavia, il maestro sceglie deliberatamente di non specificare l'origine dei soggetti nei titoli. Questa omissione non era una dimenticanza, ma una precisa consapevolezza artistica: il pittore riteneva che l'origine etnologica di questi guerrieri, inconfondibilmente vestiti con le tipiche tuniche bianche plissetate (*fustanella*), fosse talmente evidente, chiara ed esplicita da rendere superflua qualsiasi didascalia esplicativa. L'abito stesso diventava il manifesto dell'identità.

Analisi dell'Opera: Il Falconiere

Il dipinto esaminato (*"Arnaut con falco"*) mostra un superbo esempio di questa produzione. Un guerriero albanese in costume tradizionale si erge fiero davanti al portale in pietra di un edificio di epoca ottomana. L'uomo indossa una giacca rossa riccamente decorata con ricami geometrici e dorati, una fustanella bianca candida che si apre a corolla e un elaborato turbante che gli cinge il capo, prolungandosi attorno al collo. Al fianco porta un'arma tradizionale inserita nella preziosa fascia porta-oggetti (*silah*).

La scena è dominata dall'arte della falconeria: il guerriero regge con la mano sinistra protetta un falco in procinto di spiegare le ali, mentre lo sguardo fiero e complice dell'uomo si posa sul rapace. Ai suoi piedi, su un sacco di iuta, riposano altri tre falchi, incappucciati secondo la tradizione venatoria dell'epoca, completando un quadro di straordinaria intensità e realismo quotidiano.

Un Documento per gli Studi Storici

Il valore dell'opera di Jovanović supera i confini della storia dell'arte per integrarsi stabilmente negli studi storiografici internazionali. Questo specifico dipinto viene infatti citato come un fulgido esempio di rappresentazione iconografica albanese negli scritti del rinomato studioso e storico russo *Matvey Lomonosov*, intitolati *"Sull'identità albanese nel tardo Impero ottomano"*. Nello studio, l'opera viene valorizzata come documento visivo imprescindibile per comprendere la percezione, l'autorevolezza e lo status socioculturale delle comunità albanesi durante gli ultimi decenni del dominio ottomano nei Balcani.

Le subdole pretese elleniste crollano

La produzione artistica di Paja Jovanović assume anche una profonda rilevanza nel dibattito sull'eredità culturale balcanica, ponendosi come un'inconfutabile smentita visiva rispetto alle tesi elleniste che, storicamente, hanno tentato di rubare, di assimilare o rivendicare l'esclusività di determinati elementi identitari della regione.

Attraverso la rappresentazione meticolosa e documentaria dei guerrieri del Kosovo, Jovanović riafferma con forza l'autenticità e l'autonomia della cultura albanese. Delineando l'uso della fustanella e dei costumi tradizionali nel loro reale contesto geografico e sociale (la Dardania), i suoi dipinti sottraggono questi simboli alle pretese di monopolio culturale o ai tentativi di ellenizzazione forzata operati da certa storiografia ottocentesca e moderna. L'opera del pittore serbo dimostra graficamente come l'identità degli *Arnauti* possedesse radici proprie, distinte e chiaramente codificate, offrendo agli storici — come testimoniato dagli scritti di Matvey Lomonosov — una prova tangibile del fatto che l'estetica e l'eroismo di queste figure appartenessero interamente alla storia e alla specificità del popolo albanese.

Conclusione

In definitiva, le tele di Paja Jovanović non si limitano a ritrarre la figura del guerriero albanese, ma ne cristallizzano l'essenza storica e culturale con un'accuratezza quasi scientifica. Attraverso il pennello del maestro serbo, l'orgoglio degli Arnauti e la ricchezza dei loro costumi tradizionali escono dai confini balcanici per diventare un punto di riferimento iconografico universale. Opere come questa dimostrano come l'arte orientalista, quando mossa da un sincero rispetto e fascino per il soggetto, sappia trasformarsi in una preziosa fonte storiografica capace di dialogare con la ricerca contemporanea e preservare l'identità di un'intera epoca.

martedì 23 giugno 2026

IL CUSTODE DELL'OMBRA, IL MAESTRO DEL TEMPO ☀️⏳

 

Dallo Gnomone al Sacerdote Druido: il segreto cosmico impresso nella pietra e nella carne

Esiste un punto esatto in cui la terra tocca il cielo, dove la materia grezza si fa interprete del divino e il tempo cessa di essere una prigione per diventare un linguaggio. Quel punto ha un nome antico, che profuma di pietra, di stelle e di rivelazione: lo *Gnomone*.

Spesso ridotto nei testi moderni a un semplice elemento geometrico — l'asta o lo stilo che proietta l'ombra sulla superficie di una meridiana — lo Gnomone è in verità lo strumento astronomico primordiale, la colonna portante della *gnomonica*. Questa disciplina, che è al contempo scienza rigorosa e arte sacra, studia il movimento apparente del Sole e la danza geometrica delle ombre per misurare lo scorrere dei giorni e tradurre l'infinità della sfera celeste in coordinate comprensibili all'uomo.

Ma per comprendere la vera forza spirituale di questo concetto, dobbiamo viaggiare indietro nel tempo, fino a calpestare la terra sacra di *Ejanina*, dove sorge il *Calendario Pelasgico KOHA*.

