martedì 31 marzo 2026

DA ACHILLE A PIRRO A SKANDERBEG: LA LUNGA MEMORIA DEGLI ALBANESI


 ⚔️ Pirro, che le narrazioni moderne cercano di separare dall’Albania e di dissolvere in una Grecia classica idealizzata, veniva ancora chiaramente identificato come Albanese dai primi studiosi europei, non per anacronismo, ma per memoria. Nelle edizioni annotate che accompagnano *Histoire de Georges Castriot* di Jacques de Lavardin (Parigi, 1596), la nota a margine non lascia alcun dubbio: «Pyrre o Pyrrhus, Albanese».

E nella sua poesia «Gli Albanesi», Pierre de Ronsard rende questa continuità innegabile. Non parla di Greci, ma di Albanesi, il cui sangue antico, come scrive, «si dice discenda dal valoroso» Achille. La linea ereditaria si concretizza immediatamente: «Pirro me ne è testimone… e Gjergj Kastrioti Skanderbeg…», collegando Pirro d'Epiro a Skanderbeg all’interno della stessa continuità eroica.

Questa non è un’ornamentazione poetica, ma una coscienza storica conservata nella letteratura rinascimentale. Achille sta all’origine, Pirro come erede dinastico, Skanderbeg come continuazione vivente. La catena non è implicita, è dichiarata:

Achille → Pirro → Skanderbeg → gli Albanesi.

Figli dell’aquila, figli di Pirro: questa non era un’invenzione, ma un’eredità. Nelle pagine erudite dell’Europa della prima età moderna non vi era alcuna ambiguità: Pirro stava come testimone, Skanderbeg come prova, e l’Epiro come loro terra comune. Lo stesso luogo, lo stesso popolo. I nomi possono cambiare, ma il popolo resta.

lunedì 30 marzo 2026

I GUARDIANI DELLE MONTAGNE: I Soldati Albanesi dell'Epiro 🇦🇱⚔️


📷 L'immagine evoca l'epopea dei soldati Albanesi dell'Epiro, figure leggendarie che hanno attraversato la storia balcanica. Più che un semplice ritratto, è una finestra su un mondo di tradizione e di strenua difesa delle proprie terre.

Un'Iconografia Radicata nel Tempo

Il soldato ritratto, con la tipica fustanella albanese e l'elegante gilet ricamato, rappresenta una figura iconica della resistenza epirota. Questo abbigliamento, pur adattandosi alle esigenze del terreno montuoso, era anche un simbolo di status e di appartenenza a una comunità guerriera. La presenza delle armi, come il fucile e le spade, sottolinea la natura difensiva e combattiva di questi uomini, pronti a tutto per salvaguardare la propria libertà e le proprie tradizioni.

I Guerrieri dell'Epiro: Tra Storia e Leggenda

I soldati Albanesi dell'Epiro, spesso indicati come Sulioti o Arvaniti o Arbëresh in base al contesto storico e geografico, hanno giocato un ruolo cruciale nelle vicende della regione. Noti per il loro coraggio, la loro abilità nel combattimento in montagna e la loro feroce indipendenza, hanno resistito a numerosi invasori, dagli Ottomani ai vari eserciti che hanno tentato di imporsi sui Balcani. Le loro gesta, spesso tramandate attraverso canti popolari e leggende, li hanno resi simboli di eroismo e di amor di patria.

Un'Eredità Che Vive

Nonostante i secoli trascorsi, l'eredità dei soldati Albanesi dell'Epiro continua a vivere. La loro cultura, le loro tradizioni e la loro storia sono parte integrante dell'identità albanese e di quella di molte comunità della regione. L'immagine stessa, con la sua attenzione ai dettagli e la sua atmosfera evocativa, testimonia l'interesse persistente per questa figura storica e per il suo significato simbolico.

In Conclusione

I soldati Albanesi dell'Epiro non sono stati semplici guerrieri, ma custodi di una cultura e di un modo di vivere radicato nel territorio. La loro storia, intrecciata a quella dei Balcani, ci ricorda l'importanza della resistenza e della salvaguardia della propria identità di fronte alle sfide del tempo. L'immagine che li ritrae è un potente promemoria della loro forza e della loro resilienza, che continua a ispirare anche oggi.

domenica 29 marzo 2026

SANTA MARIA EGIZIACA 👑

 

🌿 Nella quinta domenica della Quaresima Ortodossa, ricordiamo oggi la vita di Santa Maria Egiziaca.

✨ La figura di Santa Maria Egiziaca occupa un posto speciale nella spiritualità della Chiesa Ortodossa, dove è venerata come uno degli esempi più straordinari di pentimento radicale e trasformazione interiore. La sua vita, tramandata principalmente attraverso il racconto di Sofronio di Gerusalemme, rappresenta un modello potente di conversione, ascesi e comunione con Dio.

