sabato 11 ottobre 2025

SHËN MËRIA KËTJE LARTË (LA MADONNA DI LASSÙ)

 

Sono andato a visitare uno dei luoghi più suggestivi della zona del Pollino, esempio della vita religiosa eremitica e contemplativa di questo territorio. I ruderi del Santuario della Madonna degli Aramei o delle Armi, meglio conosciuto come Eremo della Madonna di Lassù o “Shën Mëria Këtje Lartë”, dall’idioma albanese ancora in uso tra la minoranza etnica locale, si trova incastonato tra le rocce del Timpone del Corvo a nord del borgo Arbëresh di Frascineto, ad un’altezza di circa 850 metri s.l.m.. Questo affascinante luogo di culto, risalente a prima del X secolo, veniva utilizzato come asceterio dai monaci Cristiani Ortodossi provenienti dall'Oriente, dediti all'ascetismo e ad una vita mistica, prima dell'invasione cattolico-normanna, quando il sud Italia era interamente Cristiano Ortodossa.

Il titolo “Madonna delle Armi” deriva dal Koinè ecclesiastico Των αρμων (Tōn armōn) ossia "delle grotte, degli anfratti", con riferimento alle cavità presenti sulle pendici franose delle Piccole Dolomiti di Frascineto. Invece per quanto riguarda il termine “Aramei” potrebbe riferirsi a quell'antica popolazione, nominata più volte nell’Antico Testamento, che abitava nella Mesopotamia e nelle zone dell’attuale Turchia e Siria. Dapprima adoravano diverse divinità Babilonesi, successivamente furono uno dei primi popoli ad abbracciare il Cristianesimo Ortodosso.

Negli anni dell’Iconoclastia e poi ai tempi della minaccia turca, la Calabria e la Puglia divennero le principali terre d’asilo dei monaci Ortodossi che, per sfuggire alle persecuzioni, furono costretti ad abbandonare le loro terre, attraversare il mare, e nascondersi in luoghi solitari e facilmente difendibili. In cinque secoli la Calabria si popolò di anacoreti in ogni angolo sperduto del suo territorio e uno dei luoghi scelti da questi mistici fu proprio il territorio di Frascineto, inserendosi nel vasto panorama degli insediamenti rupestri dell'antica Calabria Ortodossa. 

Le celle interne presenti inizialmente, sono da ricollegare ai diversi tipi di vita religiosa, che vanno dal completo isolamento della vita eremitica, ad un’esistenza quasi cenobitica che riuniva più monaci in una comunità monastica organizzata. Per l’adattamento da antico asceterio a luogo di culto, fu chiusa l’apertura della spelonca naturale sulla pietra calcarea, dove erano scavate le celle, con un muro prospettico perfettamente mimetizzato nella roccia. L’ampia caverna è divisa in due piani, ora poco evidenti, con la parte inferiore adibita a chiesa e con il piano superiore in cui si aprivano le celle. Questo si deduce dai buchi presenti nel muro in cui erano infilate le travi che reggevano il pavimento del secondo piano. All’interno della struttura si possono notare ancora i muri divisori con coperture a spiovente. Due arcate centrali e un altare sono ormai quasi irriconoscibili. 

Di fronte a questa bellissima struttura è inevitabile il richiamo alla mente delle cappelle rupestri Armene, più precisamente al monastero di Gheghrd, la cui unica differenza è semplicemente il sistema di pietre a croci (Khatchar) che chiude le entrate. 

Un incavo serviva per raccogliere l’acqua che sgocciolava dalla volta: una singolare acquasantiera che si riempiva tramite l’acqua che scivolava su una costola naturale presente nella parete rocciosa. 

Gli anziani del luogo affermano che in passato si poteva ammirare nella grotta un affresco raffigurante una bellissima Icona Ortodossa della Madre di Dio oggi del tutto scomparsa. 