*Njoh Mon*: Colui che Conosce il Tempo

Al centro di questo immenso calendario litico non c'è una sottile asta metallica, ma un enorme, maestoso *masso*. Una pietra titanica che cattura la luce del Sole e la trasforma in ombra. Quell'ombra, a seconda della sua lunghezza e della sua direzione, non si limita a segnare le ore: essa scrive sulla pietra i solstizi, decreta il cambio delle stagioni, ordina il KAos del cosmo.

La chiave di volta di questo mistero è custodita nella lingua più antica d'Europa, la lingua albanese. La parola *Gnomone* affonda le sue radici direttamente nel vocabolo *Njohmon* (pronunciato *gnohmon* con la gn di gnomo e la h spirata). Una parola che si spezza in due fulmini di significato:

 - *Njoh*: Conoscere.
 - *Mon*: Tempo.

Lo Gnomone non è un oggetto inerme. È *"Colui che conosce il tempo"*. È un'entità testimone, un pontefice che unisce il ciclo solare alla vita terrena.

Dalla Pietra all'Uomo: Il Sacerdote Druido

La rivelazione più profonda della gnomonica antica risiede però nel fatto che questo legame con il cielo non era affidato solo alla roccia, ma si incarnava nell'essere umano. Nell'antichità, lo Gnomone — *Njohmoni*, il Conoscitore del tempo — era il *Sacerdote Druido*.

Egli non osservava semplicemente il calendario: *egli stesso era il calendario*.

> Indossando un alto copricapo tradizionale, originario della regione albanese della *Labëria*, il Sacerdote Druido si posizionava al centro dei cerchi di pietra. Il suo corpo, eretto tra terra e cielo, diventava l'asse del mondo. <

Proiettando la sua stessa ombra sul terreno sacro, il Sacerdote utilizzava il proprio riflesso oscuro per la calibrazione millimetrica dei calendari litici. Ogni millimetro di ombra spostata sul terreno era un messaggio del Sole che il Sacerdote decifrava per il suo popolo, stabilendo il momento della semina, del raccolto, dei riti e delle feste sacre.

Una Spiritualità Verticale

C'è un'immensa potenza spirituale in questa visione. Lo Gnomone ci ricorda che il tempo non è una linea retta e cinica che si consuma, ma un ciclo sacro governato da leggi superiori. Che sia di pietra o di carne, lo Gnomone sta dritto davanti alla luce. Accetta di proiettare la propria ombra perché sa che solo attraverso l'oscurità proiettata sulla Terra si può misurare e comprendere la grandezza della Luce celeste.

Il Calendario Pelasgico KOHA di Ejanina e la figura del Sacerdote Druido della Labëria ci tramandano una verità che abbiamo dimenticato: l'uomo antico non subiva il tempo, ma lo camminava, lo conosceva, lo *indossava*. Noi oggi guardiamo gli schermi digitali; loro guardavano l'ombra di una pietra, o la propria, consapevoli di essere parte dello stesso, immenso orologio di Dio.

📷 Nella foto: Proiezione dell'ombra dello Gnomone al Calendario Pelasgico KOHA di Ejanina - Solstizio d'estate - 21 giugno 2026.
Foto di Stefania.

Cos'è KOHA?
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Cos'è la Labëria?
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venerdì 19 giugno 2026

IL FILO ROSSO DEI BALCANI: QUANDO LA SCIENZA DEL XIX SECOLO VEDEVA NELL'ALBANESE LA LINGUA DEI PELASGI

 

C’è un fascino magnetico nel tentativo di mappare l'alba dell'umanità, un'urgenza intellettuale che nel diciannovesimo secolo ha spinto i più grandi studiosi europei a caccia della "lingua madre". Tra questi sforzi monumentali spicca *“L'origine della Terra e dell'uomo”*, l'opera in cui Edward William Lane e Reginald Stuart Poole utilizzano l'enigma dei **Pelasgi** non come un semplice dettaglio mitologico, ma come il perno di una teoria ben più vasta: la diffusione delle razze umane e la ramificazione dei primi popoli europei.

Nel tentativo di ricostruire l'evoluzione delle prime lingue e culture, Lane e Poole rivolgono lo sguardo verso i Balcani, isolando una radice antichissima che unisce il destino di Epiroti e Macedoni sotto l'ombrello dell'antica famiglia linguistica pelasgica. Ma è qui che l'indagine storica cede il passo a una tesi straordinaria e dirompente per l'epoca.

La lingua che si credeva estinta

L'argomentazione centrale del testo sfida l'idea che il pelasgico sia un fossile della storia. Gli autori affermano con forza che questo specifico ramo linguistico non si è mai estinto. Al contrario, ha continuato a vibrare, secolo dopo secolo, nelle stesse terre che lo hanno visto nascere.

Secondo il libro, in epoca moderna quella lingua millenaria ha un nome preciso: la *lingua "skipetaria"* — il termine locale con cui il mondo scientifico dell'Ottocento registrava la lingua albanese (*shqip*).

