domenica 3 maggio 2026

DOMENICA DEL PARALITICO

 

🌿 Oggi, nella quarta domenica del tempo di Pasqua, la Chiesa Ortodossa celebra la Domenica del Paralitico. Questa ricorrenza trae ispirazione dal brano del Vangelo di Giovanni (5, 1-15) che narra la guarigione operata da Gesù presso la piscina di Betzaidà a Gerusalemme.

Ecco un breve approfondimento sul significato spirituale e liturgico di questa giornata.

Il Miracolo: "Non ho nessuno che mi immerga"

Al centro della narrazione c'è un uomo paralizzato da 38 anni, disteso ai bordi di una piscina le cui acque, si diceva, avessero poteri curativi quando "agitate" da un angelo. Il dramma del paralitico non è solo fisico, ma è legato alla solitudine. Alla domanda di Gesù: "Vuoi guarire?", l'uomo risponde con una frase che risuona profondamente nell'animo umano:

"Signore, non ho nessuno che m'immerga nella piscina quando l'acqua è agitata."

Cristo non lo aiuta a entrare nell'acqua, ma agisce direttamente con la forza della Sua parola: "Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina".

Significato Teologico e Spirituale

Nella tradizione Ortodossa, questo episodio non è solo il ricordo di un miracolo passato, ma una metafora della condizione umana:

- La Paralisi del Peccato: Il paralitico rappresenta l'umanità che, indebolita dal peccato e lontana da Dio, non riesce a compiere il bene con le proprie forze.

- Cristo come Vera Acqua: Mentre la piscina di Betzaidà era un simbolo della Legge antica (che indicava la malattia ma non poteva guarirla del tutto), Cristo è la "Fonte della Vita" che guarisce l'anima e il corpo.

- La Solitudine Superata: Il grido "non ho nessuno" trova risposta nella presenza di Cristo. Egli si fa prossimo a chi è dimenticato da tutti, dimostrando che nessuno è mai veramente solo davanti a Dio.

Il Legame con il Tempo Pasquale

Questa domenica si colloca nel periodo di Cinquantina (i 50 giorni tra Pasqua e Pentecoste). Il tema centrale rimane la vittoria sulla morte e sulla corruzione.

La guarigione del paralitico è una "piccola risurrezione": come Cristo è risorto dal sepolcro, così l'uomo viene sollevato dal suo lettuccio di sofferenza, simbolo di una vita nuova iniziata con la Risurrezione.

Una curiosità liturgica

Durante i vespri e la Divina Liturgia, i canti sottolineano spesso il contrasto tra la lunga attesa dell'uomo e l'immediatezza del potere divino. Un inno recita:

"Signore, non la piscina, ma la Tua parola ha guarito il paralitico; e neppure la sua malattia di lunghi anni lo ha ostacolato, perché la forza della Tua voce si è rivelata più efficace."

In questo giorno, i fedeli sono invitati a riflettere sulle proprie "paralisi" spirituali e a chiedere a Cristo la forza di alzarsi e riprendere il cammino della fede.

Benedetto sia il Re dei Re 👑🦁🙏🏽

sabato 2 maggio 2026

TRIESTE: IL FASCINO MILLENARIO DI UNA "CITTÀ-MERCATO" ILLIRICA 🇦🇱🛒⚖️💰

 


Trieste è da sempre un crocevia di culture, ma la vera radice del suo nome affonda in un passato molto più remoto della dominazione romana o asburgica. Sapevi che il nome *Trieste* ha un’origine profondamente legata alla lingua albanese e alle antiche tribù illiriche?

L'etimologia della città ci racconta una storia di scambi, commerci e identità che risale a migliaia di anni fa.

L'eredità dei Tergesti

Il nome della città deriva direttamente dall'antica tribù albanese dei *Tergesti*. Questa popolazione, di stirpe illirica, era nota per essere una comunità di abili *mercanti*. Furono proprio loro a battezzare il luogo in cui operavano, lasciando un'impronta linguistica che è sopravvissuta fino ai giorni nostri.

L'analisi linguistica: Dal termine "Tregë" a "Tergeste"

Il legame con l'albanese moderno è sorprendente e si basa su una chiara evoluzione fonetica:

 - La radice: La parola *Tergesti* deriva da uno scambio fonetico del termine albanese *Tregë* che significa *mercato*.

- L'evoluzione: Il passaggio *Terg-Treg-Tregë* porta direttamente al significato di *mercato*.

- La struttura del nome: Il nome arcaico *Tergeste* è composto dalla radice paleo-illirica *Terg*/*Treg* (mercato) e dal suffisso illiro-venetico *-este*. Quest'ultimo trova un corrispettivo nell'albanese *Është* (il verbo "essere").

Il significato originario: Unendo questi elementi, il nome significa letteralmente *"È mercato"* (Terg este - Tregë është), a indicare una citta-mercato o città-emporio nata per il commercio. Riferito alla tribù dei Tergesti significa *È mercante*.

Dalla lingua preromana alla latinizzazione

Questo nome di origine albanese e preromana non andò perduto con l'arrivo dei conquistatori. In epoca romana, infatti, il termine originale fu semplicemente adattato e latinizzato nella forma *Tergestum*, che ha poi dato vita al moderno nome di Trieste.

Oggi, ogni volta che pronunciamo il nome di questa splendida città adriatica, non facciamo altro che confermare la sua identità storica più profonda: quella di un luogo nato per l'incontro e lo scambio di merci e culture insieme alla sua origine albanese. 🛒⚖️💰

📷 Nella foto: Albanesi Tergesti mercanti, venditori di tartarughe a Trieste, di F. Schlegel, 1886. 🇦🇱

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venerdì 1 maggio 2026

MAGGIO (Maj)🌿💐🌾

 

Sapevi che il nome del mese di Maggio deriva da una parola Albanese?

