giovedì 6 agosto 2026

I "LELEGI" o "LELEKES"

 

L'antico popolo che si identifica con i Pelasgi, i Cari... e gli Albanesi-Arvaniti-Arbëresh.

Le testimonianze presenti in Omero, Erodoto, Alceo, ma anche nell'antica letteratura greca sui Lelegi, sono fondamentalmente di natura "storico-mitologica". Per questo motivo, nel presente articolo, siamo obbligati a prendere in considerazione sia gli elementi mitologici che quelli storici che li riguardano.

I Lelegi vengono quindi menzionati come una stirpe "pre-ellenica" che abitava la Beozia, la Locride, l'Etolia-Acarnania, Leucade (di cui erano considerati autoctoni), l'Eubea, Megara, la Messenia e in particolare la Laconia, che in passato era chiamata "Lelegia". In Messenia esisteva persino la leggenda secondo cui furono i fondatori di Pilo e che fossero legati ai navigatori "Teleboi" di Omero. Venivano chiamati "Teleboi" perché erano "dalla voce potente" (comunicavano cioè a distanza). Riferimenti ai Lelegi si trovavano anche nell'Epiro, come vicini dei Molossi, mentre in Tessaglia erano considerati i successori dei Pelasgi. Inoltre, sono indicati come Lelegi anche gli abitanti delle Cicladi, del Dodecaneso, di Chio, di Samo e delle coste dell'Asia Minore antistanti a queste isole.

Da molti autori antichi, i Lelegi sono identificati con i Cari che abitavano l'Asia Minore sud-occidentale, nota come Caria (Erodoto, Storie, I, 171), patria di molti illustri personaggi dell'antichità (tra cui lo stesso Erodoto). Secondo Pausania, il tempio di Artemide ad Efeso era un tempio antichissimo, utilizzato fin dall'antichità dai Lelegi di quella regione e dai Lidi. Strabone attribuisce ai Lelegi un gruppo distinto di piccoli castelli, tumuli e abitazioni, da Alicarnasso fino a Mileto, definendoli "Lelegeia", per analogia con "Ciclopea". Inoltre, com'è noto, Mileto, patria del saggio Talete, in passato si chiamava "Lelegis".

Eroe e capostipite dei Lelegi, secondo la tradizione, fu Lelege, il quale, secondo una tradizione laconica, era "autoctono" della Laconia. Secondo un'altra tradizione, tuttavia, figura come "autoctono" di Leucade, mentre un'altra ancora ci dice che venne dall'Egitto e che era figlio di Poseidone e di Libia (Pausania, Guida della Grecia, I, 44). Pausania ci dice anche che nella regione di Megara vide la tomba di Lelege e che l'antico nome dell'Acropoli di quella città era "Caria".

Gli etnonimi "Lelega" e "Pelasgo" hanno come radice l'uccello "Pelargos" (cicogna), da cui è derivato "Pelasgos", che il nostro popolo (Arvanita) chiama anche "Leleki". A supporto dell'identificazione dei Lelegi con i Pelasgi vi è anche il fatto che, mentre Alceo (nel VII o VI secolo a.C.) chiama Antandro nella Troade "Lelegeia", Erodoto più tardi sostituisce questo aggettivo con "Pelasgica". Quindi: Lelekia = Cicogne, e "Lelegi" o "Lelekes" = "Pelasgi" o "Cicogne", da cui gli Antichi Greci riconoscevano di trarre la propria origine!

Più nello specifico: la Locride Orientale o Opunzia, i cui abitanti, prima di essere chiamati "Locri", erano detti "Lelegi" (Esiodo, Catalogo delle donne, 48, e Scimno di Chio, Periegesi, VI, 590), è legata ad antichissime tradizioni che riguardano tutti i Greci. Secondo la tradizione, infatti, Deucalione e Pirra, dopo il diluvio, si stabilirono nella Locride Opunzia, dove "ricrearono" il popolo dalle "pietre", popolo che Esiodo chiama appunto Lelegi. Successivamente, secondo Apollodoro (Biblioteca, I, 49), Deucalione e Pirra generarono tre (3) figli: Elleno, Anfizione e Protogenea. Da Elleno (alla cui nascita "contribuì" anche Zeus) e da Orseide o Otreide, nacquero Doro (il capostipite dei Dori), Eolo (il capostipite degli Eoli) e Xuto. Da Xuto e Creusa nacquero Acheo e Ione (rispettivamente capostipiti degli Achei e degli Ioni).