> L'albanese, dunque, non come un dialetto tardivo o una lingua di frontiera, ma come il custode vivente e diretto della più antica voce d'Europa. <

L'ossessione colta dell'Ottocento

Questa teoria, per quanto possa suonare audace oggi, non era un'intuizione isolata. Al contrario, rappresentava il cuore pulsante del dibattito accademico del XIX secolo. Gli studiosi europei dell'epoca erano letteralmente affascinati dall'idea che gli albanesi fossero i diretti discendenti autoctoni degli abitanti più antichi conosciuti della regione balcanica.

In un'Europa ottocentesca alla ricerca delle identità nazionali e delle purezze filologiche, l'identificazione tra Pelasgi e Albanesi offriva una risposta formidabile. Trasformava un popolo fiero e isolato dalle montagne in un vero e proprio *anello di congiunzione con la preistoria europea*, trasformando lo *shqip* in un monumento linguistico vivente, miracolosamente sopravvissuto al collasso di imperi, invasioni e millenni di storia.

giovedì 18 giugno 2026

IL FASCINO DELLA TRADIZIONE: IL COSTUME ALBANESE DEL XIX SECOLO IN UNA LITOGRAFIA D'EPOCA 🇦🇱

 

📷 L'immagine propone una raffinata rielaborazione visiva di un'opera storica: una litografia ottocentesca intitolata "Albanais / Albanian Costume", originariamente stampata dalla celebre stamperia *Lith. de T. Takikian* a Smirne (Smyrna). Questo documento visivo offre una straordinaria testimonianza della ricchezza culturale e dell'identità albanese e dei Balcani durante il periodo ottomano.

Il protagonista dell'opera indossa con fierezza gli elementi distintivi dell'abbigliamento tradizionale albanese dell'epoca. L'indumento che salta immediatamente all'occhio è la *fustanella*, la tipica gonna a pieghe bianca realizzata in cotone o lino, un tempo comune tra i guerrieri e i civili albanesi delle varie regioni balcaniche e adottata in seguito anche come parte di divise ufficiali e cerimoniali.

Sopra la camicia finemente decorata risalta un gilet ricamato, parzialmente coperto da un ampio e pesante mantello scuro adagiato su una spalla. La vita è cinta da una fascia colorata (una fusciacca) all'interno della quale è custodita un'arma da taglio tradizionale, mentre con la mano destra l'uomo sorregge una pistola a pietra focaia a canna lunga, simbolo dello status e dello spirito di difesa dei clan albanesi dell'epoca. Il capo è coperto da un copricapo scuro, un elemento che variava sensibilmente di forma e colore a seconda della specifica provenienza geografica o sociale all'interno dei territori albanesi.

Sullo sfondo, l'ambientazione evoca un paesaggio classico e suggestivo: i resti di antiche colonne si stagliano vicino a un centro abitato ottocentesco, inserendo la figura in un contesto sospeso tra il passato mitico della regione e la realtà storica del XIX secolo.

Opere come quella di Takikian a Smirne non erano solo illustrazioni artistiche, ma veri e propri studi etnografici che documentavano i costumi dei popoli dell'Impero Ottomano per un pubblico internazionale affascinato dall'esotismo e dalle tradizioni locali. E soprattutto testimoniano la loro specifica appartenenza albanese che solo dopo il 1830 furono falsamente dette greche e spudoratamente rubate dal moderno stato greco. Ma grazie a queste testimonianze d'epoca le bugie e i ladri vengono smascherati.

Rroft Arbëria 🇦🇱

lunedì 15 giugno 2026

KOHA: IL TEMPO NELLA PROSPETTIVA DIVINA ⏳👑

 

📖 La Bibbia esplora il tempo come una dimensione creata da Dio e scandita da momenti di grazia. Il testo sacro insegna ad accettare lo scorrere degli eventi, confidando in un disegno divino eterno che supera la caducità umana.

Il tempo per ogni cosa

Ecclesiaste 3:1, 11: «Per tutto c’è il suo tempo, c’è il suo momento per ogni cosa sotto il cielo... Egli ha fatto ogni cosa bella al suo tempo; egli ha messo nei loro cuori il pensiero dell'eternità, sebbene l'uomo non possa comprendere l'opera che Dio fa, dal principio alla fine.»

Il valore del presente

Matteo 6:34: «Non siate dunque in ansia per il domani, perché il domani si preoccuperà di sé stesso. Basta a ciascun giorno il suo affanno.»

Salmo 90:12: «Insegnaci a contare i nostri giorni, per acquistare un cuore saggio.»

La prospettiva divina

2 Pietro 3:8: «Ma una cosa non dovete dimenticare, carissimi: per il Signore un solo giorno è come mille anni, e mille anni sono come un solo giorno.»

Fiducia nel futuro

Geremia 29:11: «"Poiché io conosco i pensieri che medito per voi", dice il Signore, "pensieri di pace e non di male, per darvi un avvenire e una speranza."»

Vivere il tempo tra presente ed eternità

In definitiva, la prospettiva biblica sul tempo invita l'essere umano a un profondo cambio di paradigma. Il tempo non è una prigione di cui avere paura, né una risorsa da rincorrere con affanno, ma un dono sacro da custodire.