Ecco perché:

Come scrisse Virgilio nell'Eneide, i padri della stirpe latina sono gli Albanesi, essendo discendenti di Enea Dardano: 

"📜"Io, che prima cantavo con un tenero flauto e dalle foreste che emergevano ai campi aperti stringevo e insaziabili coppie di volontà per volgere, un'opera gradita ai contadini, ora canto i carri e l'eroe del crudele Marte, che, come volle il Fato, fuggendo dalla terra di Troia, in Italia sulle rive di Lavinio giunse per primo, poiché dalle divine sinergie ha reso paradisiache molte terre del mare, per l'ira insonne dell'iraconda Era, e poiché da dove molte la guerra sopportò, affinché potesse fondare la patria e portare nel Lazio gli dei di Othe, I PADRI ALBANESI, LA STIRPE LATINA, tengano le mura della gloriosa Roma."
(Estratto da: Virgilio, "Eneide di Virgilio", libro primo)

Secondo lo studioso Frassari Adamidi la lingua albanese o pelasga rappresenta uno degli idiomi più antichi d'Europa. Da questa derivano il greco e il latino che a differenza dell'Albanese si ritiene siano stati raffinati e trasformati nel corso dei secoli, invece l'albanese ha conservato una struttura basilare e arcaica, composta da radici brevi, parole semplici e significati originali. Questa caratteristica lo rende una sorta di fossile linguistico vivente, capace di illuminare fasi antichissime della storia indoeuropea.

In questa prospettiva, la lingua albanese conserva non solo un vocabolario arcaico, ma un'intera cosmologia.

Il terzo mese del calendario lunare romano (poi riformato da Cesare in quello solare di 12 mesi), era dedicato a Maia, una delle sette Pleiadi, dea della fecondità, dell'abbondanza e del rifiorire della natura dopo l'inverno. Era considerata la "Grande Madre Terra".

La festa di questa dea, madre di Hermes, figlia di Atlante e Pleione, si festeggiava infatti proprio il 1 maggio. 

La nome MAIA deriva infatti dall'albanese MÁJËM che significa grasso, grosso, abbondante, pingue.

In alcuni dialetti Arbëresh si conserva ancora l'antico termine di E MAJA per indicare una persona grassa e abbondante.

Naturalmente MAJ in albanese è anche il nome del mese di maggio che conserva perfettamente la radice della parola.

Da questa parola deriva la parola italiana MAGGIORE e quindi Maggio per indicare il più grande.

Quindi da MÁJËM, questa arcaica parola albanese prende il nome di Maia la dea latina dell'abbondanza, della gran quantità, della copiosità, e della ricchezza.

MAIA ara considerata la "Grande Madre Terra" e in albanese la sola parola "grade" si dice MADH, al femminile E MADHE, che si divide in MÁ DHE: MA cioè grasso e Dhe cioè terra. Anche Madre in se ha le radici Ma Dhe.

Da MAIA e quindi dall'albanese E MAJËME (la grassa) viene anche il termine MAIALE, poiché durante la festa del 1 maggio Vulcano le avrebbe offerto ogni volta una scrofa gravida, come simbolo di abbondanza della terra, gravida di frutti.

In conclusione, riscoprire l'etimologia albanese del mese di Maggio non è solo un esercizio linguistico, ma un viaggio alle radici della nostra civiltà.

Attraverso parole come Majë e Madhe, l'albanese si conferma un vero 'fossile vivente', un ponte millenario che collega il mito di Enea, la maestosità di Roma e i cicli della natura.

L'analisi linguistica evidenzia come la lingua albanese (o pelasga) rappresenti una chiave di lettura fondamentale per decifrare l'ontologia latina. La derivazione di 'Maggio' da radici che indicano l'abbondanza e la pingue fertilità della terra conferma la tesi di una continuità culturale che va ben oltre la semplice coincidenza fonetica.

Restituire all'albanese il suo ruolo di lingua madre significa, in ultima analisi, restituire alla storia europea un tassello mancante della sua identità più autentica.


giovedì 30 aprile 2026

IL TAGLIO DEL GUERRIERO: L'ANTICA RASATURA ALBANESE DALLE ORIGINI PELASGICHE AD ALI PASCIÀ 🇦🇱⚔️

 

Nella complessa trama delle tradizioni balcaniche, pochi simboli sono distintivi quanto l'acconciatura dei guerrieri albanesi. Questa pratica, che prevedeva la rasatura della parte anteriore della testa e delle basette lasciando intatta la chioma posteriore, non era un semplice vezzo estetico, ma un vero e proprio rituale d'identità e una necessità tattica. Radicata in un passato millenario, questa usanza funge da ponte ininterrotto tra le antiche tribù pelasgiche e la resistenza dei soldati in epoca moderna, testimoniando una continuità culturale che ha sfidato i secoli e persino gli ordini dei sovrani più temuti.

Una volta Ali Pascià emanò un ordine ai suoi valorosi uomini di non radersi la fronte e le basette, provocando così una ribellione che portò al ritiro dell'ordine. 

Questa antica usanza Albanese ha radici molto antiche, un'usanza risalente alle antiche tribù pelasgiche i cui discendenti odierni sono proprio gli Albanesi, i quali hanno mantenuto diverse tradizioni antichissime fino ai giorni nostri, ed è importante menzionarla qui, come ulteriore documento.

Plutarco attribuisce questa usanza alle popolazioni pelasgiche degli Avades o Amanti dell'Eubea. Afferma inoltre che questa usanza si formò per ragioni puramente militari, ovvero per evitare di essere afferrati per la fronte dagli avversari durante i combattimenti corpo a corpo.

Alessandro Magno lo faceva e ordinò ai suoi soldati di fare lo stesso.

Anche Strabone menziona la stessa cosa riguardo ai Pelasgi Curiti: "La tribù degli Eubei e il loro capo guerriero... poiché i guerrieri afferravano i loro capelli frontali durante il combattimento, se li rasavano" (Geografia, Vol. 1, p. 465).