Pertanto, l'informazione di Erodoto secondo cui gli Ioni discendevano dai Pelasgi trova conferma anche nella mitologia che, come abbiamo visto, affonda le sue radici nei Lelegi o Pelasgi. Di conseguenza, tutti quei popoli antichi, con i vari nomi che hanno avuto nel tempo e nei luoghi, menzionati come "fazioni della nazione pelasgica" — come i Frigi, gli Illiri, i Molossi, i Dardani, i Peoni, i Traci, i Cureti, gli Abanti, gli Ittiti, i Lidi, i Tirreni, gli Etruschi, ecc. — dovrebbero essere sommati a coloro che in seguito vengono definiti Lelegi o Cari.

Gli elementi della civiltà creata e lasciata dai Lelegi o Pelasgi — come la "Civiltà Cicladica", i "Monumenti funerari di Leucade", le "Elaborate costruzioni dell'Asia Minore", il "Sistema di culto valoriale" dei 12 Dei, le "Muse", i "Misteri Eleusini", la "Mitologia", la "Cosmogonia", gli "Oracoli", l'"Introduzione della scrittura", i "Filosofi Presocratici", ecc. — ci dimostrano che questo popolo non era un "popolo barbaro", come era stato caratterizzato solo perché non parlava la lingua greca*, ma era il popolo che creò la civiltà che fu poi registrata e diffusa dalla letteratura greca antica!

I veri discendenti di questo antico popolo dei Lelegi o Pelasgi, secondo lo scrittore tedesco Heinrich Kiepert*, sono gli Albanesi-Arvaniti-Arbëresh . Ciò è dimostrato anche dal fatto che le vestigia linguistiche di questo popolo (nei toponimi e nei nomi), che dai linguisti (di tutto il mondo) sono state definite "pre-elleniche" e "inesplicabili" (attraverso la lingua greca), si spiegano "agevolmente" e "meravigliosamente" con la lingua "non scritta" dei moderni Arbëresh e Arvaniti e di quella scritta degli Albanesi o Shqiptari!

** Fonti - Note:**

 * Sakellariou Michael B.: "I gruppi linguistici ed etnici della preistoria greca". Storia della Nazione Greca A', Atene: Ekdotiki Athinon, pag. 357.

 * Faraklas N.: "Sull'insediamento dei Lelegi in Beozia", Annali Archeologici di Atene, 1969, fasc. 1, pp. 96 – 97.

 * Kiepert H.: "Über den Volksstamm der Leleges", (in Monatsber. Berl. Akad., 1861, p. 114). L'autore considera i Lelegi autoctoni delle regioni in cui vivevano e li identifica con gli Illiri - Arvaniti.

 * Pausania (Guida della Grecia, IX 23, 6) ci racconta che l'oracolo di Acrifia in Beozia, quando Mis dalla Caria lo interrogò nella sua lingua, gli diede il responso in lingua carica. Questo ci dimostra che la lingua carica, da un lato, era diversa dal greco e, dall'altro, era identica alla lingua dei Lelegi, che gli abitanti della Beozia conoscevano e parlavano, essendone i discendenti.