Attraverso i passi esaminati, emerge un duplice invito:

- Nel presente: Imparare a "contare i nostri giorni" significa vivere ogni momento con consapevolezza e saggezza, liberandosi dall'ansia del domani.

- Verso il futuro: Riconoscere che esiste un "tempo per ogni cosa" permette di coltivare la pazienza e la fiducia, sapendo che la storia umana è custodita da una visione divina che abbraccia l'eternità.

Abbandonare la pretesa di controllare ogni istante e affidarsi al disegno di Dio trasforma lo scorrere del tempo da motivo di angoscia a spazio di speranza. La saggezza biblica, ieri come oggi, ci ricorda che l'unico modo per dare valore ai nostri giorni limitati è ancorarli a ciò che è Eterno.

📷 Nella foto: Allineamento Solstizio d'estate 2026 presso KOHA, il calendario Pelasgico di Eianina.

🤔 Cos'è KOHA?
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QUO VADIS O EPIROTA? 🇦🇱

 

Il dizionario latino-epirota, pubblicato a Roma nel 1635 da Frang Bardhi, rappresenta una delle prime testimonianze scritte della lingua albanese, chiamata all'epoca «epirota». Quest'opera contiene non solo un lessico, ma anche dialoghi trilingue in latino, arbërish e turco ottomano, in cui i termini Epirote, Arbënesh e Arnaut vengono utilizzati per definire gli albanesi. Uno dei frammenti più significativi appare in risposta alla domanda: «Da quale regione sei?» «Sum ex Macedonum regione, è Scodra», «Sono della regione dei Macedoni, di Scutari». Questo dettaglio dimostra che, nel XVII secolo, il territorio albanese era ancora percepito come parte della «Macedonia», confermando così una stabile identità e continuità toponomastica tra Macedoni, Epiroti e albanesi moderni. Di conseguenza, questo dizionario è molto più di un semplice strumento linguistico: costituisce un'importante fonte storica che testimonia la precoce consapevolezza di questo patrimonio.

La percezione interna è alla base dell'identità nazionale e gli albanesi, nel corso della storia, si sono percepiti come discendenti degli antichi Macedoni ed Epiroti di Alessandro Magno e Pirro. E come ho sempre dimostrato gli albanesi erano formati da tre grandi tribù: Epiroti, Macedoni ed illiri.

L'identità esclusivamente illirica fu imposta agli albanesi da stranieri, che perseguivano i propri obiettivi legati alla gloria macedone di Alessandro Magno.

domenica 14 giugno 2026

DUE REGIONI, UN METODO: GALLIA, MACEDONIA E LA COERENZA DELLA STORIA

 


Le descrizioni di Tolomeo della Gallia e della Macedonia devono essere trattate con lo stesso criterio metodologico. In Gallia, egli descrive tribù come i Pitti, i Biturigi, i Cubi e i Lemovici con notevole precisione geografica. L'archeologia e le fonti romane hanno ripetutamente confermato l'esistenza di questi popoli e la loro ubicazione. Nessuno storico serio considera l'etnografia gallica di Tolomeo un'opera di fantasia, e nessuno mette seriamente in discussione l'origine celtica delle tribù galliche.

Pertanto, lo stesso criterio deve essere applicato alla Macedonia. Nella sua descrizione della Macedonia romana, Tolomeo menziona Durazzo, gli Albani e la loro città Albanopoli, gli Elimioti con il loro centro di Bylis, tra gli altri. Rifiutare le sue prove per la Macedonia e accettarle per la Gallia non è una questione di metodologia, bensì di incoerenza.

Questo confronto si basa su una logica comparativa e storiografica, non sul nazionalismo moderno. La Gallia non era una singola tribù, ma un'identità geografica e politica più ampia che comprendeva molte tribù. I Pitti erano Galli, così come gli Albani o gli Elimioti erano Macedoni. La Macedonia funzionava allo stesso modo: come uno spazio regionale più ampio che integrava diverse tribù all'interno di una cornice macedone.

Se nessuno mette in discussione l'identità celtica dei popoli della Gallia, perché dovremmo nutrire ulteriore scetticismo nei confronti della Macedonia?

L'archeologia rafforza questa continuità. A Durazzo, le iscrizioni che conservano il termine "Macedonis" confermano la presenza storica dell'identità politica e culturale macedone nell'Albania odierna. Quando l'archeologia concorda con le fonti antiche, non crea la storia, la conferma.

Da Tolomeo a Marin Barleti, esiste un legame continuo tra il popolo albanese e il mondo storico della Macedonia e dell'Epiro. Persino Skanderbeg si identificò, e fu descritto da altri, attraverso la lingua dell'Epiro e della Macedonia. Il predominio della narrazione "illirica" emerse molto più tardi, soprattutto durante il XIX e il XX secolo, quando le storiografie nazionali moderne rimodellarono il passato secondo nuovi schemi politici.

Come scrisse Verden nel 1905, così come l'antica Gallia divenne la Francia moderna, l'antica Macedonia divenne l'Albania attraverso una continuità e una trasformazione storica.