Accanto al santuario rupestre è presente una grotta dove per tradizione nella seconda domenica dopo Pasqua, i fedeli di Ejanina, frazione di Frascineto, sono soliti celebrare un rito religioso risalente al loro passato Ortodosso; dopo aver pranzato ai piedi del santuario, riscendono in paese intonando antiche rapsodi e canti popolari Albanesi dedicati alla Madre di Dio, ma anche alle possenti querce che offrono ombra e ristoro, mentre si svolge la danza tipica popolare Arbëresh, conosciuta come Vallja, una ridda colorata che rievoca una grande vittoria riportata da Giorgio Castriota Skanderberg contro gli invasori Turchi il 27 aprile 1467.

Durante il tragitto, grazie alle suggestioni che il paesaggio offre, ci si immerge come per incanto in un’atmosfera d’altri tempi e si pensa alle difficoltà che dovettero affrontare quei monaci relativamente alla viabilità, ma anche allo svolgimento delle semplici mansioni quotidiane in un luogo così estremamente impervio. Gli asceti, però, qui trovarono un’oasi di pace facendo crescere sempre di più l’abbazia in onore dell’Apostolo Pietro, oggi situata vicino al cimitero comunale e dichiarata Monumento Nazionale, che, anche se rimaneggiata nei secoli, ci offre ancora peculiari testimonianze Ortodosse, come la particolare cupola con calotta a gradoni concentrici, rastremati e coperti di tegole.

Dopo l'invasione Cattolico-normanna, cacciando i monaci Ortodossi, la chiesa di San Pietro fu presa dai cattolici. Furono proprio i preti cattolici dell’abbazia di San Pietro ad accogliere e assegnare le terre ai profughi Albanesi Ortodossi che giunsero alle pendici del Pollino nel XV secolo, creando il primo nucleo da cui nascerà l’attuale Frascineto. Col tempo anche gli Arbëresh furono assorbiti dal cattolicesimo mantenendo qualche antica tradizione a ricordo del loro glorioso passato Ortodosso.  

Purtroppo questo sito è in completo stato di abbandono e la sua non facile accessibilità lo rende ancor di più incline ad essere dimenticato. Solo gli avventurosi che tenacemente si spingono fin “lassù” (Këtje Lartë), tra monumenti e balze rocciose dalle forme maestose e bizzarre che danno l'impressione di trovarsi realmente sulle Dolomiti, riescono a godere della santa atmosfera del luogo, pregna di un palpabile e avvincente misticismo.




giovedì 2 ottobre 2025

LA GJITONIA: IL CUORE DELLE COMUNITÀ ARBËRESHE 🇦🇱

 

🌿 La Gjitonia (parola Arbëresh che significa “vicinato, comunità di case e famiglie”) è molto più di un semplice quartiere: è l’anima sociale e culturale dei paesi Arbëresh fin dall'antichità. Rappresenta il luogo della condivisione, della solidarietà e dell’identità collettiva, un vero e proprio microcosmo in cui la vita quotidiana si intrecciava con i valori della comunità.

La radice semantica della parola Gjitonia è la parola albanese Gji che significa "Seno Materno" o "seno" in generale. Dalla radice albanese Gji seno, provengono le parole Gjirì, Gjiton, Gjitonia. 

Gjirì che dall'Arbëresh si traduce come "parente" o "parente stretto", è l'unione delle parole Gji=seno e Ri=nuovo, che letteralmente dovrebbe significare, "un nuovo seno" o "una persona nata dallo stesso seno".

Gjiton che dall'Arbëresh si traduce come "vicino" o " vicino di casa", è l'unione delle parole Gji=seno e Ton=nostro, ovvero Gji Ton che letteralmente significa " del nostro seno" o "che fa parte del nostro seno".

Gjitonia invece è formato dalle parole albanesi Gji=seno + Ton=nostro e -ia=suffisso che indica un luogo abitato e letteralmente può tradursi come "il luogo del nostro seno materno".

La Gjitonia anticamente era il luogo in cui abitavano i parenti dello stesso seno. La Gjitonia che ora si traduce con "vicinato" era il luogo o spazio abitativo in cui abitavano i parenti della stessa famiglia, dallo stesso seno, dato che prima erano numerose e prevaleva spesso una nutrice. 