🙏🏽 Secondo la tradizione Ortodossa, Maria nacque in Egitto e, fin dalla giovane età, condusse una vita dissoluta, segnata da piaceri e passioni disordinate. Trasferitasi ad Alessandria, visse per anni nella lussuria, senza alcun senso di colpa o desiderio di cambiamento.

La svolta avvenne quando decise di recarsi a Gerusalemme per la festa dell’Esaltazione della Santa Croce. Tuttavia, nel tentativo di entrare nella Basilica del Santo Sepolcro, una forza invisibile le impedì l’accesso. Questo evento segnò profondamente Maria: comprese che il suo stato spirituale le precludeva la comunione con il sacro.

Colpita da questa esperienza, Maria si rivolse con sincerità alla Vergine Maria, promettendo di cambiare vita. Dopo aver finalmente potuto entrare in chiesa e venerare la Croce, attraversò il Giordano e si ritirò nel deserto, dove visse per oltre quarant’anni in completa solitudine.

Nel deserto, affrontò tentazioni, fame, sete e le memorie del suo passato peccaminoso. Attraverso la preghiera incessante e la penitenza, raggiunse uno stato di profonda purificazione spirituale, diventando un esempio di “theosis” — il processo di divinizzazione tanto centrale nella teologia Ortodossa.

L’incontro con Zosima:

La parte finale della sua vita è legata all’incontro con il monaco Zosima di Palestina, che la incontrò nel deserto. Egli rimase stupito dalla sua santità: Maria conosceva le Scritture pur non avendole mai studiate formalmente e manifestava doni spirituali straordinari, come la chiaroveggenza.

Maria gli chiese di portarle la comunione l’anno successivo, presso il Giordano. Quando Zosima tornò, assistette a un evento miracoloso: Maria attraversò il fiume camminando sulle acque. Dopo aver ricevuto l’Eucaristia, morì poco tempo dopo, lasciando dietro di sé un’eredità spirituale immensa.

Significato spirituale nella tradizione Ortodossa:

Nella Chiesa Ortodossa, Santa Maria Egiziaca è celebrata come simbolo del pentimento autentico e della misericordia divina. La sua memoria è particolarmente enfatizzata durante la Grande Quaresima, specialmente nella quinta settimana, quando la sua vita viene letta integralmente durante il “Grande Canone” di Andrea di Creta.

Il suo esempio dimostra che non esiste peccato troppo grande per essere perdonato, purché vi sia un sincero ritorno a Dio. Inoltre, la sua vita ascetica incarna l’ideale Ortodosso della lotta spirituale, della rinuncia e della trasformazione interiore.

Eredità e venerazione:

Santa Maria Egiziaca è venerata sia in Oriente che in Occidente, ma è nella tradizione Ortodossa che la sua figura assume una dimensione particolarmente intensa e contemplativa. Iconograficamente, viene spesso rappresentata come una figura emaciata, coperta solo dai suoi capelli o da un mantello, simbolo della sua totale rinuncia al mondo.

La sua storia continua a ispirare fedeli e monaci, ricordando che la santità non è riservata ai perfetti, ma è accessibile a chiunque intraprenda con sincerità il cammino del pentimento.


sabato 28 marzo 2026

SANSONE COME PREFIGURAZIONE DI CRISTO NELLA TRADIZIONE DELLA CHIESA ORTODOSSA.

 

Nella lettura spirituale e tipologica delle Sacre Scritture, la Chiesa Ortodossa riconosce nell’Antico Testamento numerose figure che preannunciano la venuta e l’opera salvifica di Cristo.

Secondo i Padri della Chiesa, queste figure non sono semplici allegorie, ma eventi reali che partecipano misteriosamente al disegno salvifico di Dio.

In questo contesto, Sansone emerge come una figura particolarmente significativa: come giudice di Israele, la sua vita contiene elementi che trovano il loro compimento pieno in Gesù Cristo, pur mantenendo differenze sostanziali che sottolineano la superiorità del Nuovo Patto.

- Nascita annunciata e consacrazione divina:

Efrem il Siro sottolinea come le nascite miracolose dell’Antico Testamento preparino l’umanità ad accogliere il mistero più grande: la nascita verginale del Cristo, e la nascita di Sansone è un chiaro segno dell’intervento diretto di Dio nella storia.

Sansone nasce da una madre sterile, a cui un angelo annuncia la nascita miracolosa (Giudici 13). Questo evento anticipa, in modo pieno, l’Annunciazione e la nascita verginale di Cristo. 