 * I toponimi "Pidaso", "Larymna" e "Abe" esistevano sia nelle regioni della Grecia abitate dai Lelegi, sia nelle regioni dell'Asia Minore abitate dai Cari. Pertanto, la lingua carica era identica alla lingua dei Lelegi.

martedì 4 agosto 2026

IL PARADOSSO DELLE ORIGINI: QUANDO LA GRECIA ANTICA ERA UNA TERRA DI BARBARI

 

Introduzione

L’immaginario collettivo dell’Occidente tende a considerare la Grecia classica come la culla incontaminata della civiltà europea, un faro di cultura, filosofia e democrazia eretto in contrasto al resto del mondo circostante. Tuttavia, se ci si immerge nelle fonti storiografiche dell'antichità e si analizzano le tradizioni più remote, emerge un quadro assai più complesso e sorprendente. Chi erano davvero i primi abitanti della penisola balcanica e del Peloponneso? Chi ha posato le prime pietre delle grandi città che avrebbero segnato la storia?

A svelare una verità spesso dimenticata è uno dei più grandi geografi e storici del mondo antico: Strabone. Attraverso le sue testimonianze, scopriamo un paradosso storiografico illuminante: le terre che in seguito avrebbero definito l'identità ellenica erano originariamente popolate da stirpi pre-elleniche che gli stessi Greci, secoli dopo, avrebbero classificato come "barbare".

La testimonianza di Strabone

Nel Libro VII (Capitolo 7, Sezione 1) della sua celebre opera Geografia, lo storico e geografo greco Strabone (vissuto tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C.) ci tramanda un passaggio di straordinaria importanza storica:

> "In tempi antichi l'intera Grecia era un insediamento di barbari, se si ragiona dalle tradizioni stesse: Pelope portò popolazioni dalla Frigia nel Peloponneso, che ricevette il nome da lui; e Danao dall'Egitto; mentre i Driopi, i Cauconi, i Pelasgi, i Lelegi e altri popoli simili si spartirono tra loro le parti che si trovano all'interno dell'istmo..." <

Per comprendere appieno la portata di questa affermazione, è fondamentale decodificare il vero significato che il termine "barbaro" (bárbaros) assumeva nel mondo antico. Per i Greci dell'età classica, infatti, bárbaros non indicava una persona rozza o selvaggia nel senso moderno del termine; identificava originariamente chiunque non parlasse la lingua greca, riproducendo un suono onomatopeico (come "bar-bar") per indicare una parlata incomprensibile all'orecchio ellenico.

Le radici pelasgiche e l'origine dei popoli autoctoni

Strabone fa riferimento alla mitologia pelasgica antica per spiegare che i padri fondatori di molte storiche stirpi della Grecia erano originari dell'Epiro, della Dardania, dell'Asia Minore (Frigia) o del Nord Africa (Egitto) — regioni che i Greci classici consideravano, appunto, terre "barbare".

L'analisi storiografica di questi gruppi rivela una trama fitta di migrazioni e continuità etnica:

 * Pelope e i Frigi: Pelope da cui prende il nome il Peloponneso era di origine Dardana della tribù dei Brigi o Frigi. I Frigi o Brigi erano una antichissima tribù Pelasgica che originariamente dalla Dardania — quello che è l'odierno centro-nord dell'Albania — sotto il nome di Brigi, emigrarono in Asia Minore fondando il regno Frigio. Pelope era il figlio di Tantalo, conosciuto come il Frigio, o re dei Frigi. Era altrimenti chiamato Atis; e in Pelasgo-Albanese la parola Ati significa Padre. Pelope era conosciuto come un uomo che ebbe una numerosa prole, cioè che ebbe molti figli. Lo conferma anche il suo nome Pelasgico derivante da Pëjel-pe che indica il dare alla luce una numerosa prole.

 * Danao e l'Egitto: Danao è una figura mitologica che, fuggendo dall'Egitto insieme alle sue cinquanta figlie (le Danaidi), si stabilì ad Argo (Argo in Pelasgo-Albanese significa luogo di terra fertile, derivante da Argom cioè arare la terra), introducendo elementi culturali esterni e diventando il capostipite dei "Danai". Lo conferma il suo nome Pelasgico dalla radice Dan, che in Pelasgo-Albanese significa separato, essendo egli separato dalla terra da cui fuggiva.

