sabato 4 aprile 2026

IL CODICE NAZIREO INFRANTO: COME IL POTERE SPIRITUALE DIVENTA PRIGIONIA.

 

La storia di Sansone e Dalila non è una storia d'amore, né un monito contro le donne. È un testo iniziatico sigillato sul potere, la polarità e le conseguenze catastrofiche di un errato posizionamento della forza sacra. La narrazione superficiale era concepita per distrarre i non iniziati. La vera dottrina era nascosta in bella vista.

Sansone rappresenta la forza puramente consacrata. Nessuna virtù morale. Nessuna rettitudine. Potere. La sua forza deriva dalla separazione, dalla disciplina e dal contenimento. Il codice nazireo è una legge alchemica. Il potere aumenta quando la forza vitale non viene dispersa. I capelli non sono la fonte. I capelli sono il sigillo. Un segno visibile che la corrente non è stata dispersa.

Dalila non è malvagia. È contenimento incondizionato. Nei sistemi esoterici, il potere deve essere riposto in contenitori che possano mantenerne la tensione. Dalila simboleggia il campo psichico inferiore. Attaccamento emotivo, gravità sensuale, desiderio inconscio. Quando Sansone posa la testa su di lei, è la coscienza che riposa nel tempio inferiore invece che nell'altare superiore.

Il ripetuto interrogatorio di Sansone è la parte più trascurata della storia. Gli iniziati mettono sempre alla prova i recipienti prima di depositarvi la verità. Ogni risposta falsa è un avvertimento. Dalila persiste perché la natura inferiore cerca sempre di estrarre il segreto del potere senza sottomettersi alla sua disciplina. Quando la verità finale viene rivelata, il crollo è immediato.

I Filistei sono raccoglitori di forze disallineate. Non creeranno forza. Aspettano che venga svelata. Nella cosmologia occulta, i sistemi ostili prosperano grazie alla vitalità dispersa. Ecco perché Sansone non viene mai sconfitto in battaglia, ma solo nell'intimità. Il potere non viene mai preso con la forza. Viene ceduto attraverso la rivelazione.

Accecare Sansone non è una punizione. È una conseguenza. La vista appartiene all'allineamento. Quando il potere viene separato dalla struttura, la percezione crolla. Il mulino è il simbolo esoterico più chiaro del testo. Sansone diventa un motore vivente, che produce forza per un sistema che lo deride. Questo è il destino degli iniziati che risvegliano il potere prima di padroneggiare il governo.

La ricrescita dei capelli in cattività rivela la legge finale. Il potere ritorna sempre all'interno prima di tornare all'esterno. Nel silenzio. Nell'oscurità. Nella restrizione. La distruzione del tempio non è una vittoria. È un annientamento rituale. L'iniziato sacrifica sia il parassita che il sé precedente che ha permesso il dominio.

Questa storia insegna una verità proibita. Il potere è neutrale. Il desiderio è neutrale. Il tradimento non è esterno. La caduta avviene quando la forza sacra viene posta in un contenitore non iniziato. La vera Dalila non è una donna. È un disallineamento mascherato da intimità. Sansone non perse la sua forza. Perse la sovranità su dove era conservata.

Leggi anche:
SANSONE COME PREFIGURAZIONE DI CRISTO NELLA TRADIZIONE DELLA CHIESA ORTODOSSA. ⬇️
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martedì 31 marzo 2026

DA ACHILLE A PIRRO A SKANDERBEG: LA LUNGA MEMORIA DEGLI ALBANESI


 ⚔️ Pirro, che le narrazioni moderne cercano di separare dall’Albania e di dissolvere in una Grecia classica idealizzata, veniva ancora chiaramente identificato come Albanese dai primi studiosi europei, non per anacronismo, ma per memoria. Nelle edizioni annotate che accompagnano *Histoire de Georges Castriot* di Jacques de Lavardin (Parigi, 1596), la nota a margine non lascia alcun dubbio: «Pyrre o Pyrrhus, Albanese».

E nella sua poesia «Gli Albanesi», Pierre de Ronsard rende questa continuità innegabile. Non parla di Greci, ma di Albanesi, il cui sangue antico, come scrive, «si dice discenda dal valoroso» Achille. La linea ereditaria si concretizza immediatamente: «Pirro me ne è testimone… e Gjergj Kastrioti Skanderbeg…», collegando Pirro d'Epiro a Skanderbeg all’interno della stessa continuità eroica.

Questa non è un’ornamentazione poetica, ma una coscienza storica conservata nella letteratura rinascimentale. Achille sta all’origine, Pirro come erede dinastico, Skanderbeg come continuazione vivente. La catena non è implicita, è dichiarata:

Achille → Pirro → Skanderbeg → gli Albanesi.

Figli dell’aquila, figli di Pirro: questa non era un’invenzione, ma un’eredità. Nelle pagine erudite dell’Europa della prima età moderna non vi era alcuna ambiguità: Pirro stava come testimone, Skanderbeg come prova, e l’Epiro come loro terra comune. Lo stesso luogo, lo stesso popolo. I nomi possono cambiare, ma il popolo resta.

lunedì 30 marzo 2026

I GUARDIANI DELLE MONTAGNE: I Soldati Albanesi dell'Epiro 🇦🇱⚔️


📷 L'immagine evoca l'epopea dei soldati Albanesi dell'Epiro, figure leggendarie che hanno attraversato la storia balcanica. Più che un semplice ritratto, è una finestra su un mondo di tradizione e di strenua difesa delle proprie terre.