Inoltre, Sansone è consacrato a Dio come nazireo fin dal grembo materno: una vita separata, dedicata interamente al Signore. Allo stesso modo, Cristo nostro vero Dio è il consacrato per eccellenza, inviato nel mondo con una missione divina sin dall’eternità.

La consacrazione nazirea di Sansone prefigura la santità assoluta di Cristo. Tuttavia, mentre Sansone è *separato* per Dio, Cristo è Dio, ontologicamente santo: non riceve la santità, ma la possiede per natura.

- Forza divina e missione salvifica: 

La forza straordinaria di Sansone non è sua, ma dono dello Spirito di Dio.

Giovanni Crisostomo interpreta questo aspetto come segno che ogni vera liberazione proviene da Dio e non dall’uomo.

In Sansone, questa forza gli consente di liberare Israele dai Filistei, prefigurando la missione di Cristo che libera l’umanità dalla schiavitù del peccato e della morte. Tuttavia, mentre Sansone combatte nemici terreni, Cristo affronta e vince i nemici spirituali, operando una salvezza universale. 

Qui la tipologia si approfondisce: ciò che in Sansone è limitato e temporaneo, in Cristo diventa universale ed eterno.

- Tradimento e consegna ai nemici:

Sansone viene tradito da Dalila e consegnato ai suoi nemici. Questo episodio preannuncia il tradimento di Cristo da parte di Giuda. 

In entrambi i casi, il giusto viene consegnato nelle mani degli avversari, non per una sconfitta definitiva, ma come parte di un disegno salvifico più grande. 

La differenza essenziale è però decisiva: Sansone è ingannato e cade, mentre Cristo si consegna volontariamente. La Passione non è una sconfitta, ma un atto libero di amore salvifico.

- Umiliazione, sofferenza e apparente sconfitta. La morte di Sansone e la croce di Cristo:

Il culmine della tipologia si trova nella morte di Sansone. Facendo crollare il tempio dei Filistei, egli distrugge i nemici e muore insieme a loro. La Scrittura afferma che nella sua morte uccise più nemici che durante la sua vita.

Il fatto che Sansone distrugga i nemici proprio nel momento della sua morte è una potente immagine del mistero della croce.

Dopo essere stato catturato, Sansone viene accecato, umiliato e reso schiavo. Questo stato di abbassamento richiama la Passione di Cristo, che accetta volontariamente la sofferenza, l’umiliazione e la morte sulla croce.

Cristo, morendo, distrugge la morte stessa. Tuttavia, mentre Sansone muore insieme ai suoi nemici, Cristo muore per i suoi nemici, offrendo loro la possibilità di salvezza.

Nella prospettiva Ortodossa, questo svuotamento è centrale: Dio si abbassa per elevare l’uomo.

Cristo realizza in modo perfetto ciò che Sansone prefigura imperfettamente:

* Sansone abbatte un tempio materiale
* Cristo abbatte il regno della morte
* Sansone muore con i nemici
* Cristo muore per salvare i nemici

Nella teologia Ortodossa, questo è il paradosso centrale: la morte diventa strumento di vita (“con la morte calpestò la morte”).

- Debolezza umana e perfezione divina:

Le figure veterotestamentarie sono incomplete proprio per orientare verso il compimento in Cristo. Sansone rappresenta l’umanità dotata di doni divini ma vulnerabile alla passione; Cristo rappresenta l’umanità perfettamente unita a Dio.

La Chiesa Ortodossa sottolinea sempre che le figure dell’Antico Testamento sono ombre e non realtà piene. Sansone è un uomo segnato dal peccato e dalla debolezza, mentre Cristo è senza peccato. Le cadute morali di Sansone evidenziano proprio il bisogno di una salvezza più perfetta, che si realizza solo in Cristo.

- Significato spirituale per il credente:

Per la spiritualità Ortodossa, Sansone non è solo una figura storica o simbolica, ma anche un invito alla vigilanza. La sua vita mostra come i doni divini possano essere compromessi dalla negligenza spirituale. Allo stesso tempo, il suo ultimo atto di fede e sacrificio dimostra che il pentimento e il ritorno a Dio sono sempre possibili.

- Conclusione; dall’ombra alla verità:

Sansone, nella lettura della Chiesa Ortodossa, è una figura complessa e profondamente simbolica. La sua vita, segnata da contrasti, diventa una potente icona della storia della salvezza: debolezza e forza, caduta e redenzione, morte e vittoria. In lui si intravede, come in un’ombra, il mistero luminoso di Cristo, che porta a compimento ciò che nell’Antico Testamento era solo prefigurato.