Quindi quello che dice il signor Avato assumendo che la parola Gjitonia è una parola di origine greca è completamente falso. Egli dice che deriva dal greco Γειτονιά che a sua volta deriva dal greco antico γείτων legato alla vicinanza fisica ed alla convivenza urbana. Ma questo è totalmente sbagliato perché come ho dimostrato sopra la radice semantica di questa parola si trova esattamente e perfettamente nell'Albanese e nei suoi suffissi e non nel greco, perché rispetto alla lingua Albanese il greco è una lingua tarda piena di prestiti.

Quindi è tutto il contrario, la parola greca che lui cita deriva proprio dall'Albanese essendo l'albanese più antico del greco e dato che la radice semantica della parola si trova perfettamente nello stesso albanese e non nel greco, e cosa importante l'albanese era la lingua più parlata nei Balcani e nel moderno stato greco prima che fosse perseguitata e cancella da questo. Il signor Avato essendo un uniata filogrekko si è pure dimenticato la sua lingua oltre le sue radici e ora sta cercando di distruggere le nostre radici giocando sull'ignoranza delle persone inventandosi queste fesserie. I linguisti che lui cita evidentemente si sono dimenticati dell'antichità della nostra bellissima lingua che contiene i semi delle lingue europee e che precede di millenni il greco e il latino.

Gjitonia è una parola puramente Albanese-Arbëresh e non greca.

Cordiali saluti. 🙏🏽

domenica 28 settembre 2025

LA CATASTROFE DI DRAMALI

 

Nell'estate del 1822, l'Impero Ottomano lanciò una massiccia spedizione per reprimere la Rivoluzione Arvanita-Arbëresh. Mahmud Dramali Pascià guidò un esercito di quasi 30.000 uomini nel Peloponneso, con l'obiettivo di conquistare Nauplia e ripristinare il controllo imperiale. I difensori Arvaniti-Arbëresh, tuttavia, riuscirono a radunare solo circa 2.500-3.000 combattenti sotto il comando del comandante Arvanita-Arbëresh Theodoros Kolokotronis.

Rendendosi conto di non poter affrontare una tale forza in campo aperto, Kolokotronis adottò la strategia della "terra bruciata". I villaggi furono evacuati, le scorte di cibo furono rimosse e i pozzi distrutti, lasciando l'esercito di Dramali senza provviste nell'arido paesaggio estivo. Fame, sete e caldo iniziarono a indebolire le forze ottomane ancor prima del combattimento.

Kolokotronis scelse quindi il terreno perfetto per la battaglia: gli stretti passi montani di Dervenakia. Qui, la vasta cavalleria e il vantaggio numerico degli Ottomani divennero inutili. I combattenti Arvaniti-Arbëresh, nascosti lungo creste e scogliere, lanciarono imboscate, sparando con i moschetti e lanciando pietre sulle affollate colonne ottomane. Tagliati fuori dai rifornimenti e intrappolati in un terreno ostile, il panico si diffuse rapidamente tra le forze di Dramali.

I risultati furono catastrofici per gli ottomani. Circa 4.000 uomini furono uccisi durante le battaglie del 6-8 agosto 1822. Dei circa 30.000 che entrarono nel Peloponneso, più di 20.000 furono uccisi, feriti o (per lo più) dispersi. Al contrario, le perdite Arvanite-Arbëresh furono meno di 300. L'esercito di Dramali, un tempo considerato inarrestabile, fu annientato.

 La portata della sconfitta divenne proverbiale tra la popolazione Arvanita-Arbëresh, dove ogni grande disastro è ancora chiamato "Katastrofa e Dramalit." ("il disastro di Dramali"). Un residuo di circa 3.000 Ottomani tentò di fuggire verso Patrasso, ma nei pressi di Vostizza furono attaccati da Andreas Londos e dai suoi uomini, e solo una manciata di loro riuscì a salvarsi, decretando la completa rovina della campagna di Dramali.

venerdì 26 settembre 2025

L'ALFABETO DI ELBASAN ✒️

 

📜 L'alfabeto Elbasan era un sistema di scrittura di 40 lettere utilizzato per la lingua albanese a metà del XVIII secolo.