Un'Iconografia Radicata nel Tempo

Il soldato ritratto, con la tipica fustanella albanese e l'elegante gilet ricamato, rappresenta una figura iconica della resistenza epirota. Questo abbigliamento, pur adattandosi alle esigenze del terreno montuoso, era anche un simbolo di status e di appartenenza a una comunità guerriera. La presenza delle armi, come il fucile e le spade, sottolinea la natura difensiva e combattiva di questi uomini, pronti a tutto per salvaguardare la propria libertà e le proprie tradizioni.

I Guerrieri dell'Epiro: Tra Storia e Leggenda

I soldati Albanesi dell'Epiro, spesso indicati come Sulioti o Arvaniti o Arbëresh in base al contesto storico e geografico, hanno giocato un ruolo cruciale nelle vicende della regione. Noti per il loro coraggio, la loro abilità nel combattimento in montagna e la loro feroce indipendenza, hanno resistito a numerosi invasori, dagli Ottomani ai vari eserciti che hanno tentato di imporsi sui Balcani. Le loro gesta, spesso tramandate attraverso canti popolari e leggende, li hanno resi simboli di eroismo e di amor di patria.

Un'Eredità Che Vive

Nonostante i secoli trascorsi, l'eredità dei soldati Albanesi dell'Epiro continua a vivere. La loro cultura, le loro tradizioni e la loro storia sono parte integrante dell'identità albanese e di quella di molte comunità della regione. L'immagine stessa, con la sua attenzione ai dettagli e la sua atmosfera evocativa, testimonia l'interesse persistente per questa figura storica e per il suo significato simbolico.

In Conclusione

I soldati Albanesi dell'Epiro non sono stati semplici guerrieri, ma custodi di una cultura e di un modo di vivere radicato nel territorio. La loro storia, intrecciata a quella dei Balcani, ci ricorda l'importanza della resistenza e della salvaguardia della propria identità di fronte alle sfide del tempo. L'immagine che li ritrae è un potente promemoria della loro forza e della loro resilienza, che continua a ispirare anche oggi.

domenica 29 marzo 2026

SANTA MARIA EGIZIACA 👑

 

🌿 Nella quinta domenica della Quaresima Ortodossa, ricordiamo oggi la vita di Santa Maria Egiziaca.

✨ La figura di Santa Maria Egiziaca occupa un posto speciale nella spiritualità della Chiesa Ortodossa, dove è venerata come uno degli esempi più straordinari di pentimento radicale e trasformazione interiore. La sua vita, tramandata principalmente attraverso il racconto di Sofronio di Gerusalemme, rappresenta un modello potente di conversione, ascesi e comunione con Dio.

🙏🏽 Secondo la tradizione Ortodossa, Maria nacque in Egitto e, fin dalla giovane età, condusse una vita dissoluta, segnata da piaceri e passioni disordinate. Trasferitasi ad Alessandria, visse per anni nella lussuria, senza alcun senso di colpa o desiderio di cambiamento.

La svolta avvenne quando decise di recarsi a Gerusalemme per la festa dell’Esaltazione della Santa Croce. Tuttavia, nel tentativo di entrare nella Basilica del Santo Sepolcro, una forza invisibile le impedì l’accesso. Questo evento segnò profondamente Maria: comprese che il suo stato spirituale le precludeva la comunione con il sacro.

Colpita da questa esperienza, Maria si rivolse con sincerità alla Vergine Maria, promettendo di cambiare vita. Dopo aver finalmente potuto entrare in chiesa e venerare la Croce, attraversò il Giordano e si ritirò nel deserto, dove visse per oltre quarant’anni in completa solitudine.

Nel deserto, affrontò tentazioni, fame, sete e le memorie del suo passato peccaminoso. Attraverso la preghiera incessante e la penitenza, raggiunse uno stato di profonda purificazione spirituale, diventando un esempio di “theosis” — il processo di divinizzazione tanto centrale nella teologia Ortodossa.

L’incontro con Zosima:

La parte finale della sua vita è legata all’incontro con il monaco Zosima di Palestina, che la incontrò nel deserto. Egli rimase stupito dalla sua santità: Maria conosceva le Scritture pur non avendole mai studiate formalmente e manifestava doni spirituali straordinari, come la chiaroveggenza.

Maria gli chiese di portarle la comunione l’anno successivo, presso il Giordano. Quando Zosima tornò, assistette a un evento miracoloso: Maria attraversò il fiume camminando sulle acque. Dopo aver ricevuto l’Eucaristia, morì poco tempo dopo, lasciando dietro di sé un’eredità spirituale immensa.

Significato spirituale nella tradizione Ortodossa:

Nella Chiesa Ortodossa, Santa Maria Egiziaca è celebrata come simbolo del pentimento autentico e della misericordia divina. La sua memoria è particolarmente enfatizzata durante la Grande Quaresima, specialmente nella quinta settimana, quando la sua vita viene letta integralmente durante il “Grande Canone” di Andrea di Creta.

Il suo esempio dimostra che non esiste peccato troppo grande per essere perdonato, purché vi sia un sincero ritorno a Dio. Inoltre, la sua vita ascetica incarna l’ideale Ortodosso della lotta spirituale, della rinuncia e della trasformazione interiore.

Eredità e venerazione:

Santa Maria Egiziaca è venerata sia in Oriente che in Occidente, ma è nella tradizione Ortodossa che la sua figura assume una dimensione particolarmente intensa e contemplativa. Iconograficamente, viene spesso rappresentata come una figura emaciata, coperta solo dai suoi capelli o da un mantello, simbolo della sua totale rinuncia al mondo.

La sua storia continua a ispirare fedeli e monaci, ricordando che la santità non è riservata ai perfetti, ma è accessibile a chiunque intraprenda con sincerità il cammino del pentimento.


sabato 28 marzo 2026

SANSONE COME PREFIGURAZIONE DI CRISTO NELLA TRADIZIONE DELLA CHIESA ORTODOSSA.