Nella visione della Chiesa Ortodossa:

* Sansone è ombra
* Cristo è verità
* Sansone prefigura
* Cristo compie

La sua vita non è solo un racconto antico, ma una rivelazione progressiva del mistero della salvezza, che trova il suo centro e la sua pienezza in Cristo.

DEREK 🔯🔥
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venerdì 27 marzo 2026

IL BROWN CONDOR

 

In memoria di

John Robinson
(26 novembre 1903 – 27 marzo 1954)

Nato a Carrabelle, in Florida.

Trascorse i primi anni della sua vita a Gulfport, nel Mississippi.

Il suo padre biologico morì quando era ancora un neonato, lasciando lui e la sorella di quattro anni, Bertha, con la madre, Celeste Robinson, che in seguito avrebbe sposato Charles Cobb.

Robinson fu subito affascinato da tutto ciò che volava. Nel 1910, all'età di sette anni, rimase incantato da un idrovolante che sorvolava il lago di Gulfport. Quel velivolo era pilotato da John Moisant!

Il ragazzo osservò il pilota eseguire acrobazie per gli spettatori e sentì che il suo destino stava per cambiare.

Qualche anno dopo, John Robinson decise di imparare a volare.

Sua madre gli spiegò che questo obiettivo era piuttosto insolito per un giovane afroamericano all'inizio del XX secolo.

Questo non fece altro che rafforzare la sua determinazione!

John Robinson dimostrò una naturale predisposizione per la meccanica e fu ammesso al prestigioso Tuskegee Institute, un college per afroamericani, per conseguire una laurea in meccanica automobilistica.

Motivato, si trasferì a Chicago e fece domanda alla Curtiss-Wright School of Aviation, convinto che in Nord America l'atteggiamento nei confronti di un pilota nero potesse essere più liberale.

Si sbagliava... la sua domanda fu respinta più volte e dovette accettare un lavoro come bidello presso la scuola nei fine settimana.

Un insegnante di nome Bill Henderson notò l'interesse di Robinson per gli studi e divenne il suo mentore.

John Robinson divenne infine il primo studente nero della scuola.

Si unì ad altri appassionati di aviazione afroamericani e fondò l'Aero-Study Group.

Dopo aver conseguito il brevetto di pilota, John Robinson e il suo socio Cornelius Coffey fondarono la Challenger Air Pilots Association per gli afroamericani che desideravano volare.

Aprì anche la John Robinson Flight School a Robbins, nell'Illinois.

Forse il suo contributo più famoso alla storia dell'aviazione americana fu quello di convincere la sua alma mater, il Tuskegee Institute, ad aprire una scuola di volo per afroamericani, che avrebbe poi addestrato i Tuskegee Airmen della Seconda Guerra Mondiale.

Per questo motivo, John Robinson è spesso chiamato il "padre dei Tuskegee Airmen".

Nel 1935, frustrato dalla mancanza di opportunità per gli aviatori neri in America e desideroso di sostenere l'ultima roccaforte non colonizzata in Africa, dichiarò la sua intenzione di arruolarsi volontario per difendere l'Etiopia nel suo conflitto con l'Italia.

L'imperatore Hailé Selassié, alla disperata ricerca di sostegno contro le potenti forze armate italiane, lo nominò ufficiale.

Accettò e partì per l'Etiopia.

Come colonnello John Robinson, trovò un'aviazione composta principalmente da aerei piccoli, disarmati e mal equipaggiati.

L'aviazione etiope in questo conflitto non era in grado di competere con aerei molto più avanzati.

Partecipò a missioni di rifornimento, ricognizione e soccorso medico, riuscendo a superare in astuzia un avversario di gran lunga superiore.

All'epoca divenne noto come il "Condor Bruno" dell'Etiopia.

Durante questo conflitto, Robinson lavorò al fianco di un pilota svedese, il conte Carl Gustav von Rosen, che aveva prestato servizio in Etiopia come istruttore.

Tornò negli Stati Uniti nel 1936.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, fece ritorno nell'Etiopia liberata.

L'imperatore Hailé Selassié cedette il comando dell'Aeronautica Etiope (ETAF) alla Svezia.

Di fronte al rifiuto degli Stati Uniti e del Regno Unito di fornire assistenza, l'Etiopia si rivolse alla Svezia per la creazione di una moderna forza aerea.

Gli svedesi acconsentirono a fornire assistenza e Carl Gustav von Rosen fu nominato istruttore capo della neonata Aeronautica Imperiale Etiope (IEAF).

In disaccordo con questa collaborazione, John Robinson si dimise dal servizio per fondare la Sultan Airlines (una scuola di volo) e un'attività di importazione con uno dei figli dell'imperatore Hailé Selassié.