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venerdì 12 giugno 2026

IL LEONE DI GIUDA E IL NUOVO FIORE: L'EREDITÀ SPIRITUALE DI MENELIK II

 

Ci sono momenti nella storia in cui il destino di una nazione cessa di essere una semplice cronaca di eventi e si trasforma in un mito vivente, in una manifestazione dello spirito profondo di un popolo. La storia dell'Etiopia alla fine del XIX secolo è uno di questi momenti. E al centro di questo spartiacque storico si erge una figura monumentale: l'Imperatore Menelik II, l'uomo che non solo sconfisse un impero coloniale, ma preservò l'anima sacra dell'unica terra d'Africa rimasta inviolata.

La Notte di Adua: Dove la Storia si fece Spirito

Il 1° marzo 1896, tra le gole scoscese e i picchi rocciosi di Adua, non si consumò soltanto uno scontro militare. La battaglia di Adua fu, nel profondo, lo scontro tra due visioni del mondo: da un lato l'ambizione materialista ed espansionistica di una potenza europea, l'Italia, mossa dalla brama di dominio dell'era coloniale; dall'altro, l'identità millenaria di un popolo radicato nella propria terra e nella propria fede.

Menelik II non guidò solo un esercito; guidò una resistenza spirituale. La schiacciante sconfitta delle forze italiane ad Adua risuonò come un tuono in tutto il mondo. Fu la prima volta che una potenza europea veniva radicalmente fermata e respinta da forze africane. Ma il significato di Adua andò ben oltre i confini etiopi: divenne un faro di speranza, la prova tangibile che il destino della sottomissione non era inevitabile. Quella vittoria instillò nel cuore delle altre nazioni africane il seme sacro della resistenza, ricordando al mondo che la dignità umana non può essere colonizzata.

Il Visionario: Modernizzare il Corpo per Salvare l'Anima

Spesso si compie l'errore di considerare la spiritualità come un distacco dalla realtà. Menelik II dimostrò il contrario: la vera forza spirituale si traduce in azione, visione e cura per il proprio popolo. Egli comprese che per preservare l'indipendenza dell'Etiopia era necessario dotarla degli strumenti del presente, senza però svenderne l'identità.

Con la lungimiranza dei grandi statisti, Menelik avviò riforme che rimodellarono il tessuto politico, economico e sociale del Paese:

- *La prima moneta moderna*, che diede all'Etiopia sovranità economica.

- *Il servizio postale e il sistema ferroviario*, vene e arterie tese a unire un territorio vasto e complesso, permettendo alle idee e alle persone di circolare liberamente.

Ogni innovazione non era un atto di sottomissione alla cultura occidentale, ma uno scudo per difendersi da essa. Menelik modernizzò il "corpo" dell'Etiopia per proteggerne l'essenza.

Addis Abeba: Il "Nuovo Fiore" della Speranza

L'atto forse più poetico e carico di simbolismo del suo regno fu la fondazione, nel 1892, della nuova capitale: **Addis Abeba**, che in lingua amarica significa *"Nuovo Fiore"*.

Spostarvi la sede del governo non fu solo una scelta strategica, ma una profezia geometrica e spirituale. In un'Africa che i cartografi europei stavano spartendo a tavolino, tracciando linee di sangue e sfruttamento, Menelik II piantò un seme. Addis Abeba nacque come il fiore della libertà africana, un luogo in cui la sovranità nera poteva fiorire alla luce del sole, radicata nelle antiche tradizioni della Chiesa Ortodossa Tewahedo e proiettata verso il futuro.

Un'Eredità Immortale

L'Imperatore Menelik II è passato alla storia come il leader che fermò l'imperialismo, ma il suo vero trionfo è stato di natura spirituale. Ha dimostrato che un popolo consapevole della propria storia e unito sotto una guida illuminata è invincibile.

Oggi, l'Etiopia custodisce orgogliosamente quella primogenitura di libertà. E la figura di Menelik II continua a ricordare a tutta l'umanità che la libertà non è una concessione della storia, ma un diritto divino che si difende con la lungimiranza della mente e l'incrollabile forza del cuore.

mercoledì 10 giugno 2026

IL DISCORSO SU BURRUS -ΓΥΡ ΡΟΥ- BUR-ROY: IL RE DEGLI UOMINI! 📜🇦🇱📜

 

Come l'etimologia albanese di *Bur-roy* spiega l'antico cognome, e non è correlata a *PYR[RH]US* col significato di "Fiamma dai capelli rossi"!

Cronache francesi:

》In primo luogo, Verdier sostiene con una forte affermazione l'origine etnica di Pirro: *"La patience de Pyrrus Roy des Albanais, ... alors qu'il faifoit la guerre contre les Romains, en Italie..."* che si traduce come *"La pazienza di Pirro, Re degli Albanesi... mentre muoveva guerra contro i Romani, in Italia..."*

[Les Diverses Lecons de Pierre Mesie, Gentil-Homme,..." di Antoine Du Verdier, 1584]

》In secondo luogo, tutti gli autori francesi registrano *"du Roy Pyrrhus"*. L'etimologia di 'Roy' ha la stessa radice del latino *Rei/Rex* per Re. Tuttavia, essi citano Ennio *(dans son De Oratore, indique qu 'Ennius écrivait Bruges pour Phryges, Burrhus pour Pyrrhus; plus tard)* "nel suo - De Oratore, indica che Ennio scriveva Bruges per Phryges, Burrhus per Pyrrhus; molto più tardi".