 

Nella lettura spirituale e tipologica delle Sacre Scritture, la Chiesa Ortodossa riconosce nell’Antico Testamento numerose figure che preannunciano la venuta e l’opera salvifica di Cristo.

Secondo i Padri della Chiesa, queste figure non sono semplici allegorie, ma eventi reali che partecipano misteriosamente al disegno salvifico di Dio.

In questo contesto, Sansone emerge come una figura particolarmente significativa: come giudice di Israele, la sua vita contiene elementi che trovano il loro compimento pieno in Gesù Cristo, pur mantenendo differenze sostanziali che sottolineano la superiorità del Nuovo Patto.

- Nascita annunciata e consacrazione divina:

Efrem il Siro sottolinea come le nascite miracolose dell’Antico Testamento preparino l’umanità ad accogliere il mistero più grande: la nascita verginale del Cristo, e la nascita di Sansone è un chiaro segno dell’intervento diretto di Dio nella storia.

Sansone nasce da una madre sterile, a cui un angelo annuncia la nascita miracolosa (Giudici 13). Questo evento anticipa, in modo pieno, l’Annunciazione e la nascita verginale di Cristo. 

Inoltre, Sansone è consacrato a Dio come nazireo fin dal grembo materno: una vita separata, dedicata interamente al Signore. Allo stesso modo, Cristo nostro vero Dio è il consacrato per eccellenza, inviato nel mondo con una missione divina sin dall’eternità.

La consacrazione nazirea di Sansone prefigura la santità assoluta di Cristo. Tuttavia, mentre Sansone è *separato* per Dio, Cristo è Dio, ontologicamente santo: non riceve la santità, ma la possiede per natura.

- Forza divina e missione salvifica: 

La forza straordinaria di Sansone non è sua, ma dono dello Spirito di Dio.

Giovanni Crisostomo interpreta questo aspetto come segno che ogni vera liberazione proviene da Dio e non dall’uomo.

In Sansone, questa forza gli consente di liberare Israele dai Filistei, prefigurando la missione di Cristo che libera l’umanità dalla schiavitù del peccato e della morte. Tuttavia, mentre Sansone combatte nemici terreni, Cristo affronta e vince i nemici spirituali, operando una salvezza universale. 

Qui la tipologia si approfondisce: ciò che in Sansone è limitato e temporaneo, in Cristo diventa universale ed eterno.

- Tradimento e consegna ai nemici:

Sansone viene tradito da Dalila e consegnato ai suoi nemici. Questo episodio preannuncia il tradimento di Cristo da parte di Giuda. 

In entrambi i casi, il giusto viene consegnato nelle mani degli avversari, non per una sconfitta definitiva, ma come parte di un disegno salvifico più grande. 

La differenza essenziale è però decisiva: Sansone è ingannato e cade, mentre Cristo si consegna volontariamente. La Passione non è una sconfitta, ma un atto libero di amore salvifico.

- Umiliazione, sofferenza e apparente sconfitta. La morte di Sansone e la croce di Cristo:

Il culmine della tipologia si trova nella morte di Sansone. Facendo crollare il tempio dei Filistei, egli distrugge i nemici e muore insieme a loro. La Scrittura afferma che nella sua morte uccise più nemici che durante la sua vita.

Il fatto che Sansone distrugga i nemici proprio nel momento della sua morte è una potente immagine del mistero della croce.

Dopo essere stato catturato, Sansone viene accecato, umiliato e reso schiavo. Questo stato di abbassamento richiama la Passione di Cristo, che accetta volontariamente la sofferenza, l’umiliazione e la morte sulla croce.

Cristo, morendo, distrugge la morte stessa. Tuttavia, mentre Sansone muore insieme ai suoi nemici, Cristo muore per i suoi nemici, offrendo loro la possibilità di salvezza.

Nella prospettiva Ortodossa, questo svuotamento è centrale: Dio si abbassa per elevare l’uomo.

Cristo realizza in modo perfetto ciò che Sansone prefigura imperfettamente:

* Sansone abbatte un tempio materiale
* Cristo abbatte il regno della morte
* Sansone muore con i nemici
* Cristo muore per salvare i nemici

Nella teologia Ortodossa, questo è il paradosso centrale: la morte diventa strumento di vita (“con la morte calpestò la morte”).

- Debolezza umana e perfezione divina:

Le figure veterotestamentarie sono incomplete proprio per orientare verso il compimento in Cristo. Sansone rappresenta l’umanità dotata di doni divini ma vulnerabile alla passione; Cristo rappresenta l’umanità perfettamente unita a Dio.

La Chiesa Ortodossa sottolinea sempre che le figure dell’Antico Testamento sono ombre e non realtà piene. Sansone è un uomo segnato dal peccato e dalla debolezza, mentre Cristo è senza peccato. Le cadute morali di Sansone evidenziano proprio il bisogno di una salvezza più perfetta, che si realizza solo in Cristo.

- Significato spirituale per il credente:

Per la spiritualità Ortodossa, Sansone non è solo una figura storica o simbolica, ma anche un invito alla vigilanza. La sua vita mostra come i doni divini possano essere compromessi dalla negligenza spirituale. Allo stesso tempo, il suo ultimo atto di fede e sacrificio dimostra che il pentimento e il ritorno a Dio sono sempre possibili.

- Conclusione; dall’ombra alla verità:

Sansone, nella lettura della Chiesa Ortodossa, è una figura complessa e profondamente simbolica. La sua vita, segnata da contrasti, diventa una potente icona della storia della salvezza: debolezza e forza, caduta e redenzione, morte e vittoria. In lui si intravede, come in un’ombra, il mistero luminoso di Cristo, che porta a compimento ciò che nell’Antico Testamento era solo prefigurato.