La sua scuola fornì così i primi piloti alla neonata Ethiopian Airlines, oggi una delle compagnie aeree più importanti dell'Africa.

John Robinson morì in un incidente aereo ad Addis Abeba nel marzo del 1954.

Aveva 50 anni.

L'ASFODELO MEDITERRANEO 💮🔯

 

📷 Tra i prati di Asfodelo del mio paese ... 🙏🏽✨

📜 "Nel silenzio antico dei campi dimenticati,
dove il vento sussurra storie di ombre,
cresce l’Asfodelo —
fiore di confine tra vita e memoria.

Non cerca il clamore delle rose,
né l’oro dei girasoli al sole;
vive pallido, quasi timido,
tra la terra e ciò che resta dei sogni.

Dicono che fiorisca per chi è partito,
per le anime che camminano leggere
in prati che nessuno vede,
ma che il cuore, a volte, riconosce.

Ogni petalo è un ricordo sospeso,
ogni stelo una promessa silenziosa:
che nulla davvero si perde,
ma cambia forma nel tempo.

E così l’Asfodelo resiste —
fragile, eterno —
custode di ciò che è stato
e di ciò che, forse, sarà ancora."
(Bro.Yo-Seyf)✒️


L'Asfodelo, BARRADHÌSHTA in Arbëresh 🇦🇱, fiorisce in Primavera e ne annunzia il suo arrivo, è il giglio nato dal latte di Eva dopo la cacciata dal paradiso e come tale cresce sparso sulle asperità collinari e tra la vegetazione di bassa montagna. 

È il fiore degli eroi.🌿💮👑

Nella mitologia antica l'Asfodelo era un fiore simbolo di vita oltre la morte e si credeva che questa pianta ricoprisse i prati dei Campi Elisi laddove fossero caduti valorosi eroi.

L'asfodelo era lo scettro degli eroi, un simbolo di regalità e di potenza superiore.

"Gli Albanesi sono eroi che si sono distinti in tutte le battaglie per la libertà" (Cit.) 🇦🇱

📷 E qui dalle mie parti di Asfodelo ce n'è davvero tanto.

Le api ne van matte e il miele d’Asfodelo è rara ambrosia. 🐝

🌿 I prati di Asfodeli simboleggiavano la strada che conduceva all’Ade. Venivano piantati sulle tombe per buon auspicio ai defunti. E venivano posti davanti la porta delle case di campagna, in quanto si pensava tenessero alla larga i sortilegi maligni.

Secondo gli antichi e come diceva Dante, per accedere al Paradiso bisogna oltrepassare il regno di Ade (Ha dhe, il mangia terra), e le ombre dei trapassati si aggirano nell'Ade su prati di Asfodelo.

📖 Nel libro XI dell'Odissea, in cui Ulisse (Yll lisi; Udhëtari) evoca gli spiriti dei defunti, si hanno brevi scorci dell'oltremondo. Si ha un primo accenno quando si allontana Achille (A ki Ylli; Aq i lehti):

«Dissi; e d’Achille alle veloci piante
per li prati d’Asfodelo vestiti
l’alma da me sen giva a lunghi passi,
lieta, che udì del figliuol suo la lode.»

mercoledì 25 marzo 2026

PRIGIONIERI DELLA MENZOGNA: QUANDO LA VERITÀ DIVENTA UN NEMICO.

 

Esistono persone per cui la verità non è un punto di arrivo, ma una minaccia da evitare. Non si tratta semplicemente di mentire occasionalmente: è una condizione più profonda, quasi esistenziale, in cui la menzogna diventa un rifugio stabile e rassicurante. Chi vive in questo stato non rifiuta solo i fatti, ma costruisce attivamente una realtà alternativa, spesso impermeabile a qualsiasi tentativo di confronto.

Alla base di questo comportamento si trovano diversi fattori. In molti casi, accettare la verità significherebbe mettere in discussione la propria identità, le proprie scelte o persino il proprio valore personale. La menzogna, quindi, non è solo un inganno verso gli altri, ma una forma di autodifesa. È più facile negare l’evidenza che affrontare il peso di un errore, di una responsabilità o di una fragilità.

Un altro elemento fondamentale è il bisogno di controllo. La verità è spesso complessa, sfuggente, a volte scomoda. La menzogna, invece, può essere modellata, adattata, piegata alle proprie esigenze. In questo senso, chi rifiuta la verità cerca di mantenere una narrazione in cui ha il dominio assoluto, anche a costo di distorcere la realtà.