Cronache latine:

》Quinto Ennio, c. II secolo a.C., un contemporaneo di quel secolo, bilingue in greco e latino, nei suoi *Annalium* (Annali) di Burrus, spiega che dovette *[Burrum rescribi... not Purrum ut vulgo]* "riscrivere come Burrum... non Purrum come dice la koinè".

Ciò significa che Ennio conosceva il nome nel suo significato letterale sia nella lingua che nel significato attestati più antichi quando, nel 189 a.C., accompagnò il console M. Fulvio Nobiliore nella sua campagna in Etolia e sentì la parola originale *Burrush*, i valorosi soldati che avevano seguito Alessandro nella campagna d'oriente.

》Il nome di Burrus è anche collegato a Sesto Afranio Burro. Notiamo che la parola è usata come cognome.

*Il riferimento che spicca è quello di Cornelio Tacito, Annales. [transfertur regimen cohortium ad Burrum Afranium], Burro era "un prefetto della Guardia Pretoriana, un consigliere dell'imperatore romano Nerone". Il cognomen Burrus è la versione latina del nome Pirro, re dell'Epiro. Burruς come l'antica forma di Purrum.*

Cronache da elleniche a bizantine:

L'altro lato dell'argomento collega l'origine dell'etimologia di Pirro al colore rosso-giallastro (*Pyr*), pertanto nella lingua greca viene tradotto come "dai capelli rossi".

*Se questo fosse o sia il caso, allora Pirro o Pyrro sarebbe una specifica "prima" persona nella storiografia, conosciuta dai greci come il re "dai capelli rossi", tuttavia i riferimenti storici smentiscono tali affermazioni (!)*

》L'appellativo di ΠΥΡΡΟ (Pyrro), in Plutarco, suggerisce che non vi sia alcun collegamento con il re "dai capelli rossi" successivamente tradotto erroneamente.

[1] Θεσπρωτῶν καὶ Μολοσσῶν μετὰ τὸν κατακλυσμὸν ἱστοροῦσι Φαέθοντα βασιλεῦσαι πρῶτον, ἕνα τῶν μετὰ Πελασγοῦ παραγενόμενων εἰς τὴν Ἤπειρον ἔνιοι δὲ Δευκαλίωνα καὶ Πύρραν εἱσαμένους τὸ περὶ Δωδώνην ἱερὸν αὐτόθι κατοικεῖν ἐν Μολοσσοῖς.

[1] *Si narra che il primo re dei Tesproti e dei Molossi dopo il diluvio sia stato Fetonte (Phaéthonta), uno di quelli che giunsero in Epiro con Pelasgo; ma alcuni dicono che Deucalione e Pirra fondarono il santuario di Dodona e abitarono lì tra i Molossi.*

[2] χρόνῳ δὲ ὕστερον Νεοπτόλεμος ὁ Ἀχιλλέως λαὸν ἀγαγὼν αὐτός τε τὴν χώραν κατέσχε καὶ διαδοχὴν βασιλέων ἀφ᾽ αὑτοῦ κατέλιπε, Πυρρίδας ἐπικαλουμένους: καὶ γὰρ αὐτῷ Πύρρος ἦν παιδικὸν ἐπωνύμιον. καὶ τῶν γνησίων παίδων ἐκ Λανάσσης τῆς Κλεοδαίου τοῦ Ὕλλου γενομένων ἕνα Πύρρον ὠνόμασεν. ἐκ τούτου δὲ καὶ Ἀχιλλεὺς ἐν Ἠπείρῳ τιμὰς ἰσοθέους ἔσχεν, Ἄσπετος ἐπιχωρίῳ φωνῇ προσαγορευόμενος.

[2] *In seguito, tuttavia, Neottolemo, figlio di Achille, portando con sé un popolo, prese possesso del paese per se stesso e lasciò una linea di re che discendevano da lui. Questi furono chiamati da lui Pirridi; poiché egli aveva il soprannome di Pyrros nella sua fanciullezza, e dei suoi figli legittimi avuti da Lanassa, figlia di Cleodao figlio di Illo, uno fu chiamato da lui Pyrrou. Di conseguenza, anche Achille ottenne onori divini in Epiro, sotto il nome nativo di Aspetos.* (A shpejt - dal piede veloce).

...Neottolemo trovò rifugio dopo Troia, unendosi alla popolazione locale, ed ereditò il Regno dopo la morte di Eleno (figlio di Priamo ed Ecuba).

》Nel 306 a.C., la morte del re Eacide portò al trono Alceta, suo fratello, lo zio del neonato Pirro I. Pirro fu affidato ad Androclione, Ippia e Neander, con l'ordine di fuggire il più velocemente possibile e raggiungere Megara, una città macedone. Nonostante fossero inseguiti, superarono i loro inseguitori e raggiunsero un luogo sicuro presso il re Glaucia dei Taulanti. Glaucia, che si trovava a casa con la moglie Berenice (Beroea) della casa molossa di Eacide, accolse Pirro. Glaucia, consapevole delle intenzioni di Alceta e in conflitto con Cassandro per il controllo della Tessaglia, mantenne la pace per molto tempo... finché un giorno restaurò Pirro sul trono. [L'Annalium di Ennio si riferisce ad Aecida Burrus].