Nella visione della Chiesa Ortodossa:

* Sansone è ombra
* Cristo è verità
* Sansone prefigura
* Cristo compie

La sua vita non è solo un racconto antico, ma una rivelazione progressiva del mistero della salvezza, che trova il suo centro e la sua pienezza in Cristo.

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venerdì 27 marzo 2026

IL BROWN CONDOR

 

In memoria di

John Robinson
(26 novembre 1903 – 27 marzo 1954)

Nato a Carrabelle, in Florida.

Trascorse i primi anni della sua vita a Gulfport, nel Mississippi.

Il suo padre biologico morì quando era ancora un neonato, lasciando lui e la sorella di quattro anni, Bertha, con la madre, Celeste Robinson, che in seguito avrebbe sposato Charles Cobb.

Robinson fu subito affascinato da tutto ciò che volava. Nel 1910, all'età di sette anni, rimase incantato da un idrovolante che sorvolava il lago di Gulfport. Quel velivolo era pilotato da John Moisant!

Il ragazzo osservò il pilota eseguire acrobazie per gli spettatori e sentì che il suo destino stava per cambiare.

Qualche anno dopo, John Robinson decise di imparare a volare.

Sua madre gli spiegò che questo obiettivo era piuttosto insolito per un giovane afroamericano all'inizio del XX secolo.

Questo non fece altro che rafforzare la sua determinazione!

John Robinson dimostrò una naturale predisposizione per la meccanica e fu ammesso al prestigioso Tuskegee Institute, un college per afroamericani, per conseguire una laurea in meccanica automobilistica.

Motivato, si trasferì a Chicago e fece domanda alla Curtiss-Wright School of Aviation, convinto che in Nord America l'atteggiamento nei confronti di un pilota nero potesse essere più liberale.

Si sbagliava... la sua domanda fu respinta più volte e dovette accettare un lavoro come bidello presso la scuola nei fine settimana.

Un insegnante di nome Bill Henderson notò l'interesse di Robinson per gli studi e divenne il suo mentore.

John Robinson divenne infine il primo studente nero della scuola.

Si unì ad altri appassionati di aviazione afroamericani e fondò l'Aero-Study Group.

Dopo aver conseguito il brevetto di pilota, John Robinson e il suo socio Cornelius Coffey fondarono la Challenger Air Pilots Association per gli afroamericani che desideravano volare.

Aprì anche la John Robinson Flight School a Robbins, nell'Illinois.

Forse il suo contributo più famoso alla storia dell'aviazione americana fu quello di convincere la sua alma mater, il Tuskegee Institute, ad aprire una scuola di volo per afroamericani, che avrebbe poi addestrato i Tuskegee Airmen della Seconda Guerra Mondiale.

Per questo motivo, John Robinson è spesso chiamato il "padre dei Tuskegee Airmen".

Nel 1935, frustrato dalla mancanza di opportunità per gli aviatori neri in America e desideroso di sostenere l'ultima roccaforte non colonizzata in Africa, dichiarò la sua intenzione di arruolarsi volontario per difendere l'Etiopia nel suo conflitto con l'Italia.

L'imperatore Hailé Selassié, alla disperata ricerca di sostegno contro le potenti forze armate italiane, lo nominò ufficiale.

Accettò e partì per l'Etiopia.

Come colonnello John Robinson, trovò un'aviazione composta principalmente da aerei piccoli, disarmati e mal equipaggiati.

L'aviazione etiope in questo conflitto non era in grado di competere con aerei molto più avanzati.

Partecipò a missioni di rifornimento, ricognizione e soccorso medico, riuscendo a superare in astuzia un avversario di gran lunga superiore.

All'epoca divenne noto come il "Condor Bruno" dell'Etiopia.

Durante questo conflitto, Robinson lavorò al fianco di un pilota svedese, il conte Carl Gustav von Rosen, che aveva prestato servizio in Etiopia come istruttore.

Tornò negli Stati Uniti nel 1936.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, fece ritorno nell'Etiopia liberata.

L'imperatore Hailé Selassié cedette il comando dell'Aeronautica Etiope (ETAF) alla Svezia.

Di fronte al rifiuto degli Stati Uniti e del Regno Unito di fornire assistenza, l'Etiopia si rivolse alla Svezia per la creazione di una moderna forza aerea.

Gli svedesi acconsentirono a fornire assistenza e Carl Gustav von Rosen fu nominato istruttore capo della neonata Aeronautica Imperiale Etiope (IEAF).

In disaccordo con questa collaborazione, John Robinson si dimise dal servizio per fondare la Sultan Airlines (una scuola di volo) e un'attività di importazione con uno dei figli dell'imperatore Hailé Selassié.

La sua scuola fornì così i primi piloti alla neonata Ethiopian Airlines, oggi una delle compagnie aeree più importanti dell'Africa.

John Robinson morì in un incidente aereo ad Addis Abeba nel marzo del 1954.

Aveva 50 anni.

L'ASFODELO MEDITERRANEO 💮🔯

 

📷 Tra i prati di Asfodelo del mio paese ... 🙏🏽✨

📜 "Nel silenzio antico dei campi dimenticati,
dove il vento sussurra storie di ombre,
cresce l’Asfodelo —
fiore di confine tra vita e memoria.

Non cerca il clamore delle rose,
né l’oro dei girasoli al sole;
vive pallido, quasi timido,
tra la terra e ciò che resta dei sogni.

Dicono che fiorisca per chi è partito,
per le anime che camminano leggere
in prati che nessuno vede,
ma che il cuore, a volte, riconosce.