Fu creato appositamente per la traduzione manoscritta dei Vangeli in albanese, nota come "Anonymi i Elbasanit".

🔹Questo manoscritto è l'unico documento noto scritto con questo particolare alfabeto.

Gregorio di Durazzo (in albanese: Gregori i Durritsit; o Grigor Konstantinidhi) (c. 1701–1772) fu uno studioso, tipografo, insegnante, monaco e chierico Cristiano Ortodosso Orientale albanese dell'Albania ottomana. Si ritiene che abbia inventato una speciale scrittura alfabetica albanese, la scrittura Elbasan, utilizzata per scrivere il manoscritto del Vangelo di Elbasan.

Il manoscritto è uno dei più antichi testi conosciuti della letteratura Cristiana Ortodossa Albanese, nonché la più antica traduzione conosciuta della Bibbia Ortodossa Orientale in albanese.

domenica 7 settembre 2025

MACEDONIA ED EPIRO SONONIMI DI ALBANIA


 🌿📜 Nella tradizione antica, l'inclusione di territori corrispondenti all'attuale Albania nell'antica Macedonia è attestata da diverse fonti importanti.

Strabone riferisce che, quando il regno macedone fu assorbito da Roma, "la via Egnazia attraversa il territorio di queste tribù, iniziando da Epidamno e Apollonia", collocando così le città di Durazzo e Apollonia all'inizio della grande strada romana all'interno dell'area macedone. Plinio, descrivendo l'organizzazione provinciale romana, è chiaro: "A Lisso inizia la provincia di Macedonia. La sua popolazione sono i Parti e, più all'interno, i Dassareti", integrando così inequivocabilmente le tribù dell'Albania centrale e meridionale nel quadro macedone. Infine, Tolomeo, nella sua Geografia, definisce i confini della Macedonia includendo una serie di città e popolazioni situate nell'attuale Albania: Amantia, Scampi (Elbasan), Dyrrahium (Durazzo), Apollonia e, soprattutto, "In Albani: Albanopolis", che stabilisce la presenza di un etnonimo albanese all'interno della geografia della Macedonia stessa. Queste tre prove coerenti dimostrano che, per gli autori antichi, la Macedonia si estendeva in quella che oggi è l'Albania, abitata da tribù albanesi: dai Partheni, dai Dassareti, dai Taulanti e dagli Albani.

Umanisti come Marin Barleti ripresero questa tradizione, collocando Scutari all'interno della Macedonia ed equiparando l'Epiro e l'Albania all'area macedone. Studiosi albanesi come Pjetër Bogdani e Frang Bardhi rafforzarono ulteriormente questa visione, collegando Alessandro Magno a Skanderbeg e identificando chiaramente Scutari come macedone. È una prova evidente che questa identificazione è rimasta viva nell'autorappresentazione degli albanesi.

Viaggiatori e studiosi europei confermarono la stessa continuità. Lady Mary Wortley Montagu descrisse gli albanesi come nativi dell'"antica Macedonia", mentre Edward Daniel Clarke ne sottolineò la discendenza dai macedoni, sottolineandone la sopravvivenza della lingua, dei costumi e del carattere. Anche i primi cartografi moderni collocarono l'Epiro e la Macedonia all'interno dell'Albania, riflettendo la stessa identificazione.

Questa tradizione ininterrotta, da Strabone, Plinio e Tolomeo, fino agli umanisti e ai viaggiatori moderni, trova il suo culmine nel giudizio degli osservatori del primo Novecento. Come scrisse l'autore francese Georges Verdène nel 1905: "La Macedonia può essere paragonata all'antica Gallia, che nel corso dei secoli e delle successive trasformazioni divenne la Francia moderna. La Macedonia ha cessato di esistere per diventare l'Albania". Questo paragone cattura l'essenza della continuità storica nota nel corso dei secoli: l'Albania non rappresenta una rottura con l'antichità, ma la trasformazione vivente dell'antica Macedonia. Questa concordanza di prove, lungi dal contrario, afferma una chiara conclusione: l'Albania odierna costituisce il cuore stesso dell'antica Macedonia.