E anche gli Spartani, tribù Dorica che proveniva dal nord, cioè dall'attuale Albania, nello stesso "Si rasano la parte anteriore della testa insieme alla barba."

In definitiva, la rasatura frontale rappresenta molto più di una curiosità etnografica; è un "documento vivente" inciso sulla pelle dei guerrieri. Dalle testimonianze di Plutarco e Strabone fino alle strategie militari di Alessandro Magno, questa tradizione unisce gli Albanesi ai grandi popoli dell'antichità, dai Pelasgi agli Spartani. La ribellione degli uomini di Ali Pascià contro l'abolizione di questo stile dimostra quanto profondamente l'identità di un popolo sia legata ai suoi simboli: un'eredità che, partendo da un'esigenza pragmatica di combattimento, è diventata l'emblema di una stirpe che non ha mai accettato di essere "afferrata" o sottomessa da nessuno.

📷 Nell'immagine un collage del particolare della testa di dipinti di soldati albanesi. Si distingue la parte anteriore rasata della testa dei guerrieri albanesi.

mercoledì 29 aprile 2026

L'ELEGANZA GUERRIERA DI SCUTARI 🇦🇱

📷 Nello splendore di uno scatto d’epoca firmato da Pietro Marubbi, pioniere della fotografia in Albania e nei Balcani, emerge la figura fiera di Frano Lleshi. Questa immagine non è solo un ritratto, ma un prezioso documento storico che cattura l’essenza dell’identità nobiliare e guerriera del nord dell'Albania.

Lleshi posa con la solennità di un uomo d'altri tempi, reggendo un fucile sulle spalle, simbolo di onore e protezione. Tuttavia, l'elemento che cattura immediatamente l'occhio è il suo abbigliamento: il Fistan (o fustanella) tipico della regione di Scutari.

Il Fistan Scutarino: Un Simbolo di Distinzione

Sebbene la fustanella, l'abito tradizionale Albanese, sia un elemento comune a diverse tribù Albanesi, l'abito indossato da Lleshi presenta caratteristiche uniche che lo distinguono nettamente dalle versioni del sud (Toskeria).

- La Lunghezza: A differenza della fustanella albanese Tosca, che solitamente si ferma sopra il ginocchio per favorire l'agilità nei terreni montuosi, il Fistani di Scutari si distingue per la sua lunghezza maestosa. Cade ben sotto il ginocchio, conferendo una silhouette più statuaria e cerimoniale.

- Il Volume: Composto da innumerevoli pieghe di tessuto bianco candido, il Fistan richiedeva metri di stoffa finissima, rendendolo un indizio immediato dello status sociale e della ricchezza di chi lo indossava.

 - Il Contrasto: L'ampia gonna bianca contrasta con il Ghamadan (il gilet) scuro, finemente ricamato con filigrana d'oro o seta nera, e la fascia rossa (Brez) che cinge la vita, dove spesso venivano alloggiate armi finemente lavorate.

Il Tocco di Marubbi

La scelta del fondale dipinto, che simboleggia un paesaggio naturale rigoglioso, è tipica dello stile di Pietro Marubbi. L'uso della luce mette in risalto non solo i lineamenti decisi di Lleshi e i suoi iconici baffi, ma anche la texture dei materiali: dal feltro rigido del cappello bianco (Qeleshe) alla morbidezza del cotone del Fistan.

Questo ritratto rimane una testimonianza vivente di un'epoca in cui l'abito non era solo decorazione, ma un linguaggio complesso che parlava di appartenenza etnica e geografica, fierezza clanica e dignità personale. Grazie all'archivio Marubbi e a figure come Frano Lleshi, il fascino senza tempo del costume tradizionale Albanese di Scutari continua a essere celebrato come un capolavoro dell'artigianato balcanico.

lunedì 27 aprile 2026

SCOZIA E ALBANIA 🏴󠁧󠁢󠁳󠁣󠁴󠁿🇦🇱

 

🌿 Il curioso caso dell'Antica Albania (Scozia Celtica) e le somiglianze culturali tra il popolo scozzese e quello albanese oggi.

In un affascinante parallelo storico, durante il XIX e l'inizio del XX secolo, molti viaggiatori britannici rimasero colpiti dalle straordinarie somiglianze culturali e strutturali tra le società tribali delle Highlands scozzesi e gli albanesi incontrati durante i loro viaggi nei Balcani.

Entrambe le culture condividevano una profonda enfasi sulla lealtà al clan, l'ospitalità, il codice d'onore e, naturalmente, la somiglianza visiva dei loro abiti tradizionali e degli strumenti musicali.

1- 𝐋𝐨𝐫𝐝 𝐁𝐲𝐫𝐨𝐧

Il fascino di Byron per l'Albania iniziò durante il suo "Grand Tour" nel 1809. Nelle sue lettere e nella sua famosa poesia "Childe Harold's Pilgrimage", paragona esplicitamente gli albanesi agli abitanti delle Highlands della sua stessa stirpe.

"Gli Albanesi, nel loro abbigliamento (il più magnifico al mondo, consistente in un lungo kilt bianco, un mantello ricamato in oro, giacca e gilet di velluto cremisi allacciati in oro, pistole e pugnali con montatura in argento), mi colpirono per la loro somiglianza con gli Highlanders scozzesi, nell'abito, nella figura e nel modo di vivere. Le loro montagne sembravano caledoniane, con un clima più gentile. Il kilt, sebbene bianco; la forma snella e attiva; il loro dialetto, celtico nel suono, e le loro abitudini resistenti, tutto mi ha riportato a Morven (Scozia)."