Ogni petalo è un ricordo sospeso,
ogni stelo una promessa silenziosa:
che nulla davvero si perde,
ma cambia forma nel tempo.

E così l’Asfodelo resiste —
fragile, eterno —
custode di ciò che è stato
e di ciò che, forse, sarà ancora."
(Bro.Yo-Seyf)✒️


L'Asfodelo, BARRADHÌSHTA in Arbëresh 🇦🇱, fiorisce in Primavera e ne annunzia il suo arrivo, è il giglio nato dal latte di Eva dopo la cacciata dal paradiso e come tale cresce sparso sulle asperità collinari e tra la vegetazione di bassa montagna. 

È il fiore degli eroi.🌿💮👑

Nella mitologia antica l'Asfodelo era un fiore simbolo di vita oltre la morte e si credeva che questa pianta ricoprisse i prati dei Campi Elisi laddove fossero caduti valorosi eroi.

L'asfodelo era lo scettro degli eroi, un simbolo di regalità e di potenza superiore.

"Gli Albanesi sono eroi che si sono distinti in tutte le battaglie per la libertà" (Cit.) 🇦🇱

📷 E qui dalle mie parti di Asfodelo ce n'è davvero tanto.

Le api ne van matte e il miele d’Asfodelo è rara ambrosia. 🐝

🌿 I prati di Asfodeli simboleggiavano la strada che conduceva all’Ade. Venivano piantati sulle tombe per buon auspicio ai defunti. E venivano posti davanti la porta delle case di campagna, in quanto si pensava tenessero alla larga i sortilegi maligni.

Secondo gli antichi e come diceva Dante, per accedere al Paradiso bisogna oltrepassare il regno di Ade (Ha dhe, il mangia terra), e le ombre dei trapassati si aggirano nell'Ade su prati di Asfodelo.

📖 Nel libro XI dell'Odissea, in cui Ulisse (Yll lisi; Udhëtari) evoca gli spiriti dei defunti, si hanno brevi scorci dell'oltremondo. Si ha un primo accenno quando si allontana Achille (A ki Ylli; Aq i lehti):

«Dissi; e d’Achille alle veloci piante
per li prati d’Asfodelo vestiti
l’alma da me sen giva a lunghi passi,
lieta, che udì del figliuol suo la lode.»

mercoledì 25 marzo 2026

PRIGIONIERI DELLA MENZOGNA: QUANDO LA VERITÀ DIVENTA UN NEMICO.

 

Esistono persone per cui la verità non è un punto di arrivo, ma una minaccia da evitare. Non si tratta semplicemente di mentire occasionalmente: è una condizione più profonda, quasi esistenziale, in cui la menzogna diventa un rifugio stabile e rassicurante. Chi vive in questo stato non rifiuta solo i fatti, ma costruisce attivamente una realtà alternativa, spesso impermeabile a qualsiasi tentativo di confronto.

Alla base di questo comportamento si trovano diversi fattori. In molti casi, accettare la verità significherebbe mettere in discussione la propria identità, le proprie scelte o persino il proprio valore personale. La menzogna, quindi, non è solo un inganno verso gli altri, ma una forma di autodifesa. È più facile negare l’evidenza che affrontare il peso di un errore, di una responsabilità o di una fragilità.

Un altro elemento fondamentale è il bisogno di controllo. La verità è spesso complessa, sfuggente, a volte scomoda. La menzogna, invece, può essere modellata, adattata, piegata alle proprie esigenze. In questo senso, chi rifiuta la verità cerca di mantenere una narrazione in cui ha il dominio assoluto, anche a costo di distorcere la realtà.

Tuttavia, questo atteggiamento ha conseguenze profonde. Le relazioni diventano fragili, basate su fondamenta instabili. La fiducia, una volta incrinata, è difficile da ricostruire. Col tempo, chi vive nella menzogna rischia anche l’isolamento, perché gli altri iniziano a percepire l’incoerenza e a prendere le distanze.

Ma il danno più grande è interiore. Vivere costantemente in una realtà alterata richiede uno sforzo continuo: ricordare le versioni inventate, difenderle, giustificarle. È una tensione che logora, che impedisce una vera crescita personale. Senza verità, non può esserci consapevolezza, e senza consapevolezza non può esserci cambiamento.

Non sempre, però, chi rifiuta la verità lo fa con piena coscienza. A volte si tratta di un meccanismo appreso, sviluppato nel tempo per proteggersi da contesti difficili o da esperienze dolorose. In questi casi, la menzogna diventa una sorta di corazza emotiva, difficile da abbandonare.

Uscire da questo circolo non è semplice. Richiede coraggio, capacità di mettersi in discussione e, spesso, anche un supporto esterno. Ma è un passaggio necessario per ritrovare autenticità e costruire relazioni più sane.

La verità, per quanto scomoda, ha una qualità che la menzogna non potrà mai avere: libera. Accettarla significa rinunciare a una falsa sicurezza, ma anche aprirsi alla possibilità di una vita più autentica, meno fragile e più reale.

martedì 24 marzo 2026

QUALE DIGLOSSIA?

 

Di Γεωργιος Ντουνης (Arvanita)

LA NARRAZIONE "NAZIONALE" SULLA DIGLOSSIA tra le popolazioni arvanite della Grecia meridionale... MITI, INVENZIONI E COSTRUZIONI MITOLOGICHE...

CHI HA SCRITTO LA STORIA DEGLI ALBANESI/ARVANITI DEL 1821...

Dopo le narrazioni immaginarie: Arvaniti come Greci... Greci come Arvaniti... Arvaniti come antichi Greci... Arvaniti come Romani... negli anni '80 è stato aggiunto anche il termine "DIGLOSSIA" degli Arvaniti.

