🌿 C’è un filo invisibile ma d’acciaio che unisce le vette dell’Albania alle falde della storia antica. Per secoli, l’identità di questo popolo non si è esaurita nei confini di una mappa contemporanea, ma si è riflessa nello specchio deformante e glorioso del mito classico. Chi erano davvero gli Albanesi agli occhi del mondo e di se stessi tra il XV e il XVII secolo? La risposta è scritta nei documenti, nei poemi e nelle lettere dei loro più grandi condottieri: erano i figli di Pirro e i soldati di Alessandro Magno.
La firma della nobiltà: il rapporto al Duca di Savoia
Non si trattava di una suggestione passeggera, ma di una rivendicazione formale, politica e militare. Nel *1592*, inviando un dettagliato rapporto al duca di Savoia Emanuele I, i rappresentanti albanesi non ebbero esitazioni: indicarono se stessi e firmarono l'atto come *"Macedoni o Epiroti"*. Questa consapevolezza geometrica delle proprie radici era così radicata che persino i sovrani stranieri la recepivano come un dato di fatto. Non è un caso che presso la corte di Napoli, il corpo d’élite costituito dai mercenari albanesi che vigilava sulla sicurezza dei sovrani fosse ufficialmente denominato *"Reggimento Macedone"*.
Sulle tracce di Alessandro: la testimonianza di Tzanes Koronaios
Questa totale sovrapposizione d'identità trova una sponda poetica e letteraria nei versi di Tzanes Koronaios. Nel suo poema dedicato alle gesta del celebre capomeditano albanese *Mercurio Bua*, il rapsodo canta le imprese dei cavalieri che Bua aveva condotto con sé dalla Morea. Tra le righe della sua opera, Koronaios compie un'operazione straordinaria: per far quadrare la metrica dei suoi versi, utilizza in un punto il termine "Macedoni" e in quello successivo "Albanesi", fondendo i due concetti in un unico, indistinguibile significato.
Il culmine della rapsodia è un paragone diretto, quasi mistico, tra Mercurio Bua e l'eroe per eccellenza della Macedonia antica. Il poema si chiude infatti con versi che risuonano come un passaggio di testimone millenario:
> Il bell'esempio che ne trassero e gli dicevano:
> «Cerca di essere il primo re e signore della corona»,
> Dicevano: «Guarda Alessandro, per vedere i Macedoni».
> Ebbene, quello che dicevano ad Alessandro allora,
> Anche ora: guarda Mercurio per vedere i soldati.
L’orgoglio di Skanderbeg: la risposta al Principe di Taranto
Se nel tardo Cinquecento questa eredità era un fatto culturale, nel XV secolo era l’arma retorica e identitaria con cui il condottiero e stratega *Giorgio Castriota*, immortale come *Skanderbeg*, zittiva l'arroganza delle corti italiane.
Rispondendo con fermezza alle ironie del Principe di Taranto, l’eroe nazionale degli Albanesi mise nero su bianco una genealogia che non ammetteva repliche, legando il sangue del suo popolo a due dei più grandi conquistatori dell'umanità:
> «I nostri antenati erano Epirotici, dai quali discese quel Pirro, alla cui foga a stento poterono resistere i Romani; colui che combattendo conquistò Taranto e altre terre d'Italia... Se prendi in considerazione che l'Albania costituisce parte della Macedonia, ammetterai che ancora più nobili erano i nostri antenati che, con Alessandro il Grande alla testa, avanzarono fino alle Indie. Da quelli discendono coloro di cui tu ironizzi». <
Dall'Epiro che terrorizzò Roma alla Macedonia che sottomise l'Oriente fino alle Indie: nelle parole di Skanderbeg c'è l'essenza di un popolo che non ha mai smesso di guardare alla propria terra come alla culla di re e di imperi. Gli Albanesi, i Macedoni, gli Epiroti: tre nomi per un unico, fiero destino di guerrieri.
Non semplici mercenari, dunque, ma eredi legittimi di un’epopea che dalle vette dei Balcani si era spinta fino alle Indie. Quando gli Albanesi firmavano come Macedoni o Epiroti, non stavano solo rivendicando un territorio: stavano ricordando al mondo che la foga che aveva fatto tremare Roma e l'audacia che aveva sottomesso l'Oriente erano vive, vegete e pronte a combattere sotto nuove bandiere. Una lezione di dignità e memoria che, a distanza di secoli, continua a brillare di una luce fiera e tagliente come la spada di Skanderbeg.
Ricordare oggi queste testimonianze non significa solo rispolverare vecchie cronache diplomatiche o versi d’occasione. Significa comprendere l'essenza profonda di un popolo che, nei secoli più bui della sua storia, ha rifiutato di farsi schiacciare, aggrappandosi alle radici più nobili e furiose del proprio passato. Da Pirro ad Alessandro Magno, fino al genio militare di Skanderbeg e Mercurio Bua: per gli Albanesi, definirsi Epiroti o Macedoni non era un vezzo accademico, ma uno scudo d'identità e una fiera dichiarazione d'intenti. Quella stessa dignità che ancora oggi risuona come un monito intramontabile: la storia non si cancella, e il sangue dei re, prima o poi, torna sempre a reclamare la sua corona.
L’identità di una nazione non è definita dalle linee effimere tracciate sui trattati di pace, ma dalla memoria collettiva del suo popolo e dei suoi eroi. Identificarsi con i Macedoni e gli Epiroti significava, per gli Albanesi del XV e XVI secolo, rivendicare una cittadinanza universale nella gloria della civiltà occidentale e orientale. Una stirpe di condottieri che ha attraversato i millenni cambiando nome sulle mappe, ma mai l'anima: fiera, indomita e indissolubilmente legata al mito dei giganti della terra.
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