Non è un caso che Skanderbeg rivendicasse questa illustre eredità. Ponendosi nella continuità degli Epiroti e dei Macedoni, egli incarnava la continuità vivente tra l'antico dominio di Alessandro e la nazione albanese. In lui, la memoria dell'Epiro e della Macedonia non rimase una reliquia del passato, ma si trasfigurò nel fondamento stesso dell'Albania moderna.

sabato 30 agosto 2025

HISTORIA BYZANTINA DUPLICI COMMENTARIO ILLUSTRATA

 

Autore: Charles du Fresne, Sieur du Cange
Pubblicazione: Parigi, 1680 📖

Nella sua monumentale opera Historia Byzantina duplici commentario illustrata (1680), l'eminente storico francese Charles du Fresne, Sieur du Cange – ampiamente acclamato come il "padre degli studi bizantini" – illumina le genealogie e l'impatto duraturo delle dinastie illiriche, dardane, macedoni, epirote e cioè albanesi. Du Cange evidenzia come queste dinastie non solo difesero le loro terre d'origine, ma raggiunsero anche un ruolo di primo piano nel cuore degli imperi romano e bizantino cioè l'Impero Romano Cristiano Ortodosso d'Oriente.

Dagli imperatori dardani della tarda Roma ai principi epiroti albanesi e ai despoti albanesi di Bisanzio, la loro eredità è inscritta nel contesto stesso della civiltà europea. Questi leader incarnarono coraggio, resilienza e brillantezza strategica, plasmando il corso degli imperi dall'Adriatico a Costantinopoli.

Il commento storico di Du Cange rafforza una verità spesso trascurata: gli albanesi sono gli eredi diretti dell'Impero Romano Cristiano Ortodosso d'Oriente di Costantinopoli, gli eredi diretti degli antichi popoli illirici, epiroti e macedoni il cui valore e il cui governo influenzarono il destino di tutta l'Europa. Questa eredità non è confinata a cronache polverose, ma vive nella nazione albanese, un popolo la cui resistenza, identità culturale e spirito di indipendenza rimangono intatti attraverso i millenni【Du Cange, Historia Byzantina, Parigi 1680】.

L'eredità albanese nella storia bizantina ed europea 🇦🇱

• Radici imperiali: numerosi imperatori e generali bizantini fecero risalire le loro origini all'Illiria, all'Epiro, alla Dardania e alla Macedonia, aree abitate dagli antenati degli odierni albanesi (vedi: J.B. Bury, History of the Later Roman Empire, 1923).

 • Continuità dell'Epiro: il Despotato dell'Epiro, regione albanese, portò avanti le tradizioni ellenistiche e illiriche fino al Medioevo inoltrato (N.G.L. Hammond, Epirus, 1967).

Identità duratura: Du Cange e gli storici successivi riconobbero che gli albanesi preservarono la loro antica eredità nonostante ondate di imperi, conquiste e migrazioni.

Pertanto, la Historia Byzantina è una cronaca bizantina cioè dell'Impero Cristiano Ortodosso d'Oriente Arbër e una testimonianza dell'eterna impronta delle stirpi albanesi sul destino dell'Europa, una stirpe di guerrieri e sovrani la cui eredità ispira ancora orgoglio e unità.

venerdì 29 agosto 2025

GLI ALBANI E LA FONDAZIONE DI ROMA

Presento qui alcuni estratti selezionati dal libro di Dionigi di Alicarnasso "Le Antichità Romane" (The Loeb Classical Library). Dionigi ci informa sulle varie ascendenze Arber romane, tra cui quella degli Albani (Αλβανοί).

Quando gli elleni o greci ancora non esistevano, il Mediterraneo era abitato da popolazioni pelasgiche delle quali gli odierni Albanesi-Arbëresh sono i discendenti.

Tra i primi che si insediarono vicino e nella regione del Lazio vi erano gli Etruschi, gente saggia (Me tru), provenienti dall'Epiro. Molti degli scritti presenti nei loro cimiteri sono stati decifrati grazie alla lingua Albanese.