 In effetti, la diglossia era piuttosto diffusa, ma dopo l'istituzione delle scuole greche all'inizio del XX secolo, e già dalla fine del XIX secolo in alcune aree urbane, iniziò una sistematica "eradicazione" della lingua arvanita (il "metodo del bastone", usato per punire gli studenti che parlavano arvanita, era ben noto, persino negli anni '60).

Va notato che i termini arvanita / albanese / sceicco / romio / greco non esistono nell'arvanita della Grecia meridionale. L'arvanita è chiamato Arbëror(e) / Arbëresh, e la lingua Arbërisht.

Le parole "greco" e "greco (lingua)" erano sconosciute alle popolazioni di lingua arvanita anche all'inizio del XX secolo. In Mesogea, Attica, ecc., in arvanitico un "greco" veniva chiamato sskliás (Romio di lingua greca) e ssklíra (Romia di lingua greca), mentre la lingua greca veniva chiamata sskljeríshte.

"Agio kur vate në Athinë ede bie e sklira…" si diceva di una donna che andava o si sposava ad Atene e imparava il greco / diventava "greca".

"Moi bju sklira" = Divento una signora / Parlo greco, ecc.

QUALE DIGLOSSIA??

 Prima di analizzare la questione dell'istruzione greca (in un altro articolo), nel censimento del 1879 quasi tutta la popolazione dei villaggi di Attico-Beozia, Argolide-Corinto, ecc., era di lingua albanese, come dimostra il censimento ufficiale dello Stato greco: non parlavano greco (come affermato nelle statistiche), ma solo albanese.

Ad esempio, nell'antico comune di Kropia (Koropi – Spata – Markopoulo – Liopesi – Charvati – Vari), 5.841 abitanti su 6.507 (di cui 540 non residenti) non parlavano greco (vedi censimento del 1879, Ministero dell'Interno). Non si fa menzione di bilingui per via dell'istruzione.

Nel 1879, nell'intero comune: 5 insegnanti maschi, 0 insegnanti femmine; 320 ragazzi, 20 ragazze (su un totale di 860 bambini di età compresa tra i 6 e i 12 anni). Venti sacerdoti, quattro medici, tre levatrici. Le scuole erano praticamente inesistenti; l'insegnamento si svolgeva in edifici in affitto.

La frequenza scolastica per i ragazzi era inizialmente facoltativa (a pagamento) e divenne più strutturata nel 1890. L'istruzione femminile divenne obbligatoria nel 1900 per i primi due anni della scuola primaria.

Un altro esempio: nel comune di Solygeia (Corinto), su 2.958 abitanti, 2.942 parlavano solo albanese (censimento del 1881).

QUALE DIGLOSSIA??

Fino al 1860, la lingua ufficiale della Marina era l'arvanitico, e rimase in uso fino alle guerre balcaniche (ad esempio, il kountouriotis sulla corazzata Averof). (Vedi Karl Reinhold, "Pelasgica - La lingua della flotta", 1855).

QUALE DIGLOSSIA??

Fino al 1970, soprattutto le donne anziane firmavano i documenti notarili tramite un interprete.

Le donne della Beozia dicevano: “Nukë vame në stratoi ede nukë besuam/dzuame sskljerishtete” = non andiamo nell'esercito e non impariamo il greco.

QUALE DIGLOSSIA??

I discorsi elettorali del 1860 (documentati) ad Atene, per i villaggi di lingua arvanitica (Chalandri, Marousi, Kifisia), furono scritti in arvanitico.

Tra il 1923 e il 1924, G. Weigand studiò l'introduzione di parole greche ("ellenismi") nell'arvanitico dell'Attica, dell'Idra e di Poros, pubblicando a Lipsia nel 1928 il libro Das Albanische in Attika.

QUALE DIGLOSSIA??

 Molti insegnanti di lingua greca si dimisero perché non potevano insegnare ai bambini a causa della barriera linguistica, oppure impararono l'arvanitico per poter insegnare.

Nel censimento del 1879, la spesa comunale per le scuole primarie ammontava a 1.549.654 dracme, mentre quella statale era di sole 211.132.

Il "metodo del bastone" per punire chi parlava arvanitico era diffuso anche negli anni '60.

QUALE DIGLOSSIA??

Molti di noi ricordano bisnonni e nonni che usavano l'arvanitico tra di loro per capirsi. Ognuno ha le proprie esperienze personali.

QUALE DIGLOSSIA??

Le donne nei villaggi, nelle sere di primavera ed estate, che lingua parlavano? E gli anziani nei caffè? Barzellette e storie erano in arvanitico.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli anziani parlavano arvanitico per non farsi capire dai bambini.

QUALE DIGLOSSIA??

 Molti anziani andavano in chiesa senza comprendere la lingua liturgica. Quando veniva chiesto loro cosa stessero ascoltando, rispondevano: "le parole di Cristo".

QUALE DIGLOSSIA??

Fino alle guerre balcaniche, interi reggimenti dell'esercito attico-beotico erano composti da parlanti arvanitici, con ufficiali che parlavano arvanitici per le comunicazioni.

QUALE DIGLOSSIA??

Le popolazioni di lingua arvanitica, spesso analfabete, vivevano nel loro mondo locale, limitato ai villaggi vicini. "Più lontano di Calcide", dicevano: Calcide era il confine del loro mondo.

QUALE DIGLOSSIA??

Quando le strade carrozzabili e i mezzi di comunicazione apparvero solo nel XIX secolo (strada Atene-Pireo 1835, Argo-Nafplio 1829, ecc.).