— Lettera alla madre, Catherine Gordon Byron (1809)

2- 𝐄𝐝𝐢𝐭𝐡 𝐃𝐮𝐫𝐡𝐚𝐦

Conosciuta dagli albanesi come la "Regina delle Montagne", Durham ha trascorso anni a documentare la vita nei Balcani. Considerava il sistema tribale albanese una reliquia vivente di una struttura sociale che un tempo esisteva in Scozia.

"L'organizzazione sociale delle tribù dell'Albania settentrionale è di sommo interesse, poiché ci mostra un sistema molto simile a quello dei clan scozzesi prima del '45, ma in una forma più primitiva e immutata. Lo stesso fiero orgoglio della stirpe, la stessa lealtà al capo, le medesime leggi della vendetta di sangue e dell'ospitalità che un tempo governavano le Highlands si ritrovano oggi tra le montagne dell'Alta Albania."

— Edith Durham, High Albania (1909)

4- 𝐇𝐞𝐧𝐫𝐲 𝐇𝐨𝐥𝐥𝐚𝐧𝐝

Come medico che viaggiò in Albania nel 1812, Holland (che aveva studiato a Edimburgo) era particolarmente in sintonia con l'atmosfera "settentrionale" del paesaggio e della popolazione albanese. Vedeva i guerrieri albanesi come un riflesso diretto dello spirito marziale scozzese.

"La somiglianza degli albanesi con gli scozzesi delle Highlands è una circostanza che è stata spesso notata... Si vede nel loro coraggio, nella loro rigida adesione alle usanze dei loro antenati e persino nei loro strumenti musicali. La gaida albanese (cornamusa) e le loro selvagge, dissonanti canzoni mi portavano spesso alla mente le montagne del nord."

— Travels in the Ionian Isles, Albania, Thessaly, and Macedonia (1815)

5- 𝐉𝐨𝐡𝐧 𝐂𝐚𝐦 𝐇𝐨𝐛𝐡𝐨𝐮𝐬𝐞

Hobhouse fu caro amico e compagno di viaggio di Lord Byron. Mentre Byron si concentrava sul lato romantico e poetico, Hobhouse fornì osservazioni più sociologiche, confermando la struttura basata sui clan.

"Gli albanesi sono una nazione di soldati... la loro andatura è eretta e maestosa. Hanno gli stessi pregiudizi di clan e la stessa incrollabile fedeltà ai loro capi locali degli antichi scozzesi. Come gli Highlanders, sono divisi in tribù, e queste tribù sono spesso in guerra tra loro, eppure si uniscono istantaneamente contro un nemico comune."

— A Journey through Albania (1813)

Questi autori identificarono collettivamente un "carattere degli altopiani" che trascendeva la geografia:

Lo spirito marziale: entrambi erano visti come "soldati nati" che preferivano il moschetto e il pugnale all'aratro.

La cornamusa: l'uso della labë o della gajde in Albania veniva spesso paragonato alla grande cornamusa degli altipiani.

L'isolamento sociale: poiché entrambe le regioni erano montuose e di difficile accesso, conservarono strutture sociali "primitive" (secondo la visione del XIX secolo) molto tempo dopo la modernizzazione del resto d'Europa.

Secondo Virgilio, Enea (l'eroe troiano) guida il suo popolo in Italia dopo la caduta di Troia. Suo figlio, Ascanio (Azgan = coraggioso "alb"), fondò la città di Alba Longa sui Colli Albani, nell'Italia centrale.

 Secondo la cronaca di Goffredo di Monmouth, "La storia di Albione", un'opera del XII secolo, Bruto di Troia, pronipote dell'eroe troiano Enea, giunse sulle coste dell'isola allora conosciuta come Albione. Dopo aver sconfitto una stirpe di giganti, ribattezzò l'intera isola "Bretagna" in suo onore. Alla sua morte, il regno fu diviso tra i suoi tre figli: Locrino prese il sud (Loegria/Inghilterra), Camber l'ovest (Cambria/Galles) e Albanatto ricevette in dono il territorio settentrionale. Chiamò il suo regno Albania (o Albany) in suo onore.

Anthony Munday nel 1611 scrive invece in maniera dettagliata la storia della Britannia:

"Poiché Bruto d'Albania, il fondatore della Britannia, venne a quest'Isola tramite l'Oracolo di Britannia (in Etolia), chiamato Diana di Calydonia sylua (antica città dell'Etolia): perciò chiamò quest'Isola di Britannia, della luminosa Bri-tana. Anche lo stesso Bruto, nato in Albania, bandito in Albania, e il primo fondatore della Britayne chiamato Albania; chiamava tutto il nostro Paese Britayne, Albion, seu Albania: non delle Bianche Rocce e Cliftes, come alcuni suppongono, ma dell'Albania in Asia, e dell'Albania Epiri in "Grecia", il Paese di Eleno e Andromaca, Regina di Albania Epiri, donde Bruto d'Albania portò i Troiani Albanesi, fondatori di Britayne."

(Anthony Munday - 1611)

Mentre la storia suggerisce una migrazione da Troia (Balcani?!) verso l'Italia e dall'Italia verso la Britannia, con tracce nei toponimi Alban, Albania, molti dei quali ritrovati anche nel sud-est della Francia, la storia di Troia è considerata mitica dagli storici moderni, sebbene i collegamenti linguistici siano molto reali:

Da Albania ad Alba: Il nome "Albania" usato dai cronisti medievali è la versione latinizzata di Alba, il nome gaelico della Scozia, ancora in uso oggi.

Albion: Questo rimane il nome più antico conosciuto per l'isola della Gran Bretagna. Sebbene le sue origini esatte siano dibattute, è spesso collegato alle bianche scogliere (albus) di Dover o all'antica radice celtica per "mondo" o "terra alta".

 Il legame linguistico: è una sorprendente coincidenza storica che la stessa radice della parola - che significa "bianco" - abbia dato origine ai nomi sia dell'Albania balcanica (dalla tribù illirica Albani) che dell'Albania scozzese (Alba).

