✒️ Una raccolta divulgativa ampliata delle opere di Frassari Adamidi (1902)
📜 Nel suo studio pubblicato all'inizio del XX secolo, Frassari Adamidi propone un'ampia e ambiziosa ricostruzione delle origini più antiche dei popoli balcanici ed europei. Al centro della sua tesi vi è l'idea che i Pelasgi, una popolazione pre-ellenica menzionata nelle fonti classiche, non siano scomparsi né si siano completamente assimilati, ma siano sopravvissuti nei loro diretti discendenti: gli Albanesi.
Secondo Adamidi, il principale strumento per dimostrare questa continuità non è l'archeologia o i dati storici, spesso frammentari, bensì la lingua, che egli considera il criterio più forte e stabile. Le lingue, sostiene, conservano tracce profonde delle origini dei popoli, anche quando eventi storici, conquiste o trasformazioni politiche ne hanno modificato l'aspetto esteriore.
La lingua albanese come chiave del passato:
L'autore sostiene che la lingua albanese rappresenti uno degli idiomi più antichi d'Europa. A differenza del greco e del latino, che si ritiene siano stati raffinati e trasformati nel corso dei secoli, l'albanese ha conservato una struttura basilare e arcaica, composta da radici brevi, parole semplici e significati originali. Questa caratteristica lo rende una sorta di fossile linguistico vivente, capace di illuminare fasi antichissime della storia indoeuropea.
Attraverso un ampio confronto lessicale, Adamidi dimostra come molte parole albanesi presentino forti analogie con il sanscrito, il greco antico e il latino, spesso in forme che egli considera più primitive e meno elaborate. Ciò lo porta a credere che l'albanese non sia una lingua derivata dal greco, ma è piuttosto il contrario o una sorella maggiore, se non una base comune da cui derivarono altre lingue classiche.
Un'unica grande famiglia pelasgica:
Secondo questa interpretazione, i Pelasgi non erano un popolo isolato, ma il lignaggio originario delle numerose popolazioni dell'antica Europa sudorientale: gli Illiri, gli Epiroti, i Macedoni, i Dori, gli Joni e altri gruppi descritti come "barbari" dagli autori greci. La distinzione tra greci e non greci, sostiene Adamidis, è il risultato di uno sviluppo culturale diseguale, non di una vera e propria divisione etnica o linguistica.
Le popolazioni della Grecia classica, in particolare gli Ateniesi, svilupparono una lingua più "raffinata", mentre le popolazioni delle regioni montuose e periferiche conservarono forme linguistiche più antiche, considerate "grezze" solo da una prospettiva ellenistica. In questo contesto, l'Albania – identificata con la "Grande Macedonia" di Strabone – conservò l'antica lingua pelasgica per il periodo più lungo.
Continuità culturale e tradizioni popolari:
Adamidis non limita la sua analisi alla sola lingua. Osserva come molte tradizioni sociali e culturali albanesi – l'organizzazione delle famiglie, le divisioni in clan, le danze rituali, i canti funebri, il rapporto con la natura – presentino sorprendenti analogie con le descrizioni degli antichi costumi balcanici, in particolare quelli di Sparta e Doria, che solo in tempi moderni furono falsamente denominati come greci.
Questi elementi non sarebbero semplici coincidenze folkloristiche, bensì la prova di una profonda continuità storica, che collega direttamente il mondo omerico e preomerico con le popolazioni Albanesi, Arvanite e Arbëresh contemporane.
Le radici della mitologia greca:
Una parte considerevole dell'opera è dedicata alla mitologia. Adamidis sostiene che molte divinità greche abbiano origine da concetti religiosi pelasgici, i cui nomi e significati sono meglio comprensibili attraverso la lingua albanese. Zeus, Era, Demetra, Persefone, Apollo e altre figure divine sarebbero sorte da antiche parole albanesi che significano sole, luce, terra, fertilità, giudizio e giustizia.
Da questa prospettiva, la mitologia greca non sarebbe un sistema di nuova creazione, ma il risultato di una rielaborazione culturale di credenze molto più antiche appartenenti al mondo pelasgico e albanese.
La conclusione dell'autore
Adamidi giunge infine a una conclusione chiara:
I Pelasgi non sono scomparsi, ma hanno continuato a vivere attraverso i loro discendenti, gli Albanesi, gli Arvaniti e gli Arbëresh. La lingua albanese, le tradizioni popolari e le somiglianze linguistiche e mitologiche costituirebbero la prova di questa sopravvivenza.
Comprendere l'albanese, secondo l'autore, significa quindi rintracciare le origini più profonde della civiltà greca, latina ed europea, dove storia, lingua e mito si incontrano.
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