Ecc. ecc.

Vedi anche Paparrigopoulos, Dimaras, George Finlay, Ludwig Ross, ecc.

🗞️ "Atene era solo un villaggio albanese. Quasi tutta la popolazione dell'Attica è considerata ed è composta da albanesi."
(Empire Newspaper 1863)

Guarda il video:
- LA LINGUA ARVANITA PROIBITA IN GRECIA ⬇️


E anche:
- RE OTTONE NON ACCETTA L'ALBANESE E LA SUA STORIA ⬇️
https://giuseppecapparelli85.blogspot.com/2024/11/re-ottone-non-accetta-lalbanese-e-la.html

lunedì 23 marzo 2026

IL PROFETA PERFETTO


 🗞️ The American Weekly, 27 agosto 1944:

"Re Hailé, Profeta Perfetto - Fino ad ora"

"È il Re dei Re, il Leone di Giuda, Difensore della Fede Cristiana, Hailé Selassié, Imperatore dell'Antico Regno d'Etiopia, l'Eletto di Dio."

"Gli imperatori tendono a parlare come se gli anni e i secoli a venire fossero stesi davanti a loro come un libro aperto. Ma Hailé Selassié ha molte più ragioni di molti altri per considerarsi un infallibile veggente.

La leggenda narra, e gli etiopi credono, che la Famiglia Imperiale discendesse da Re Salomone e dalla Regina di Saba, e che gran parte della saggezza di quel potente re sia giunta fino a coloro che siedono sul trono etiope."

 "Era il 1933. Il Leone di Giuda, seduto sul trono d'oro del Gibbi, il palazzo imperiale di Addis Abeba, accarezzando le orecchie del suo grifone belga, disse: 'Tra due anni saremo attaccati da Mussolini'. Ventiquattro mesi dopo, il 3 ottobre 1935, gli eserciti fascisti invasero l'Etiopia, spazzando via i 10 milioni di sudditi dell'imperatore Selassie."

"Rividi Hailé Selassié nel 1937 a Fairfield, Bath, in Inghilterra. Si era ritirato lì con la sua famiglia. Il piccolo uomo con il cappotto nero e il cappello trilby era dignitoso come sempre, e lungimirante come sempre.

Mi disse: 'Ci sarà una seconda guerra mondiale a causa di ciò che accadde all'Etiopia. Perché la violazione di un paese indipendente non farà altro che incoraggiare l'aggressione. Ci aspetta un terribile conflitto'."

 Gli dissi che c'era ancora speranza di evitare il conflitto, ma lui puntò i suoi grandi occhi neri su di me e scosse lentamente la testa. Poi continuò: "Come nel caso dell'Etiopia, le nazioni più deboli cadranno per prime. Ma le forze del male saranno rovesciate, e la più debole di queste - l'Italia di Mussolini - sarà la prima a cadere, seguita da Hitler".

Parlava quasi come in trance, e ora sono disposto a credere che ci fosse qualcosa di mistico in tutta quella serata, perché la cosa successiva che mi disse fu: "Ci vorranno tre anni per sconfiggere il rapace fascista e la sua banda". Mussolini cadde dal potere appena tre anni dopo la sua "pugnalata alle spalle" alla Francia prostrata.

- Byron De Prorok, "Re Hailé, profeta perfetto - fino ad ora", The American Weekly, 27 agosto 1944.

venerdì 20 marzo 2026

ARMAH DI AKSUM: IL RE CRISTIANO CHE SALVÒ I PRIMI MUSULMANI

 

🌿 Nel cuore del VII secolo, mentre la penisola arabica era attraversata da tensioni religiose e sociali, una figura emerse come simbolo di giustizia, tolleranza e dialogo interreligioso: l’imperatore Armah, conosciuto anche come Ashama ibn Abjar o An-Naǧāshī. Sovrano del potente regno di Aksum (nell’attuale Etiopia), Armah è ricordato soprattutto per un episodio che segnò profondamente la storia dei rapporti tra cristianesimo e islam.

Tra il 613 e il 615 d.C., i primi seguaci del profeta Maometto affrontavano dure persecuzioni nella città della Mecca. Per sfuggire a violenze e repressioni, un gruppo di musulmani intraprese quella che sarebbe passata alla storia come la Prima Egira, cercando asilo oltre il Mar Rosso, proprio nel regno di Aksum, in Etiopia.

Fu qui che entrò in scena Armah. Nonostante fosse un sovrano cristiano, accolse i rifugiati con apertura e senso di giustizia, offrendo loro protezione e libertà religiosa. La sua decisione non fu casuale, ma basata su un attento ascolto e su una profonda convinzione etica.

Preoccupati dalla fuga dei musulmani, i capi della Mecca inviarono emissari presso la corte di Armah, chiedendo l’estradizione dei rifugiati. Il sovrano, però, non prese una decisione affrettata. Convocò entrambe le parti e ascoltò le argomentazioni dei musulmani, tra cui spiccava la figura di Ja'far ibn Abi Talib.

Secondo la tradizione, Ja'far recitò alcuni versi del Corano riguardanti la figura di Maria e di Gesù, elementi familiari anche alla fede cristiana. Questo momento toccò profondamente Armah, che riconobbe una comunanza spirituale tra le due religioni. Di conseguenza, rifiutò le richieste dei delegati meccani e garantì ai musulmani il diritto di restare.

La scelta di Armah ebbe conseguenze durature. Permise ai primi musulmani di sopravvivere in un momento critico e contribuì a rafforzare i legami tra il nascente islam e il mondo cristiano dell’Africa orientale. La sua figura è ancora oggi celebrata nella tradizione islamica come esempio di sovrano giusto e protettore dei perseguitati.