Gli Enotri, una tribù Arbër arcadica e popolo Italico di origine Pelasgo-illirica cugini dei Dardani Achei e Troiani. Sugli Enotri il glottologo e linguista italiano Giacomo Devoto ne ipotizzò un'origine balcanica proto-Illirica per le somiglianze linguistiche e culturali con quelle degli Albanesi.

Gli Enotri avevano abbandonato spontaneamente il paese allora chiamato Licaonia e ora Arcadia, in cerca di una terra migliore, sotto la guida di Enotro, figlio di Licaone figlio di Pelasgo, da cui la nazione prese il nome. 

Mentre gli Aborigeni occupavano questa regione del Lazio, i primi ad unirsi a loro nel loro insediamento furono i Pelasgi-Albanesi della Emonia ora Tessaglia, dove avevano vissuto per qualche tempo. Dopo i Pelasgi Emoni giunsero i Pelasgi Arcadi dalla città di Pallanzio, che avevano scelto come capo della loro colonia Evandro, figlio di Ermes (Mercurio) e della ninfa Temi (o Carmenta, una donna mortale divenuta dea), insegnando agli abitanti la scrittura e la musica, e fu un alleato di Enea nella guerra contro i Rutuli. Questi costruirono una città accanto a uno dei sette colli che si trovano vicino al centro di Roma, chiamando il luogo Pallanzio, dalla loro città madre in Arcadia. Non molto tempo dopo, quando Eracle giunse in Italia di ritorno a casa con il suo esercito da Eritea, una certa parte del suo esercito, rimase indietro e si stabilì vicino a Pallanzio, accanto a un altro dei colli che ora racchiudono la città. Questo era allora chiamato dagli abitanti colle Saturnio, ma ora è chiamato Campidoglio dai Romani. La maggior parte di questi uomini erano Dori Epei che avevano abbandonato la loro città in Elide dopo che il loro paese era stato devastato da Ercole.

Durante la guerra di Troia, poco prima del duello finale tra Enea e Turno, c'è una conversazione tra gli dei pelasgi dove la dea Era (parola che dall'albanese signfica Vento) "regina del cielo" dice come i nomi Lazio e Albano debbano essere preservati mentre il nome di Troia dovrebbe scomparire.

Accadde che Enea fondò Alba Longa alle pendici del Monte Albano nel Lazio, a capo della confederazione dei popoli latini (populi albenses), da dove venne fondata Roma.

Nella sedicesima generazione dopo la guerra di Troia, gli Albani unirono entrambi questi luoghi in un unico insediamento, circondandoli con un muro e un fossato. Fino ad allora, infatti, c'erano solo ovili per bovini e ovini e alloggi per gli altri pastori, poiché il territorio circostante forniva erba in abbondanza, non solo per l'inverno ma anche per i pascoli estivi, grazie ai fiumi che lo rinfrescavano e lo irrigavano.

Gli Albani erano una nazione composta da Pelasgi-Albanesi: Arcadi, Epei provenienti dall'Elide e, infine, dai Troiani che giunsero in Italia con Enea, figlio di Anchise e Afrodite, dopo la presa di Troia. Ma tutto questo popolo, avendo perso le loro designazioni tribali, finirono per essere chiamati con un nome comune, Latini, da Latino, che era stato re di questo paese. La città murata, quindi, fu costruita da queste tribù nell'anno quattrocentotrentaduesimo dopo la presa di Troia, e nella settima Olimpiade. I capi della colonia erano fratelli gemelli di famiglia reale Albana, Romolo essendo il nome dell'uno e Remo dell'altro. Da parte di madre discendevano da Enea ed erano Dardanidi. Tuttavia, non continuarono entrambi a essere capi della colonia, poiché litigarono per il comando; ma dopo che uno di loro fu ucciso nella battaglia che seguì, Romolo, che sopravvisse, divenne il fondatore della città e la chiamò con il suo nome.

sabato 23 agosto 2025

SAN MERCURIO DEGLI ARBËR E LA MEMORIA STORICA DEGLI STRATIOTI ARBËR IN EUROPA

 

Nella memoria storica e religiosa dei primi Arbër della diaspora, la figura di San Mercurio occupa un posto speciale. 