*Alessandro Magno è legato alla linea di Achille e ad Eacide tramite sua madre Myrtale, una linea di re di successo, chiamati Pirridi, e ciò suggerisce il forte legame dei Macedoni e degli Epiroti attraverso legami familiari e di sangue.*

》John Conington, nel suo "Commentary on Vergil's Aeneid, Volume 2", analizza che Virgilio si riferiva a Enea (secondo Enn. A. 184) come *"Nomine Burrus, uti memorant, a stirpe supremo"*, il che significa che il nome Burrus è ricordato come di stirpe superiore, e la sua etimologia è nota come la forma più antica per Pyrrhus.

📜 Nel dizionario latino, possiamo trovare le seguenti voci per *Burrus*, attestato come *Burro*:

 * Lig. 7, 21 : *a Burro minaciter actum*, Burro passò alle minacce, Tac. A.poplicus, *ambo* per ἄμ φω; poiché persino Ennio scrisse *Burrus* e *Bruges* per *Pyrrhus* e *Phryges*; Naev., *Balantium* per *Palatium*, in un'epoca successiva, ma non spesso prima del 300 d.C. [b] per [v].

 1. *burrus*: a, um πυρρός, una voce di parola antica.

 2. *Burrus*: Burrus, un'antica forma per Pyrrhus, Cicerone e Quinto.

 3. *voce comburo*: ... , v. a. radice bur-, pur-; cfr. burrus, gr. πυρρός, pruna, gr. πίμπρημι, e lat. bustum (luogo di combustione).

 4. *Burrus, arrabo*, erano scritti come Πύρρος, ἀρραβών, un prestito in greco, quindi una [h] fu successivamente aggiunta alla [r], come segno dello spirito aspro (*spiritus asper*).

*Così la R in Burrus divenne H in Purrhus.*

》Infine, la testimonianza di Cicerone (Or. 48, 160): *"Ennio scrisse sempre Burrus per Pyrrhus, e Bruges per Phryges"*.

📜 **Mettere in discussione la conoscenza greca delle parole straniere nel V secolo a.C., anche se le vengono attribuite annotazioni successive d.C.**

Tutto iniziò con Erodoto che traslitterava in lingua greca i nomi di origine non greca.

Munson porta all'attenzione che il compito o l'abilità acquisita di Erodoto era trasformare gli 'ounoma' in non confermati 'logoi' (enunciati in parole). *"Per esempio i Greci chiamano anche i Budini 'Geloni', ma sbagliano (οὐκ ὀρθῶς)". "Pyretos, che significa 'L'Ardente', applicato a un fiume nella Scizia, sembra mostrare che i Greci preferiscono qualsiasi significato a nessun significato,... una distorsione greca del nome originale."* [Munson, Rosaria Vingolo. 2005. Black Doves Speak; Herodotus and the language of the Barbarians, Hellenic Studies Series. //nrs.arward edu/]

*Inoltre, se facciamo riferimento alla lingua greca, non avrebbe senso avere un doppio dello stesso significato in una sola parola, come:*

*ΠΥΡ* - fuoco

*ΡΟΥ* - un soprannome per un cognome familiare di capelli rossi, che ha lo stesso significato nelle lingue celtiche/gaeliche, indicando quindi un'influenza successiva nella traslitterazione.

*I romani usavano il colore rosso-porpora per identificare l'Imperatore - da qui ROY (Re).*

Esploriamo il significato diretto di *Bur-roy* nella lingua albanese!

》La parola **burrë** è stata attestata nel dizionario Ellino-Albanikon di Boçari come 'μπούρ (/bur/), πούρ (/pur/) in arvanitico (1), *burr* e *bunnë* in ghego, significano tutti la stessa cosa: **UOMO**. L'etimologia della radice deriva dal proto-indoeuropeo **bʰh₂u-ro-*, da **bʰuh₂-* ("essere, diventare un uomo"). Gli usi di questa parola sono *burrë shteti* (leader/statista), *burrë* (forte/virile/autorevole).

*(1) ΤΟ EΛΛHNO-AΛBANIKON ΛEΞIKON TOY МAPКОY МΠΟΤΣАРН (ФІЛОЛОГІКН ЕКЛОДЕ ЕК ТОY АYТОГРАФОХ) ΥΠΟΤΙΤΟΥ Π. ΓIOХAΛAΓPAФFION*

*Nota: ΜΠ = B e ΤΣ = Ç in МΠΟΤΣАРН BOÇARI*

》La desinenza **ROY** nella monetazione; unica per i Re di Macedonia e dell'Epiro.