Tuttavia, questo atteggiamento ha conseguenze profonde. Le relazioni diventano fragili, basate su fondamenta instabili. La fiducia, una volta incrinata, è difficile da ricostruire. Col tempo, chi vive nella menzogna rischia anche l’isolamento, perché gli altri iniziano a percepire l’incoerenza e a prendere le distanze.

Ma il danno più grande è interiore. Vivere costantemente in una realtà alterata richiede uno sforzo continuo: ricordare le versioni inventate, difenderle, giustificarle. È una tensione che logora, che impedisce una vera crescita personale. Senza verità, non può esserci consapevolezza, e senza consapevolezza non può esserci cambiamento.

Non sempre, però, chi rifiuta la verità lo fa con piena coscienza. A volte si tratta di un meccanismo appreso, sviluppato nel tempo per proteggersi da contesti difficili o da esperienze dolorose. In questi casi, la menzogna diventa una sorta di corazza emotiva, difficile da abbandonare.

Uscire da questo circolo non è semplice. Richiede coraggio, capacità di mettersi in discussione e, spesso, anche un supporto esterno. Ma è un passaggio necessario per ritrovare autenticità e costruire relazioni più sane.

La verità, per quanto scomoda, ha una qualità che la menzogna non potrà mai avere: libera. Accettarla significa rinunciare a una falsa sicurezza, ma anche aprirsi alla possibilità di una vita più autentica, meno fragile e più reale.

martedì 24 marzo 2026

QUALE DIGLOSSIA?

 

Di Γεωργιος Ντουνης (Arvanita)

LA NARRAZIONE "NAZIONALE" SULLA DIGLOSSIA tra le popolazioni arvanite della Grecia meridionale... MITI, INVENZIONI E COSTRUZIONI MITOLOGICHE...

CHI HA SCRITTO LA STORIA DEGLI ALBANESI/ARVANITI DEL 1821...

Dopo le narrazioni immaginarie: Arvaniti come Greci... Greci come Arvaniti... Arvaniti come antichi Greci... Arvaniti come Romani... negli anni '80 è stato aggiunto anche il termine "DIGLOSSIA" degli Arvaniti.

 In effetti, la diglossia era piuttosto diffusa, ma dopo l'istituzione delle scuole greche all'inizio del XX secolo, e già dalla fine del XIX secolo in alcune aree urbane, iniziò una sistematica "eradicazione" della lingua arvanita (il "metodo del bastone", usato per punire gli studenti che parlavano arvanita, era ben noto, persino negli anni '60).

Va notato che i termini arvanita / albanese / sceicco / romio / greco non esistono nell'arvanita della Grecia meridionale. L'arvanita è chiamato Arbëror(e) / Arbëresh, e la lingua Arbërisht.

Le parole "greco" e "greco (lingua)" erano sconosciute alle popolazioni di lingua arvanita anche all'inizio del XX secolo. In Mesogea, Attica, ecc., in arvanitico un "greco" veniva chiamato sskliás (Romio di lingua greca) e ssklíra (Romia di lingua greca), mentre la lingua greca veniva chiamata sskljeríshte.

"Agio kur vate në Athinë ede bie e sklira…" si diceva di una donna che andava o si sposava ad Atene e imparava il greco / diventava "greca".

"Moi bju sklira" = Divento una signora / Parlo greco, ecc.

QUALE DIGLOSSIA??

 Prima di analizzare la questione dell'istruzione greca (in un altro articolo), nel censimento del 1879 quasi tutta la popolazione dei villaggi di Attico-Beozia, Argolide-Corinto, ecc., era di lingua albanese, come dimostra il censimento ufficiale dello Stato greco: non parlavano greco (come affermato nelle statistiche), ma solo albanese.

Ad esempio, nell'antico comune di Kropia (Koropi – Spata – Markopoulo – Liopesi – Charvati – Vari), 5.841 abitanti su 6.507 (di cui 540 non residenti) non parlavano greco (vedi censimento del 1879, Ministero dell'Interno). Non si fa menzione di bilingui per via dell'istruzione.

Nel 1879, nell'intero comune: 5 insegnanti maschi, 0 insegnanti femmine; 320 ragazzi, 20 ragazze (su un totale di 860 bambini di età compresa tra i 6 e i 12 anni). Venti sacerdoti, quattro medici, tre levatrici. Le scuole erano praticamente inesistenti; l'insegnamento si svolgeva in edifici in affitto.

La frequenza scolastica per i ragazzi era inizialmente facoltativa (a pagamento) e divenne più strutturata nel 1890. L'istruzione femminile divenne obbligatoria nel 1900 per i primi due anni della scuola primaria.

Un altro esempio: nel comune di Solygeia (Corinto), su 2.958 abitanti, 2.942 parlavano solo albanese (censimento del 1881).

QUALE DIGLOSSIA??