 -Albanoi o Albani (tribù illirica), (Elbasan, Albania)

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 - Alba Longa e Lago Albano, (Roma, Italia)

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 - Fiume Arvan, Valee de l'Arvan, Saint Alban des Villards, Montricher-Albanne, Albiez-Montrond, Saint-Sorlin-d'Arves, (Savoia, Francia)

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 - Mont Alban (Nizza, Francia)

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 - Plateau d'Albion (Alpi dell'Alta Provenza, Francia)

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 Albione (Inghilterra) 

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 Albania (Scozia)

domenica 26 aprile 2026

I PELASGI E I LORO DISCENDENTI: GLI ALBANESI 🇦🇱

 

✒️ Una raccolta divulgativa ampliata delle opere di Frassari Adamidi (1902)

📜 Nel suo studio pubblicato all'inizio del XX secolo, Frassari Adamidi propone un'ampia e ambiziosa ricostruzione delle origini più antiche dei popoli balcanici ed europei. Al centro della sua tesi vi è l'idea che i Pelasgi, una popolazione pre-ellenica menzionata nelle fonti classiche, non siano scomparsi né si siano completamente assimilati, ma siano sopravvissuti nei loro diretti discendenti: gli Albanesi.

Secondo Adamidi, il principale strumento per dimostrare questa continuità non è l'archeologia o i dati storici, spesso frammentari, bensì la lingua, che egli considera il criterio più forte e stabile. Le lingue, sostiene, conservano tracce profonde delle origini dei popoli, anche quando eventi storici, conquiste o trasformazioni politiche ne hanno modificato l'aspetto esteriore.

La lingua albanese come chiave del passato:

L'autore sostiene che la lingua albanese rappresenti uno degli idiomi più antichi d'Europa. A differenza del greco e del latino, che si ritiene siano stati raffinati e trasformati nel corso dei secoli, l'albanese ha conservato una struttura basilare e arcaica, composta da radici brevi, parole semplici e significati originali. Questa caratteristica lo rende una sorta di fossile linguistico vivente, capace di illuminare fasi antichissime della storia indoeuropea.

Attraverso un ampio confronto lessicale, Adamidi dimostra come molte parole albanesi presentino forti analogie con il sanscrito, il greco antico e il latino, spesso in forme che egli considera più primitive e meno elaborate. Ciò lo porta a credere che l'albanese non sia una lingua derivata dal greco, ma è piuttosto il contrario o una sorella maggiore, se non una base comune da cui derivarono altre lingue classiche.

Un'unica grande famiglia pelasgica:

Secondo questa interpretazione, i Pelasgi non erano un popolo isolato, ma il lignaggio originario delle numerose popolazioni dell'antica Europa sudorientale: gli Illiri, gli Epiroti, i Macedoni, i Dori, gli Joni e altri gruppi descritti come "barbari" dagli autori greci. La distinzione tra greci e non greci, sostiene Adamidis, è il risultato di uno sviluppo culturale diseguale, non di una vera e propria divisione etnica o linguistica.

Le popolazioni della Grecia classica, in particolare gli Ateniesi, svilupparono una lingua più "raffinata", mentre le popolazioni delle regioni montuose e periferiche conservarono forme linguistiche più antiche, considerate "grezze" solo da una prospettiva ellenistica. In questo contesto, l'Albania – identificata con la "Grande Macedonia" di Strabone – conservò l'antica lingua pelasgica per il periodo più lungo.

Continuità culturale e tradizioni popolari:

Adamidis non limita la sua analisi alla sola lingua. Osserva come molte tradizioni sociali e culturali albanesi – l'organizzazione delle famiglie, le divisioni in clan, le danze rituali, i canti funebri, il rapporto con la natura – presentino sorprendenti analogie con le descrizioni degli antichi costumi balcanici, in particolare quelli di Sparta e Doria, che solo in tempi moderni furono falsamente denominati come greci.

Questi elementi non sarebbero semplici coincidenze folkloristiche, bensì la prova di una profonda continuità storica, che collega direttamente il mondo omerico e preomerico con le popolazioni Albanesi, Arvanite e Arbëresh contemporane.

Le radici della mitologia greca:

Una parte considerevole dell'opera è dedicata alla mitologia. Adamidis sostiene che molte divinità greche abbiano origine da concetti religiosi pelasgici, i cui nomi e significati sono meglio comprensibili attraverso la lingua albanese. Zeus, Era, Demetra, Persefone, Apollo e altre figure divine sarebbero sorte da antiche parole albanesi che significano sole, luce, terra, fertilità, giudizio e giustizia.

Da questa prospettiva, la mitologia greca non sarebbe un sistema di nuova creazione, ma il risultato di una rielaborazione culturale di credenze molto più antiche appartenenti al mondo pelasgico e albanese.

La conclusione dell'autore

Adamidi giunge infine a una conclusione chiara:

I Pelasgi non sono scomparsi, ma hanno continuato a vivere attraverso i loro discendenti, gli Albanesi, gli Arvaniti e gli Arbëresh. La lingua albanese, le tradizioni popolari e le somiglianze linguistiche e mitologiche costituirebbero la prova di questa sopravvivenza.

Comprendere l'albanese, secondo l'autore, significa quindi rintracciare le origini più profonde della civiltà greca, latina ed europea, dove storia, lingua e mito si incontrano.

sabato 25 aprile 2026

UN CERCHIO CHE SI CHIUDE TRA LE MURA DEL TEMPO 🇦🇱💚💛❤️

 

🌿 Esistono luoghi dove il tempo sembra non avere potere e dove la storia dei nostri antenati Pelasgi risuona ancora tra le mura delle fortezze.

