venerdì 2 ottobre 2026

TRA LA GRAFIA E LA PAROLA: LA TRADIZIONE DELLA SCRITTURA DELLA LINGUA ALBANESE

 

Il patrimonio linguistico albanese racchiude all'interno della sua storia un'evoluzione alfabetica affascinante e complessa. L'analisi di una specifica testimonianza d'epoca studiata dalla signora Aphrodite Diti, ci permette di osservare da vicino la struttura grammaticale e la resa grafica del puro Arbëresh Epirotico (Albanese) attraverso due forme di scrittura appartenenti a momenti storici differenti.

La testimonianza antica: l'alfabeto simil-greco

Nella parte superiore del documento storico si nota il testo originale:

19 Κѹϣ ηϐὲν ϐὰρ̈ὰ τῃάτὲρητ, εϐὲν πὲρ ϐὲτε τὲτῃ εϐηε ϐρὲνδα ϐὲτὲ.

Questa formulazione testimonia una pratica ampiamente utilizzata nel corso del XVIII e XIX secolo, periodo in cui la lingua albanese veniva prevalentemente registrata tramite un alfabeto simil-greco. Tale sistema di scrittura è stato impiegato sia nei testi autoctoni albanesi sia nelle prime traduzioni sistematiche di libri ed encicliche dell'epoca, prima della standardizzazione dell'alfabeto moderno.

La trascrizione moderna e l'evoluzione grafica

La sezione inferiore riporta lo stesso identico testo trasfuso nell'attuale alfabeto albanese a caratteri latini:

19 Kush ibën varrë tiatërit, ebën për vete tëti ebie brënda vetë.

Con la moderna segmentazione grammaticale Arbëresh, la frase si compone nel seguente modo:

"Kush i bën varrë t'jatërit, e bën për vete të ti e bie brënda vetë"

Significato e valore etno-linguistico

Dal punto di vista semantico e paremiologico, la frase si traduce letteralmente dall'Arbëresh come:

"Chi fa una fossa a un altro, lo fa solo per caderci dentro lui stesso".

L'espressione costituisce una variante tradizionale del celebre proverbio morale sulla reciprocità delle azioni umane. Il confronto tra le due versioni evidenzia la continuità fonetica e lessicale della lingua albanese nel tempo, evidenziando come la struttura sintattica dell'Arbëresh Epirotico sia rimasta immutata nel passaggio dal sistema ortografico a base greca a quello moderno latinizzato.

Il valore morale del proverbio nella tradizione Arbëresh

Oltre al suo indiscutibile interesse paleografico e linguistico, la massima racchiude un profondo valore etno-antropologico. Nel contesto della cultura Arbëresh, i proverbi (fjalët e urta o fjalë të moçme) hanno storicamente svolto il ruolo di un vero e proprio codice etico tramandato oralmente prima di trovare forma scritta.

Il monito «Kush i bën varrë t’jatërit, e bën për vete të ti e bie brënda vetë» affonda le sue radici nell'idea di una giustizia immanente e retributiva. La figura della "fossa" scavata per il prossimo rappresenta l'inganno e la malizia; tuttavia, nella visione del mondo popolare, il male perpetrato si ritorsa inesorabilmente contro chi ne è l'autore.

Nella comunità Arbëresh, dove il senso dell'onore (besa), della reciprocità e del rispetto comunitario costituisce il pilastro dell'identità sociale, questo proverbio non è una semplice riflessione amara sulla natura umana. Esso funziona come un dispositivo educativo e sociale: un monito a preservare la lealtà e l'armonia interpersonale, ricordando che ogni azione intrapresa ai danni altrui finisce per travolgere chi l'ha concepita.