Fino al 1860, la lingua ufficiale della Marina era l'arvanitico, e rimase in uso fino alle guerre balcaniche (ad esempio, il kountouriotis sulla corazzata Averof). (Vedi Karl Reinhold, "Pelasgica - La lingua della flotta", 1855).

QUALE DIGLOSSIA??

Fino al 1970, soprattutto le donne anziane firmavano i documenti notarili tramite un interprete.

Le donne della Beozia dicevano: “Nukë vame në stratoi ede nukë besuam/dzuame sskljerishtete” = non andiamo nell'esercito e non impariamo il greco.

QUALE DIGLOSSIA??

I discorsi elettorali del 1860 (documentati) ad Atene, per i villaggi di lingua arvanitica (Chalandri, Marousi, Kifisia), furono scritti in arvanitico.

Tra il 1923 e il 1924, G. Weigand studiò l'introduzione di parole greche ("ellenismi") nell'arvanitico dell'Attica, dell'Idra e di Poros, pubblicando a Lipsia nel 1928 il libro Das Albanische in Attika.

QUALE DIGLOSSIA??

 Molti insegnanti di lingua greca si dimisero perché non potevano insegnare ai bambini a causa della barriera linguistica, oppure impararono l'arvanitico per poter insegnare.

Nel censimento del 1879, la spesa comunale per le scuole primarie ammontava a 1.549.654 dracme, mentre quella statale era di sole 211.132.

Il "metodo del bastone" per punire chi parlava arvanitico era diffuso anche negli anni '60.

QUALE DIGLOSSIA??

Molti di noi ricordano bisnonni e nonni che usavano l'arvanitico tra di loro per capirsi. Ognuno ha le proprie esperienze personali.

QUALE DIGLOSSIA??

Le donne nei villaggi, nelle sere di primavera ed estate, che lingua parlavano? E gli anziani nei caffè? Barzellette e storie erano in arvanitico.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli anziani parlavano arvanitico per non farsi capire dai bambini.

QUALE DIGLOSSIA??

 Molti anziani andavano in chiesa senza comprendere la lingua liturgica. Quando veniva chiesto loro cosa stessero ascoltando, rispondevano: "le parole di Cristo".

QUALE DIGLOSSIA??

Fino alle guerre balcaniche, interi reggimenti dell'esercito attico-beotico erano composti da parlanti arvanitici, con ufficiali che parlavano arvanitici per le comunicazioni.

QUALE DIGLOSSIA??

Le popolazioni di lingua arvanitica, spesso analfabete, vivevano nel loro mondo locale, limitato ai villaggi vicini. "Più lontano di Calcide", dicevano: Calcide era il confine del loro mondo.

QUALE DIGLOSSIA??

Quando le strade carrozzabili e i mezzi di comunicazione apparvero solo nel XIX secolo (strada Atene-Pireo 1835, Argo-Nafplio 1829, ecc.).

Ecc. ecc.

Vedi anche Paparrigopoulos, Dimaras, George Finlay, Ludwig Ross, ecc.

🗞️ "Atene era solo un villaggio albanese. Quasi tutta la popolazione dell'Attica è considerata ed è composta da albanesi."
(Empire Newspaper 1863)

Guarda il video:
- LA LINGUA ARVANITA PROIBITA IN GRECIA ⬇️


E anche:
- RE OTTONE NON ACCETTA L'ALBANESE E LA SUA STORIA ⬇️
https://giuseppecapparelli85.blogspot.com/2024/11/re-ottone-non-accetta-lalbanese-e-la.html

lunedì 23 marzo 2026

IL PROFETA PERFETTO


 🗞️ The American Weekly, 27 agosto 1944:

"Re Hailé, Profeta Perfetto - Fino ad ora"

"È il Re dei Re, il Leone di Giuda, Difensore della Fede Cristiana, Hailé Selassié, Imperatore dell'Antico Regno d'Etiopia, l'Eletto di Dio."

"Gli imperatori tendono a parlare come se gli anni e i secoli a venire fossero stesi davanti a loro come un libro aperto. Ma Hailé Selassié ha molte più ragioni di molti altri per considerarsi un infallibile veggente.

La leggenda narra, e gli etiopi credono, che la Famiglia Imperiale discendesse da Re Salomone e dalla Regina di Saba, e che gran parte della saggezza di quel potente re sia giunta fino a coloro che siedono sul trono etiope."

 "Era il 1933. Il Leone di Giuda, seduto sul trono d'oro del Gibbi, il palazzo imperiale di Addis Abeba, accarezzando le orecchie del suo grifone belga, disse: 'Tra due anni saremo attaccati da Mussolini'. Ventiquattro mesi dopo, il 3 ottobre 1935, gli eserciti fascisti invasero l'Etiopia, spazzando via i 10 milioni di sudditi dell'imperatore Selassie."

