⚔️ Pirro, che le narrazioni moderne cercano di separare dall’Albania e di dissolvere in una Grecia classica idealizzata, veniva ancora chiaramente identificato come Albanese dai primi studiosi europei, non per anacronismo, ma per memoria. Nelle edizioni annotate che accompagnano *Histoire de Georges Castriot* di Jacques de Lavardin (Parigi, 1596), la nota a margine non lascia alcun dubbio: «Pyrre o Pyrrhus, Albanese».
E nella sua poesia «Gli Albanesi», Pierre de Ronsard rende questa continuità innegabile. Non parla di Greci, ma di Albanesi, il cui sangue antico, come scrive, «si dice discenda dal valoroso» Achille. La linea ereditaria si concretizza immediatamente: «Pirro me ne è testimone… e Gjergj Kastrioti Skanderbeg…», collegando Pirro d'Epiro a Skanderbeg all’interno della stessa continuità eroica.
Questa non è un’ornamentazione poetica, ma una coscienza storica conservata nella letteratura rinascimentale. Achille sta all’origine, Pirro come erede dinastico, Skanderbeg come continuazione vivente. La catena non è implicita, è dichiarata:
Achille → Pirro → Skanderbeg → gli Albanesi.
Figli dell’aquila, figli di Pirro: questa non era un’invenzione, ma un’eredità. Nelle pagine erudite dell’Europa della prima età moderna non vi era alcuna ambiguità: Pirro stava come testimone, Skanderbeg come prova, e l’Epiro come loro terra comune. Lo stesso luogo, lo stesso popolo. I nomi possono cambiare, ma il popolo resta.
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