La spiegazione tramite il verbo albanese — **Rroj** - *rronj* (arberesco) & *rrnoj*, *rnoj* (ghego) — deriva dal proto-albanese **rēg-n-*. Orel lo considera una continuazione del proto-albanese **rānja*, dal proto-indoeuropeo **h₂reh₁*. Il verbo *rroj* (passato remoto alla terza persona, 'rroi', il participio - *rrojtur*) significa **VIVERE** e i termini derivati sono *rresë/ rrojë*. Questo in seguito potrebbe essersi metamorfosato dal contatto con l'antico albanese "të rrosh" da cui "POΣ".
VIVA IL RE 😉

Conclusione

Notiamo che nel corso della storia della linguistica, l'originale digrafo [ μπ ], che è il suono per la [b], nella lingua greca attestata del XIV secolo ha perso la [μ] all'inizio della parola *Burro*, che è diventata *Pyrro*, attraverso un processo chiamato betacismo.

Questo spiega perché alcune parole suonano come V invece di B. Un esempio di tale cambiamento fonetico è Ar(b)anite 》Ar(v)anite.

**Burr Rroi!**

Grazie all'amico E. Ligu

lunedì 8 giugno 2026

LA SPOSA DI SION: STORIA, FEDE E SAPIENZA NEL CUORE DELL'ARTE SACRA ETIOPE

 

🖼️ Questo splendido dipinto, intitolato *"La Regina di Saba" (ንግሥተ ሳባ - Nəgśätä Saba)*, è un'opera d'arte sacra contemporanea fortemente radicata nella tradizione della *Chiesa Ortodossa Tewahedo d'Etiopia*.

L'affresco originale decora le pareti interne della Cattedrale della Santissima Trinità ad Addis Abeba ed esprime il cuore pulsante dell'identità storica, politica e spirituale del popolo etiope.

L'opera e la sua iscrizione in lingua amarica racchiudono un profondo significato teologico e culturale.

Il Contesto Storico: Il Kebra Nagast e la Stirpe Salomonica

A differenza della tradizione occidentale, in cui l'incontro tra il Re Salomone e la Regina di Saba (chiamata *Makeda* nella tradizione etiope) è un semplice racconto biblico di saggezza e sfarzo (1 Re 10), in Etiopia questo evento costituisce *la storia fondativa della nazione*.

Tutta la scena è codificata dal *Kebra Nagast* (La Gloria dei Re), il testo sacro etiopico del XIV secolo. Secondo questa tradizione:

 1. La Regina Makeda viaggiò da Axum fino a Gerusalemme per apprendere la sapienza di Salomone.

 2. Dalla loro unione nacque *Menelik I*, il capostipite della dinastia salomonica che ha governato l'Etiopia fino al XX secolo fino all'ultimo imperatore Haile Selassie, incoronato con i toli cristologici di Re dei Re, Leone Conquistatore della tribù di Giuda, Luce del mondo, Re di Israele.

 3. Menelik, una volta cresciuto, portò l'*Arca dell'Alleanza* da Gerusalemme ad Axum, rendendo l'Etiopia la "Nuova Sion" e la custode dei segreti divini.

Nel dipinto, Salomone è raffigurato sul trono a sinistra, mentre tende la mano verso Makeda. Quest'ultima, al centro, indossa un manto blu reale e una corona, circondata dalla sua corte che reca in dono avorio, oro e spezie pregiate. L'architettura unisce elementi bizantini e dettagli classici, tipici della pittura ecclesiastica etiope moderna.

Analisi Spirituale della Didascalia
L'iscrizione recita:

ንግሥተ ሳባ ።
ንግሥተ ሳባ ምስለ ሰሎሞን፡ ምሥጢራተ መንግሥት፡ ወምሥጢራተ ሕግ።
(መጽሐፈ ትሩፋት፡ ምሳሌ ጥበብ)

1. I Segreti del Regno e della Legge (ምሥጢራተ መንግሥት፡ ወምሥጢራተ ሕግ)

L'incontro non è descritto come un fatto politico, ma come un'iniziazione spirituale. Makeda non cerca ricchezze materiali, ma i *"Segreti della Legge"* (la Torah, la giustizia divina) e i *"Segreti del Regno"* (la sapienza nel governare sotto l'Occhio di Dio). Per la teologia etiope, la Regina di Saba rappresenta l'anima pura che ha sete della Verità divina e che, convertendosi al Dio di Israele, anticipa la sottomissione delle nazioni a Cristo.

2. Il Libro dei Meriti ed Esempio di Sapienza (መጽሐፈ ትሩፋት፡ ምሳሌ ጥበብ)

Questo riferimento teologico rimanda alle virtù morali. Makeda è l'*Esempio della Sapienza*. Nei Vangeli stessi, Gesù cita la "Regina del Sud" (Matteo 12:42) come esempio spirituale, dicendo che nel giorno del giudizio essa sorgerà per condannare la generazione che non ha saputo riconoscere una sapienza superiore a quella di Salomone. L'Etiopia vede in lei la propria "madre spirituale", colei che ha traghettato il paese dal paganesimo al monoteismo prima, e al Cristianesimo poi.

Conclusione

Questo dipinto non è semplicemente una decorazione, ma un *manifesto teologico-visivo*. Ricorda ai fedeli che l'Etiopia non ha ricevuto la fede per vie traverse, ma possiede un legame dinastico e spirituale diretto con la radice biblica. La Regina di Saba, bellissima e fiera nel suo portamento regale, incarna la Chiesa stessa: una Sposa che attraversa i deserti della terra per incontrare il Re della Gloria e ricevere da Lui la Legge e la Sapienza eterna.