"Rividi Hailé Selassié nel 1937 a Fairfield, Bath, in Inghilterra. Si era ritirato lì con la sua famiglia. Il piccolo uomo con il cappotto nero e il cappello trilby era dignitoso come sempre, e lungimirante come sempre.

Mi disse: 'Ci sarà una seconda guerra mondiale a causa di ciò che accadde all'Etiopia. Perché la violazione di un paese indipendente non farà altro che incoraggiare l'aggressione. Ci aspetta un terribile conflitto'."

 Gli dissi che c'era ancora speranza di evitare il conflitto, ma lui puntò i suoi grandi occhi neri su di me e scosse lentamente la testa. Poi continuò: "Come nel caso dell'Etiopia, le nazioni più deboli cadranno per prime. Ma le forze del male saranno rovesciate, e la più debole di queste - l'Italia di Mussolini - sarà la prima a cadere, seguita da Hitler".

Parlava quasi come in trance, e ora sono disposto a credere che ci fosse qualcosa di mistico in tutta quella serata, perché la cosa successiva che mi disse fu: "Ci vorranno tre anni per sconfiggere il rapace fascista e la sua banda". Mussolini cadde dal potere appena tre anni dopo la sua "pugnalata alle spalle" alla Francia prostrata.

- Byron De Prorok, "Re Hailé, profeta perfetto - fino ad ora", The American Weekly, 27 agosto 1944.

venerdì 20 marzo 2026

ARMAH DI AKSUM: IL RE CRISTIANO CHE SALVÒ I PRIMI MUSULMANI

 

🌿 Nel cuore del VII secolo, mentre la penisola arabica era attraversata da tensioni religiose e sociali, una figura emerse come simbolo di giustizia, tolleranza e dialogo interreligioso: l’imperatore Armah, conosciuto anche come Ashama ibn Abjar o An-Naǧāshī. Sovrano del potente regno di Aksum (nell’attuale Etiopia), Armah è ricordato soprattutto per un episodio che segnò profondamente la storia dei rapporti tra cristianesimo e islam.

Tra il 613 e il 615 d.C., i primi seguaci del profeta Maometto affrontavano dure persecuzioni nella città della Mecca. Per sfuggire a violenze e repressioni, un gruppo di musulmani intraprese quella che sarebbe passata alla storia come la Prima Egira, cercando asilo oltre il Mar Rosso, proprio nel regno di Aksum, in Etiopia.

Fu qui che entrò in scena Armah. Nonostante fosse un sovrano cristiano, accolse i rifugiati con apertura e senso di giustizia, offrendo loro protezione e libertà religiosa. La sua decisione non fu casuale, ma basata su un attento ascolto e su una profonda convinzione etica.

Preoccupati dalla fuga dei musulmani, i capi della Mecca inviarono emissari presso la corte di Armah, chiedendo l’estradizione dei rifugiati. Il sovrano, però, non prese una decisione affrettata. Convocò entrambe le parti e ascoltò le argomentazioni dei musulmani, tra cui spiccava la figura di Ja'far ibn Abi Talib.

Secondo la tradizione, Ja'far recitò alcuni versi del Corano riguardanti la figura di Maria e di Gesù, elementi familiari anche alla fede cristiana. Questo momento toccò profondamente Armah, che riconobbe una comunanza spirituale tra le due religioni. Di conseguenza, rifiutò le richieste dei delegati meccani e garantì ai musulmani il diritto di restare.

La scelta di Armah ebbe conseguenze durature. Permise ai primi musulmani di sopravvivere in un momento critico e contribuì a rafforzare i legami tra il nascente islam e il mondo cristiano dell’Africa orientale. La sua figura è ancora oggi celebrata nella tradizione islamica come esempio di sovrano giusto e protettore dei perseguitati.

Inoltre, secondo alcune fonti, Armah sviluppò un rapporto di rispetto reciproco con Maometto, un legame che trascendeva le differenze religiose e si fondava su valori condivisi di giustizia, compassione e fede.

L’episodio della Prima Egira verso Aksum rappresenta uno dei primi esempi storici di asilo politico e convivenza religiosa. In un’epoca spesso segnata da conflitti, la decisione di Armah dimostra come il dialogo e la comprensione possano prevalere sulla paura e sull’intolleranza.

Ancora oggi, la storia di Armah risuona come un potente promemoria: la protezione dei perseguitati e il rispetto reciproco tra culture e religioni sono valori universali, capaci di attraversare i secoli e parlare al presente.