* Gruppi come i Driopi, i Cauconi, i Pelasgi, i Lelegi e altri popoli simili erano tutti di stirpe Pelasgica che dall'Epiro si stabilirono nelle zone del Peloponneso, dell'Attica e della Boezia da tempi immemori. Gli storici classici consideravano queste tribù come gli abitanti originari e autoctoni della penisola balcanica. Essi vi si erano stabiliti fin dai tempi più remoti, ancora prima delle seconde grandi migrazioni delle stesse popolazioni pelasgiche che dal nord e dalla Frigia (come Ioni, Achei e Dori) ritornarono a popolare queste zone. Tutto questo avveniva antecedente ai Greci, prima che questi esistessero e assimilassero le popolazioni autoctone alla loro ideologia.

Tebe, Atene e le fondazioni pre-elleniche

Come abbiamo visto non solo il Peloponneso era abitato da "barbari", ma anche la Boezia e l'Attica condividevano questo medesimo sostrato etnico e culturale. Le grandi metropoli che poi saranno la culla della Grecia classica nascono proprio sopra questi insediamenti autoctoni:

 * Tebe: Fu fondata su una popolazione Pelasgica autoctona dal Fenicio Cadmo; i fenici erano un popolo di origini Etiopiche che si erano stabiliti in Palestina allora chiamata Canaan. Il nome Cadmo deriva dal semitico Qdm che significa est, cioè un uomo proveniente dall'oriente, il quale introdusse elementi culturali esterni e sposò l'Epirota Armonia. In seguito lasciarono Tebe, si stabilirono in Illiria e generarono Illirio, divenendo i capostipiti di quel popolo. Che Armonia fosse autoctona lo conferma il suo stesso nome Pelasgico, avendo in sé la radice Epirota Pelasgo-Albanese per eccellenza Ar ad indicare la sua antica origine dalla terra nera e dall'oro che questa produce.

 * Atene: Così come Tebe, anche Atene fu fondata su una popolazione Pelasgica autoctona ad opera dell'Egizio Cecrope. Anch'egli introdusse elementi culturali esterni sposando Aglauro, figlia di Atteo. Atteo era un autoctono dell'Attica, dal quale la regione avrebbe preso il nome e, secondo una versione, ne sarebbe stato il primo re. Che Atteo fosse autoctono e il primo re lo conferma il suo nome, significando "Padre" in Pelasgo-albanese ed essendo un sinonimo primitivo di re.

Conclusione: Il paradosso degli "stranieri"

L'esame attento delle fonti antiche e del testo di Strabone porta a una riflessione storica di forte impatto incisivo.

È estremamente interessante osservare come i Greci, comparsi soltanto secoli dopo sulla scena della storia, chiamassero "barbari" proprio le popolazioni autoctone che avevano abitato e plasmato quelle terre fin dall'inizio. Questo ribaltamento di prospettiva dimostra un paradosso affascinante: se si analizzano le origini profonde e le stratificazioni etniche della penisola balcanica, i veri stranieri giunti in un secondo momento figurano essere proprio i Greci stessi, i quali edificarono la propria identità sulle fondamenta culturali e territoriali dei popoli pelasgici che li avevano preceduti.

domenica 2 agosto 2026

IL FUOCO DELLA FEDE: LA FESTA DEL SANTO PROFETA ELIA

 

Oggi la Chiesa Ortodossa celebra la festa del *Santo e Glorioso Profeta Elia il Tisbita*.

Il Nome come Missione: "Il mio Dio è YHWH"

Prima ancora di essere il racconto di una vita straordinaria, la figura di Elia si rivela nel suo stesso nome. In ebraico, Elia deriva da אֵלִיָּהוּ (Eliyahu), una sintesi teologica composta da due elementi: El ("Dio") con il suffisso pronominale "i" ("mio"), e Yahu, forma abbreviata del Nome Ineffabile di Dio (YHWH).

Il significato letterale è dunque "Il mio Dio è YHWH" (o "YHWH è il mio Dio").