Mentre oggi il nome di questo santo non è frequente tra gli Arbër e le chiese a lui dedicate sono poche in Grecia e nelle aree di migrazione degli Arbër, nei secoli XV-XVI il suo culto godeva di grande importanza.

Prima del 1821, quando San Giorgio divenne il patrono della rivoluzione Arvanita e in seguito dello stato ellenista greco, la popolazione Arvanita-Arbëresh aveva San Mercurio come patrono. Questo culto era strettamente legato alla natura guerriera degli Arbër e degli Stratioti Albanesi, che vedevano in San Mercurio la figura del santo del soldato e del vincitore in battaglia.

Una chiara testimonianza di questo culto è la diffusione del nome Mërkur tra gli Albanesi del sud e in particolare tra gli Arvaniti. Una delle figure più famose che porta questo nome è Mërkur Bua Shpata, discendente della famiglia principesca Albanese dei Bua Spata in Morea, uno dei più importanti stratioti Albanesi del XV-XVI secolo. Questo nome, associato al culto del santo, racchiudeva non solo il simbolismo della fede Cristiana Ortodossa, ma anche una dimensione identitaria marziale, conferendo al portatore del nome uno status legato alla tradizione dei vincitori e dei difensori della fede.

La figura di Mërkur Bua è una delle prove più evidenti del legame tra il culto di San Mërkur e l'identità marziale degli Arbër. Bua fu comandante di 300 stratioti Arbër e prestò servizio negli eserciti più potenti d'Europa. Combatté per l'imperatore tedesco Massimiliano I, per Luigi XII di Francia, per Venezia e partecipò alle battaglie più importanti dell'epoca. Nella battaglia di Marignani (1515), dove si affrontarono gli eserciti francese e svizzero, gli albanesi al suo comando sbaragliarono l'ordine di battaglia di 40.000 svizzeri, costringendoli alla ritirata. Le cronache europee registrano questa battaglia come la "vittoria dei giganti", dove 300 cavalieri Albanesi si presentarono come un intero esercito.

Lo storico e poeta Coroneo degli Arbani di Grecia, scrisse di lui come discendente di Pirro d'Epiro, Achille, Enea e Alessandro Magno: un'iperbole che attesta lo straordinario rispetto e la fama di questo guerriero Arbano. Nella battaglia di Pavia (1525), pur trovandosi di fronte al suo ex alleato, il re Francesco I di Francia, Bua dimostrò una rara grandezza: quando il re francese fu sconfitto e fatto prigioniero, i mercenari catalani volevano ucciderlo, ma Mërkur Bua intervenne e gli salvò la vita, conferendogli gli onori di un sovrano. Questo gesto era in linea con l'ideale di San Mercurio, guerriero e uomo giusto, a dimostrazione che per gli Arbëri la guerra non aveva solo una dimensione militare, ma anche etica e spirituale.

Il culto di San Mercurio tra gli Arbëri era legato al loro ruolo di soldati della diaspora, come stratioti in Italia, Dalmazia, Francia, Austria, Fiandre, Spagna e Prussia. San Mercurio era visto come il protettore della loro vita precaria, come garante della vittoria e dell'onore in battaglia. Per questo motivo il suo nome divenne comune e numerose chiese dell'epoca gli furono dedicate. Purtroppo, nel corso dei secoli con la presa della chiesa Ortodossa-Arbër di Costantinopoli da parte degli ellenisti e con il mutare delle priorità del culto religioso ellenista del moderno stato greco, questo santo è quasi scomparso dalla memoria collettiva. Oggi, solo resoconti storici e pochi nomi rimasti nelle genealogie testimoniano questo antico legame.

Un importante elemento simbolico è anche la bandiera donata a Mërkur Buas dall'imperatore Massimiliano I nel 1510, che raffigurava un'aquila bicipite nera – simbolo tipico dell'eredità Ortodossa-Arbër – e le insegne araldiche del Ducato di Borgogna. Questa bandiera testimonia la combinazione dell'elemento Arbër con la tradizione europea, a dimostrazione che gli stratioti albanesi e tutti gli Arbër della diaspora non hanno mai perso la loro identità.