Tra le pietre ciclopiche che custodiscono il respiro dei secoli, il destino tesse trame che l’occhio umano fatica a scorgere. In una giornata sospesa tra preghiera e storia, sotto il sole dell'antica Berat, un dialogo sulle nostre radici più profonde si è trasformato in un prodigioso incontro. È la cronaca di un legame invisibile che unisce l'Albania alle terre d'Etiopia, la prova che il sangue riconosce sempre la sua origine.

Ero in Albania e passeggiavo insieme a Padre Joan, presbitero Cristiano Ortodosso Albanese della Chiesa Ortoddossa autocefala d'Albania; passeggiavamo tra le mura Pelasgiche dell'antico castello di Berat (Bër nga Ati: Fatto dal Padre) meditando tra noi sul glorioso passato dei nostri antenati Pelasgi che costruirono quelle possenti mura ciclopiche e di come le nostre radici più profonde, linguistiche ed etniche, affondassero nella lontana terra d'Etiopia, dalla popolazione più antica del mondo.

"Dagli Etiopi, nostri nonni, nacque la prole antica Pelasgica (Pjell Lashtë) da cui noi discendiamo" raccontavo tutto felice al padre Joan, parlando di Memnone re d'Etiopia e suo zio PariDhe principe di Troja di stirpe dardana, di Achille i shpejti e Pirro, dell'albero genealogico Arbërore da Noè a Dardano, e nella contentezza che padre Joan mi stesse ascoltando così interessato ecco davanti a noi un Etiope; lì in Albania... Chi lo avrebbe mai detto? Era un turista che come me ammirava quelle enormi mura.

"Egziabher Yimasgan" (Dio sia Lodato) gridai. Il ragazzo Etiope si girò stupito e così dopo esserci presentati abbiamo parlato proprio delle nostre origini. 

In quel momento il nonno Etiope e il nipote Pelasgo-Albanese si sono incontrati. 

Amichevolmente ci siamo abbracciati e per immortalare quel bellissimo momento ci siamo fatti una foto.

Il caso non esiste. Dio sia Lodato!!!

In quell'abbraccio, le pietre millenarie di Berat sembravano vibrare, non più come freddi resti di un passato remoto, ma come testimoni viventi di una promessa mantenuta. Mentre l'obiettivo della macchina fotografica catturava i nostri sorrisi, sentivo che non eravamo solo due stranieri che si incrociavano per caso: eravamo due frammenti dello stesso specchio che tornavano a riflettersi l'uno nell'altro dopo millenni di separazione.

Padre Joan guardava la scena con un sorriso colmo di grazia, quasi vedesse in quell'incontro la prova tangibile che il sangue e lo spirito non dimenticano mai la propria casa.

Le parole "Pjell Lashtë" non erano più solo un concetto etimologico, ma un battito accelerato nel petto; il legame tra la terra dei leoni d'Etiopia e le aquile d'Albania si era rifatto carne e ossa sotto il sole del castello.

Mentre ci salutavamo, guardando quel ragazzo etiope allontanarsi tra i vicoli di pietra, compresi che quel giorno non avevamo solo scattato una foto, ma avevamo guarito una nostalgia ancestrale. La storia ci ha divisi, i confini ci hanno allontanati, ma la mano di Dio ci ha ricondotti lì, sulle mura costruite dai padri, per ricordarci che **sotto il cielo non esistono stranieri, ma solo fratelli che hanno camminato a lungo per ritrovarsi.**

"Il sangue chiama, la terra risponde, 
e la fede unisce ciò che il tempo
credeva di aver perduto."

Dio sia Lodato, ora e sempre.

giovedì 23 aprile 2026

IL LEONE D'ALBANIA: L'ULTIMO DIFENSORE DELLA CRISTIANITÀ DEL MEDIOEVO 🇦🇱

 

Ecco la traduzione in italiano del testo della foto. Si tratta di un resoconto storico celebrativo su **Giorgio Kastriota**, meglio conosciuto come **Scanderbeg**, l'eroe nazionale albanese.

« Giorgio CASTRIOTA, principe degli Epiroti, che per le sue celeberrime imprese fu soprannominato Scanderbeg, ovvero Alessandro Magno. »

Si dice che il sultano Murad, appresa la morte di Scanderbeg, si sia lasciato andare a trasporti di gioia. «A me, ora,» esclamò, «appartengono l’Oriente e l’Occidente. Guai agli infedeli che hanno perso i loro bastioni.» In effetti, Scanderbeg era per l’Occidente — come afferma Lamartine nella sua *Storia dell’Impero Ottomano* — l’ultimo difensore del cristianesimo contro l’invasione dell’Islam. Le rocce dell'Illiria sostituivano ormai per loro le mura di Costantinopoli.

Fisicamente, Scanderbeg era un uomo di statura e forza prodigiose. Ancora giovane, trionfò in molti duelli contro temibili avversari. Si racconta che, durante la campagna condotta in Bitinia con Murad II — alla cui corte si trovava con i suoi fratelli in qualità di ostaggio — dopo aver scalato per primo le mura della città di Otrée, balzò nella piazza e si ritrovò solo; ma al suo apparire, i difensori furono talmente spaventati che chiesero di capitolare. I fratelli di Scanderbeg morirono avvelenati alla corte del sultano; lui stesso, il più giovane, riuscì a tornare in Albania solo nel 1443, dopo la sconfitta di Niš.

«Il nome di Scanderbeg,» scrive un autore, «la sua giovinezza, il suo volto, la sua eloquenza, il suo rango in Albania, il suo prestigio nelle armate turche — che egli avrebbe saputo sconfiggere meglio proprio perché le aveva sbalordite con la sua audacia — animarono l'assemblea dei principi e dei signori d'Albania (convocata ad Alessio poco dopo il suo arrivo) con un eroismo che si diffuse il giorno seguente tra le donne, i vecchi e i bambini, fino alle più remote rocce d’Albania. Con voce unanime, l'anima della rivolta ne fu proclamato capo. L'Albania non riconobbe altro principe se non colui che le restituiva la sua nazionalità e la sua religione; tesori, armi, braccia, cuori, vita e morte: tutto fu suo.