Nella tradizione Ortodossa, questo non è un semplice nome proprio, ma un vero e proprio *programma di vita e di fede*. In un'epoca in cui il popolo d'Israele vacillava cedendo al culto degli idoli, il Profeta incarnò nel suo stesso nome la sua missione indelebile: testimoniare con audacia, fuoco e zelo che solo il Signore è il Vero e Unico Dio Vivo.

Nella spiritualità Ortodossa, Elia non è semplicemente una figura del passato antico: è considerato il *"Precursore della Seconda Venuta di Cristo"*, un gigante della fede il cui zelo per Dio rimane una guida viva per i fedeli.

Chi è il Profeta Elia nella Teologia Ortodossa?

Vissuto nel IX secolo a.C. nel Regno d'Israele durante il regno del re Acab e della regina Jezabel, Elia combatté strenuamente contro l'idolatria del dio Baal. La tradizione Ortodossa lo venera come il modello perfetto del monachesimo e della vita ascetica: un uomo di profonda preghiera, digiuno e distacco totale dai beni materiali.

Nelle icone e nei testi liturgici Ortodossi, Elia viene definito:

 * L'Angelo in carne ed ossa: Per la sua vita pura e la sua dedizione assoluta a Dio.

 * Il Secondo Precursore: Così come San Giovanni Battista (venuto "con lo spirito e la forza di Elia") ha preparato la prima venuta del Messia, la tradizione ritiene che Elia tornerà sulla Terra prima del Giudizio Finale.

 * Il Colonna dei Profeti: Presenza chiave, insieme a Mosè, al momento della Trasfigurazione di Cristo sul Monte Tabor.

I Simboli Iconografici e i Miracoli

La raffigurazione liturgica di Sant'Elia racchiude i momenti salienti della sua vita biblica (1 e 2 Re):

 1. Il Corvo nel Deserto: L'icona classica raffigura il profeta seduto all'ingresso di una grotta vicino al torrente Cherith, mentre un corvo gli porta il cibo inviato da Dio. Rappresenta la Provvidenza divina che sostiene chi si affida completamente a Lui.

 2. Il Carro di Fuoco: Elia è uno dei due soli personaggi dell'Antico Testamento (insieme ad Enoc) a non aver conosciuto la morte fisica secondo la Scrittura: fu assunto in cielo su un carro di fuoco trainato da cavalli alati.

 3. La Brezza Leggera: Sul monte Oreb, Dio non si manifestò ad Elia nel vento forte, nel terremoto o nel fuoco, ma nel "bisbiglio di una brezza leggera" (1 Re 19:12), simbolo della grazia dello Spirito Santo e della pace interiore.

Tradizioni e Devozione Popolare

Nei paesi di tradizione Ortodossa, la devozione a Sant'Elia è pervasa di una forte religiosità popolare:

 * Patrono dei Luoghi Alti: Le cappelle dedicate a Sant'Elia sorgono quasi sempre sulla cima di montagne e colline, ricordando la sua assunzione in cielo e le sue preghiere sulle vette dei monti Carmelo e Oreb.

 * Signore del Tuono e della Pioggia: Poiché con la sua preghiera chiuse i cieli per tre anni e mezzo e poi fece scendere la pioggia, il popolo ortodosso lo invoca contro le siccità, i temporali e le calamità atmosferiche.

 * Benedizione dei Frutti e del Miele: In molte parrocchie, il giorno di Sant'Elia si benedicono i primi frutti dell'estate e il miele nuovo.

