Tucidide lo scrisse oltre duemila anni fa: «La ricerca della verità è così difficile che la maggior parte delle persone preferisce rivolgersi a ciò che è già pronto».
Per secoli, gran parte della storiografia moderna sembra aver seguito proprio questa scorciatoia. Nel trattare le complesse e viscerali dinamiche dei Balcani antichi, l'etichetta più comoda è stata spesso quella di racchiudere tutto sotto un unico, rassicurante ombrello: "Greci". Eppure, non esiste un monumento o un documento che giustifici questa semplificazione. La storia reale, quella scritta sul campo e scolpita nelle decisioni degli imperatori, racconta una verità ben diversa: la storia di una simbiosità d'acciaio tra Roma e gli *Illiri*.
Il prezzo del sangue e la lezione ad Augusto
Apprendendo dall'Eneide di Virgilio essere gli Albani gli antenati degli stessi romani, fu il primo imperatore, Ottaviano Augusto, a comprendere che l'Illyricum non era una semplice provincia periferica, ma il cuore strategico dell'Impero, abitata da un popolo con una tradizione guerriera impareggiabile. Per anni Roma aveva considerato gli Illiri semplici truppe ausiliarie — carne da cannone a basso costo. Ma nel 6 d.C. il meccanismo si inceppò.
La scintilla scoccò quando Roma ordinò una leva forzata per inviare i guerrieri illirici a combattere in Germania. Radunati e consapevoli della propria forza numerica e disciplina, gli Illiri rifiutarono di combattere per paura o per conto terzi. Guidati da *Bato il Desidiate*, capo dell'antica tribù albanese dei Desidiati, imbracciarono le armi in quella che passò alla storia come la *Grande Rivolta Illirica* (Bellum Batonianum).
Un esercito di oltre 200.000 uomini travolse le guarnigioni romane. A Roma si scatenò il panico: Svetonio definì quella guerra la più difficile e più grave minaccia affrontata dall'Impero dai tempi di Annibale. Fu necessario il richiamo di Tiberio e lo schieramento di oltre 10 legioni — più di 100.000 soldati — per piegare, dopo tre anni di guerriglia spietata e terra bruciata, la resistenza illirica.
Quando alla fine Bato si arrese nel 9 d.C. e fu condotto al cospetto di Tiberio, lasciò alla storia una frase stampata a fuoco, una metafora d'orgoglio ancora viva nella tradizione albanese:
> "La colpa di questa guerra è vostra, Romani: perché a custodia delle vostre greggi non avete inviato né cani né pastori, ma lupi." <
Augusto e Tiberio colsero il messaggio. Bato non fu giustiziato; fu esiliato e inviato a vivere con i massimi privilegi romani a Ravenna. Roma non poteva permettersi di distruggere gli Illiri: doveva assimilarli.
Dal *Plis* alla porpora imperiale
Da quel momento, il confine danubiano venne ribattezzato *confine illirico*, protetto e presidiato da coloro che riscuotevano e gestivano il *Vectigal Illyricum* (il Tributo Illirico) lungo tutte le dogane del fiume. Sempre più Illiri indossarono il *Plis* bianco, il cappello tradizionale simbolo di libertà e di una cittadinanza conquistata con il valore delle armi.
Gli Illiri non persero mai la propria identità, la lingua o il legame profondo con la natura e la venerazione per il Genio della Guerra, persino quando nel resto dell'Impero dilagava il Mithraismo. Ma scelsero massicciamente la carriera militare.
Quando nel II secolo d.C. Settimio Severo stravolse le istituzioni e il potere reale passò dal Senato alle legioni, l'Illiria — che ospitava oltre 10 legioni stanziali — si ritrovò ad avere in mano le chiavi dell'Impero. Gli Illiri non avevano solo conquistato la cittadinanza: avevano preso Roma dall'interno, giocando e vincendo secondo le regole romane. Da questa terra nacquero gli imperatori che salvarono l'Impero nel III secolo. E fu l'imperatore illiro Costantino il Grande a edificare la Nuova Roma e a porre fine alle persecuzioni cristiane rendendo la Fede Cristiana una religione lecita in tutto l'Impero Romano, fondando l'Impero Romano Cristiano Ortodosso d'Oriente.
La grande illusione della storiografia
Di fronte a questa cronologia d'acciaio, la domanda sorge spontanea: *perché parlare genericamente di "Impero Greco-Romano"?*
La realtà storica rispecchia la visione pragmatica che già fu di Alessandro Magno prima e dei Romani poi. Il Latino e la Koinè, le due lingue coloniali, in questa mastodontica macchina statale e militare, svolsero un ruolo fondamentale, ma prevalentemente tecnico, culturale e burocratico, che veniva compreso solo dai letterati e gli istruiti a tale scopo; il popolo parlava la lingua natia. Il Latino e la Koinè servivano per l'amministrazione, per i registri, per la filosofia, la religione e la contabilità.
Sono sempre stati gli Albanesi i veri Romioi, che dagli imperatori, all'esercito e al popolo, se istruito in base le varie amministrazioni, poteva parlare, scrivere e leggere in Latino e Koinè, ma in casa e in mezzo a tutti parlava la sua lingua natia, la sua lingua madre.
E quindi la struttura dell'Impero, la sua difesa, le sue decisioni politiche e religiose nel loro cuore e il sangue versato per proteggerne i confini non parlavano greco o latino.
Parlavano la lingua dei guerrieri che, dalle montagne balcaniche, avevano insegnato a Cesare e ad Augusto che i lupi non si usano come cani da guardia.
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