Scanderbeg divenne in un sol giorno la vita degli albanesi. Da quel momento, la vita di Scanderbeg non fu che una lotta continua e gloriosa contro le innumerevoli armate dei sultani, che vennero a infrangersi, impotenti, durante 25 anni di lotte tra le rocce dell'Albania. Il numero dei difensori di questo paese non era considerevole, appena ventimila uomini, ma la passione per l'indipendenza, che era alla fonte del loro eroismo, diede loro la forza che li rendeva invincibili. Con Scanderbeg alla loro testa, scoraggiarono avversari del calibro di Murad II e Maometto II. L'eroe albanese morì ad Alessio il 17 gennaio 1476, in seguito a una febbre maligna. Con lui scomparve la figura più nobile e pura dell'Albania, una di quelle che restano tra le più belle del Medioevo.»
D. B.

Tratto da: La Question Albanaise (La questione albanese)

Sottotitolo/Serie: Les droits des petits peuples devant la Conférence de la Paix (I diritti dei piccoli popoli davanti alla Conferenza della Pace)

A cura di (Curatore): Démètre Beratti (Études recueillies et publiées par les soins de Démètre Beratti)

mercoledì 22 aprile 2026

L'ARNAUTIKOS o HASSAPIKOS 🇦🇱 (La danza dei Guerrieri della Città o Danza degli Albanesi)

 

📜 «Tre papór u ngrén e van
në Stampól në vénd e tan …»
(Tre piroscafi si alzarono e andarono a Costantinopoli, nei nostri luoghi...)

Queste sono le parole di un canto Albanese Arvanita-Arbëresh. 

Quanta verità queste parole nascondono dentro di loro!?

Eppure, sono completamente vere e non sono state dette per "licenza poetica".

Sul legame senza tempo degli Albanesi Arvaniti-Arbëresh con questa Città (Costantinopoli), molte cose ce lo testimoniano, poiché:

1. Lì, i nostri antenati Lelegi cioè Pelasgi (di Megara), costruirono Bisanzio.

2. Lì, il anche il nostro Costantino il Grande fondò l'Impero Bizantino. (Costantino era Albanese)

3. Lì, i anche i nostri imperatori Costanzo, Giuliano, Anastasio I, Giustino I, Giustiniano il Grande e Giustino II (tutti albanesi, Illiriciani), nel loro sforzo di collegare l'antica cultura con quella cristiana, costruirono un nuovo tempio alla Sapienza, che chiamarono tempio "della Divina Sapienza di Dio" (cioè "Agia Sophia").

4. Lì cadde difendendo la Città l'ultimo, anch'esso nostro albanese, Cesare Costantino Paleologo o Dragases, avendo al suo fianco combattenti Albanesi Arvaniti-Arbëresh, mentre tutti gli altri erano nascosti nei monasteri.

5. Lì infine, e dentro "Arnaout-kioï" (il villaggio Albanese Arvanita-Arbëresh della Città), aveva la sua sede e rifugio la Società Amicale (Filikí Etería), negli anni difficili poco prima dello scoppio della Rivoluzione Arvanita del '21.

Lì dunque, in questa Città, fu presentata e conservata una danza di cui solo una piccola parte è giunta fino ai giorni nostri, rubata dal moderno stato greco, con il nome di "Hassapikos".

L' "Hassapikos" o anche "Politikos" (costantinopolitano), con il suo ritmo sincopato, veniva ballato negli anni del dominio ottomano dagli Albanesi della "Corporazione dei Soldati" a Pera e nella Piazza dell'Ippodromo, ed era allora conosciuto come "Arnaoutikos" (la Danza degli Albanesi), Arnaut era il termine utilizzato dai turchi per identificare gli albanesi.

Sul come i "Guerrieri" chiamassero questa danza, e anche su come venisse ballata, esiste una testimonianza del XVIII secolo.

Nella Cronaca di Pierre Augustin Guys, membro dell'Accademia di Scienze e Belle Lettere di Marsiglia, pubblicata nel 1783, è riportata una lettera di Madame Chénier, madre del grande poeta francese André Chénier (che non è altri che Elisabeth Santi-Loumaki), dove, tra le altre cose, descrive anche questa danza.

La mia intenzione non è quella di fare riferimento a una danza e descriverla solo perché è una creazione degli Albanesi Arvaniti-Arbëresh, ma perché riveste un interesse particolare sia per il "come" che per il "perché" veniva ballata.

Seguite dunque l'interessante descrizione della signora Santi-Loumaki:

📜 "L'Arnaoutikos [la Danza degli Albanesi] è ballato oggi a Pera e nella piazza dell'Ippodromo da 200 a 300 ksap-oglan. Sono Macedoni [cioè Albanesi] robusti e coriacei. I ksap-oglan si sono assicurati privilegi sconosciuti ai Greci. Ad esempio, circolano con grandi coltelli e nei loro viaggi hanno il diritto di indossare turbanti e vestiti verdi come i Turchi.

[Nel ballo] Stanno l'uno accanto all'altro e si tengono saldamente per la vita. Fanno tutti lo stesso passo, tanto che sembra formino un unico corpo. I due capi, i primi ballerini, stanno separati reggendo un coltello. Uno si distingue per l'abbigliamento sontuoso e per una nappa che ha sul cappello come il cimiero di un elmo. Altri quindici ballerini, anch'essi distaccati dal corpo principale della danza, sono armati di coltelli, bastoni e fruste.