Tropario di Sant'Elia (Tono 4)
> «L'angelo in carne, il fondamento dei profeti, il secondo precursore della venuta di Cristo, il glorioso Elia dall'alto ha inviato la grazia ad Eliseo di scacciare le malattie e purificare i lebbrosi. Perciò egli versa guarigioni a coloro che lo onorano.» <

Buona festa del Santo Profeta Elia a tutti i fratelli e le sorelle in Cristo. 🙏🏽

sabato 1 agosto 2026

DALLE RADICI TRACO-PELASGICHE AI BALCANI ANTICHI: LA TEORIA DI ROBERT GORDON LATHAM

 

Robert Gordon Latham, eminente etnologo e filologo britannico del XIX secolo, classificò la Macedonia e l'antica Tracia come letteralmente "albanesi" nel senso geopolitico moderno, collegandole attraverso una comune ascendenza linguistica paleo-balcanica o traco-pelasgica.

Nelle sue opere principali, come "L'etnologia d'Europa" (1852) e "Le nazionalità d'Europa" (1863), Latham formulò teorie sugli strati storici profondi delle popolazioni europee, delineando le relazioni tra i gruppi moderni e quelli antichi.

Teoria della continuità traco-pelsgica:

Latham sostenne che la linea ancestrale degli attuali Albanesi fosse molto più ampia nell'antichità rispetto ai confini geografici dell'Albania moderna. Li collegò direttamente alle popolazioni non elleniche che un tempo popolavano i Balcani meridionali.

Espansione attraverso la Macedonia e la Tracia:

Latham suggerì che il flusso di popolazioni pre-elleniche non slave non fosse iniziato semplicemente sulla costa adriatica. Piuttosto, continuò ininterrottamente in tutta la regione, comprese la Macedonia e la Tracia.

Nelle sue mappe geografiche e linguistiche, notò che questo "paese albanese" si spostò effettivamente lungo l'antica penisola balcanica, attraversando la Macedonia e la Tracia, prima di dirigersi a nord verso aree come la Croazia.

Classificazione non greca dei Macedoni:

Nelle sue ricerche filologiche, Latham osservò che l'esatta relazione tra l'antica lingua macedone e il greco classico era molto incerta. Documentò che molti filologi consideravano il macedone non un dialetto greco, ma una lingua indoeuropea indipendente, strettamente imparentata con l'illirico e il tracio, i gruppi ancestrali diretti degli albanesi moderni.

Connessione pelasgica:

Latham fu profondamente coinvolto nella cornice "pelasgica" comune alla linguistica del XIX secolo. Notò che gli scrittori antichi descrivevano i Macedoni e gli Epiroti come parlanti lingue completamente incomprensibili ai Greci.

Latham, insieme a studiosi contemporanei come Max Müller, riconobbe negli Albanesi i principali discendenti sopravvissuti di questi Illiri o Pelasgi. Poiché l'antica Macedonia e la Tracia erano popolate principalmente da queste componenti pre-elleniche, esse vennero strutturalmente raggruppate nello stesso albero genealogico etno-linguistico.

Contesto storico ed eredità:

Le teorie di Latham si inserivano in una più ampia tradizione intellettuale del XIX secolo, in cui le prime figure regionali europee – come l'eroe nazionale albanese Gjergj Kastrioti (Skënderbeg) – spesso invocavano una continuità storica con gli antichi Macedoni ed Epiroti per affermare le proprie radici autoctone contro le espansioni ottomane e slave.

Sebbene i moderni campi della storia e della genetica utilizzino termini più vaghi (preferendo "continuità paleo-balcanica" a etichette dirette come "antico albanese"), il lavoro di Latham fu pionieristico. Fu tra i primi studiosi occidentali a formulare una grande teoria secondo la quale gli antenati degli albanesi avrebbero costituito il fondamento linguistico indigeno, non greco, di tutta la Macedonia e la Tracia.

Conclusione:

L'opera di Robert Gordon Latham rappresenta una tappa fondamentale nella storiografia e nell'etnologia del XIX secolo. La sua visione intuì la complessa stratificazione etno-linguistica dei Balcani. Nel riconoscere negli Albanesi i custodi di un'antichissima eredità indoeuropea estesa ben oltre i loro attuali confini, Latham non solo diede voce alla continuità paleo-balcanica, ma offrì anche un solido supporto teorico al concetto di autoctonia che avrebbe segnato profondamente le identità culturali della regione.