Il culto di San Mërkur e la figura di Mërkur Bua fanno parte di un ricco patrimonio, in cui storia, religione e identità Arbër si fondono in una potente narrazione. San Mercurio, in quanto patrono degli Arbër, prima che la Chiesa Ortodossa-Arbër di Costantinopoli fosse presa dagli ellenisti del moderno stato greco e San Giorgio diventasse patrono della Grecia, rappresenta uno strato profondo della cultura della diaspora Albanese e del suo ruolo militare in Europa. La figura di Mercurio Bua, d'altra parte, incarna gli ideali del santo: coraggio, lealtà, onore e grandezza. Questo legame speciale dimostra che gli Arbër, ovunque combattessero, conservarono non solo le loro armi e i loro costumi, ma anche una dimensione spirituale del loro retaggio Ortodosso, rimanendo inseparabili dalle loro radici.


martedì 19 agosto 2025

IL SIGNORE GIURÒ A DAVIDE CON VERITÀ

 

🌿📜 "E, come ricordò Paolo, disse: "Il Signore ha reso stolta la sapienza di questo mondo", ciò che aveva esaminato nella sua sapienza.

E aveva detto: "Da mille donne genererò mille maschi ed erediterò le città del nemico e distruggerò gli idoli".

Ma [il Signore] non gli diede [a Salomone] che tre figli, di cui quello maggiore, il re d'Etiopia, figlio della regina d'Etiopia, è il primogenito.

È lui quello di cui dice nella profezia: "Il Signore giurò a Davide con verità e non se ne pentirà, come, il frutto del tuo ventre, stabilirò sul tuo trono".

Il Signore diede grazia al suo cospetto, a Davide suo servo, e concesse a lui di assidersi sul trono di Dio, dalla sua discendenza, secondo la carne, dalla Vergine: Egli giudicherà i vivi e i morti e retribuirà tutti secondo le proprie azioni. A Lui si deve la Gloria, al Signore nostro Gesù Cristo, nei secoli dei secoli, amìn! E gli concesse anche che, in terra, vi fosse un re sull'arca della Sua Legge, la Santa Celeste Sion, che è il re d'Etiopia.

Quanto a quelli che regneranno, che non sono d'Israele, ciò è una violazione della legge e del comandamento, che il Signore non gradisce."
(Kebra Nagast - La gloria dei re, cap.34)

domenica 17 agosto 2025

BUON COMPLEANNO IMPERATORE MENELIK II

 

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Il 17 agosto è il compleanno di Imye Menelik, il nostro leader visionario che ha galvanizzato L'Etiopia nella lotta contro il colonialismo nella storica battaglia di Adua del 1° marzo 1896, aprendo le porte alla modernizzazione per la nazione Etiopica.

 Ecco un elenco parziale delle innovazioni da lui introdotte nel Paese di Etiopia:

• Linea ferroviaria
• Telegrafo
• Telefono
• Acqua corrente
• Elettricità
• Fotografia (fu il primo fotografo amatoriale d'Etiopia)
• Automobili
• Addis Abeba come capitale
• Eucalipto
• Servizio postale
• Tipografia
• Riviste di informazione
• Scuola moderna
• Ospedale moderno
• Film
• Biciclette (il primo ciclista d'Etiopia)
• Distilleria
• Filatoio moderno
• Farmacia
• Costituzione scritta
• Ministeri
• Ambasciate straniere (almeno 13 durante il suo mandato)
• Fabbrica di proiettili
• Panetteria
• Cinema
• Registrazione vocale su tamburi di cera
• Patente di guida (fu il primo conducente autorizzato d'Etiopia)
• Orologi con numeri "Geez"
• Riparazione di orologi (fu lui stesso il primo riparatore di orologi ad Addis)
• Pompe per l'acqua
• Ecc. ecc.

Ad eccezione del volo aereo, della televisione, di Internet e di pochi altri - Imye Menelik ha gettato le basi dell'Etiopia moderna.