Non riconoscete dunque, chiede Madame Chénier, nei primi ballerini, Alessandro ed Efestione, e non vedete negli altri Parmenione, Seleuco, Antigono, Tolomeo, Cassandro e gli altri generali di Alessandro? [ A conferma che i Macedoni erano Albanesi e non greci]

Questi "generali", seguendo il ritmo della danza, fanno successivamente una genuflessione davanti al capo. Egli, con l'arma che impugna o con un gesto della mano, ordina loro di trasmettere i suoi ordini alle linee dell'esercito. I "generali" si disperdono immediatamente, correndo con fretta alcuni al centro e altri alle estremità, battendo vivacemente il piede a terra o schioccando la frusta, e mettono in movimento i loro "soldati". Quelli, a volte camminano e a volte ballano sul posto, così che sembra si scuotano o vacillino. Segue una nuova fase. Il capo e il suo seguito (quindici "generali"), camminando a passo ritmico, percorrono le linee lungo la danza per un'ispezione. Con le mani dietro la schiena, il capo guarda fiero e fiducioso i ballerini che si inginocchiano mentre passano davanti a lui.

Mentre il primo ballerino torna alla sua postazione dopo l'ispezione, si presenta un'altra danza che rappresenta sicuramente l'esercito di Dario. Il capo e i quindici "generali" iniziano una danza circolare, come per tenere un consiglio di guerra. Gli strumenti musicali suonano più forte. I "generali" fuggono in fretta per affrettare la mobilitazione delle truppe. La danza procede ora a grandi passi. Improvvisamente il motivo della musica cambia completamente. È il cosiddetto "katakoptos" (ritmato/interrotto).

I ballerini si dividono in settori con un capo alla testa e avanzano con passo saltellante. Madame Chénier suppone che questo movimento significhi il passaggio del Granico. La divisione dell'esercito in più settori è stata fatta perché era impossibile per la falange attraversare il fiume in formazione compatta. I ballerini che incarnano i soldati di Alessandro Magno indicano con la marcia saltellante il loro dinamismo durante l'assalto o gli ostacoli che presentano il terreno e l'impeto del fiume.

Dopo aver superato queste difficoltà, ricomincia la prima musica. La danza riprende la sua composizione iniziale e si schiera in una linea di fronte all'altro esercito che avanza per conquistare il territorio nemico. Le due danze contrapposte si lanciano, si scontrano e danno l'immagine sconvolgente di una vera guerra. E mentre lo scontro iniziale costituisce una valutazione convenzionale della battaglia, in breve si evolve in una vera e propria guerra, poiché i giovani, eccitati dalla danza e dal vino, si lasciano trascinare involontariamente in violenti duelli.

Durante la danza, alcuni giovani portano brocche piene di vino e offrono da bere ai compagni. Ma anche le donne delle case vicine offrono vino ai ballerini per prolungare la danza sotto le loro finestre.

Spesso, durante questi scontri che ricordano le battaglie dei Lapiti, quindici o venti ballerini rimangono sul campo. Per questo motivo l'Arnaoutikos [la Danza degli Albanesi] è stato vietato recentemente a Costantinopoli. Inoltre, i giannizzeri si infuriano vedendo armati gli infedeli quando loro, veri musulmani, non godono di tali libertà.

Secondo Madame Chénier, l'Arnaoutikos [la Danza degli Albanesi] non è una danza di guerra ma una rappresentazione delle gesta belliche di Alessandro Magno [antenato degli Albanesi]. E come ulteriore elemento persuasivo alla sua interpretazione, cita il canto che i suonatori di lira cantano mentre si balla l'Arnaoutikos:

"Dov'è Alessandro il Macedone
che dominò il mondo intero?..."

L'Eredità di un Passo Immortale

In definitiva, l'**Arnaoutikos** (la Danza degli Albanesi) non è solo una danza, ma un archivio vivente di pietra e carne. Attraverso il ritmo sincopato e la forza dei *ksap-oglan* albanesi, essa ci restituisce l'immagine di un popolo — quello degli **Albanesi Arvaniti-Arbëresh** — che non ha mai smesso di essere protagonista della Storia, dall'antico regno di Macedonia alle fondamenta di Bisanzio fino alle corti di Costantinopoli.

Quello che oggi il mondo conosce come *Hassapikos*, rubato dal moderno stato greco agli albanesi, spogliato della sua carica guerriera originale, nasconde nelle sue radici il fumo delle battaglie di Alessandro Magno e l'orgoglio dei generali macedoni. Ogni passo battuto a terra, ogni presa salda alla vita del compagno, è un richiamo ancestrale alla **falange**, all'unità di un corpo solo che non indietreggia davanti al nemico.

Riscoprire l'Arnaoutikos (la Danza degli Albanesi) significa dunque restituire agli Albanesi il loro ruolo di custodi di un'epopea millenaria. È la dimostrazione che, nonostante i divieti ottomani, il furto spudorato del moderno stato greco o i cambiamenti dei secoli, l'anima di un popolo non può essere messa in catene finché c'è un canto da intonare e un piede che batte il tempo. Come recita quel vecchio canto Arvanita-Arbëresh, i piroscafi possono anche partire per nostre terre lontane, ma il legame con la "Città" e con la propria gloria rimane impresso nel sudore e nel vino di questa danza immortale.

**Perché finché l'Arnaoutikos (la Danza degli Albanesi) vive, Alessandro il Macedone non ha mai smesso di dominare il mondo.**

📷 Nella foto: La danza Arnaoutikos (la Danza degli Albanesi) a Costantinopoli nel XVIII secolo. L'immagine si concentra sul momento culminante della rappresentazione: i capi-ballerini albanesi (rappresentanti Alessandro e Efestione) si confrontano in un finto duello, mentre un corpo interconnesso di ballerini si tiene saldamente per la vita e forma un'unità. I quindici "generali", con piume sui cappelli e fruste, si schierano a semicerchio in primo piano, a simboleggiare l'ispezione della truppa. Le donne guardano dalle finestre e sono presenti brocche di vino. L'architettura bizantina e ottomana si fondono sullo sfondo, e la luce solare proietta lunghe ombre sulla piazza di Pera, conferendo un'atmosfera d'epoca.

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