Inoltre, secondo alcune fonti, Armah sviluppò un rapporto di rispetto reciproco con Maometto, un legame che trascendeva le differenze religiose e si fondava su valori condivisi di giustizia, compassione e fede.

L’episodio della Prima Egira verso Aksum rappresenta uno dei primi esempi storici di asilo politico e convivenza religiosa. In un’epoca spesso segnata da conflitti, la decisione di Armah dimostra come il dialogo e la comprensione possano prevalere sulla paura e sull’intolleranza.

Ancora oggi, la storia di Armah risuona come un potente promemoria: la protezione dei perseguitati e il rispetto reciproco tra culture e religioni sono valori universali, capaci di attraversare i secoli e parlare al presente.

GENTIANA - IL FIORE SCOPERTO DAL RE ILLIRICO GENTI 🇦🇱

 

Gentiana o Genziana, sostantivo.

[Inglese, gentian; Francese, gentiane: Latino, gentiana, – da Genti, re illirico (albanese), a cui si attribuisce la scoperta delle sue proprietà.]

Qualsiasi pianta del genere Gentiana.

Le genziane sono apprezzate per i loro bellissimi fiori, solitamente blu, ma a volte bianchi o gialli.

Le più belle sono G. acaulis, G. bavarica e G. verna del Vecchio Mondo, e le genziane frangiate, G. crinita e G. detonsa, degli Stati Uniti.

Farmacia.
Il rizoma e le radici amare di Gentiana lutea, usati in medicina come tonico generale e come stimolante digestivo.

Genziana, sostantivo.

(Lat., gentian.)
Botanica. Un ampio genere di piante appartenenti alla famiglia delle Gentianaceae, ampiamente diffuse nelle regioni temperate e montuose.

Sono erbe amare con fusti glabri o fogliosi e fiori vistosi con quattro o cinque lobi.

(Genziana – Gentiana verna)

____________

Titolo: Webster's new international dictionary of the English language, based on the International dictionary of 1890 and 1900.
Editore: Springfield, Mass., G. & C. Merriam Company, 1923
Thënie për shqiptarët

mercoledì 18 marzo 2026

KOHA - IL CALENDARIO PELASGO-ILLIRICO DI FRASCINETO 🪨

 

🌿 Megaliti mediterranei e la memoria Pelasgica della Calabria:

La presenza di strutture megalitiche nel sud Italia come Menhir, Dolmen e costruzioni litiche arcaiche, si inserisce in un più ampio quadro mediterraneo che rimanda a popolazioni preclassiche, anteriori alla grecizzazione e alla romanizzazione dell’Italia meridionale.

Le fonti antiche ricordano con insistenza i Pelasgi, popolo antico i cui odierni discendenti sono gli Albanesi-Arbëresh, definito dagli autori elleni come autoctono pre-ellenico e diffuso in vaste aree dell’Egeo, dei Balcani e dell’Italia arcaica.

L'antico Calendario Litico pelasgo-albanese del paese Arbëresh di Ejanina PrushYlli in KalArbëria scoperto e studiato dall'amico Antonio Parapungna, appassionato di storia antica, e come me che scrivo, custode delle proprie radici, non va interpretato come un semplice manufatto isolato, bensì come parte di un sistema simbolico e culturale legato alla sacralizzazione del territorio, collegato ad antichi Dolmen e Calendari pelasgici studiati nel territorio del sud Italia: Pollino, Verzino, Campana, Umbriatico, Bova, Tortora, Gela, Nicosia, Campanaro dello Jato, Custonaci, Ficuzza ecc.

L'antico Calendario Litico di Frascineto, denominato dal suo scopritore KOHA, che nell'antica lingua pelasgo-albanese significa TEMPO, costruito durante la media età del bronzo dalle popolazioni pelasgo-illire i cui discendenti sono gli Arbëresh, è il calendario in pietra più antico d'Europa, segnala le stagioni da circa 4000 anni, in un inaspettato contesto archeologico, una macchina archeo astronomica che custodisce una storia meravigliosa.

L’erezione di grandi pietre verticali è attestata in molte regioni mediterranee considerate pelasgiche o pre-elleniche: Albania, Epiro, Tessaglia, Beozia, Creta, Sardegna e Italia meridionale. Tali strutture rispondono a una concezione del sacro cosmico e tellurico, in cui la pietra funge da asse di connessione tra cielo, terra e comunità umana.

Le fonti classiche (Erodoto, Strabone, Dionigi di Alicarnasso) concordano nel descrivere i saggi Pelasgi come portatori di una cultura antichissima, precedente all’ellenismo, caratterizzata da una lingua arcaica (Albanese-Arbëresh), da culti naturali e da forme architettoniche monumentali in pietra. Non è casuale che molte aree megalitiche del Mediterraneo siano state successivamente reinterpretate, riutilizzate o “ellenizzate”, perdendo la loro attribuzione originaria.

Nel contesto calabrese, il megalitismo appare come una testimonianza materiale di continuità culturale, più che come un fenomeno importato. La persistenza di toponimi arcaici che possono essere interpretati e tradotti solo con la lingua Arbëresh, culti rupestri, orientamenti astronomici e ritualità legate al sole e alla fertilità rafforza l’ipotesi di una stratificazione culturale profonda, in cui l’elemento pelasgico rappresenta uno dei livelli più antichi.

In questa prospettiva, il Calendario Litico di Ejanina PrushYlli non è soltanto un reperto archeologico, ma un documento di memoria, un segno inciso nel paesaggio che rimanda a una civiltà precedente alla scrittura storica, ma non per questo priva di ordine, sapere e simbolismo. La sua sopravvivenza fino ai nostri giorni interroga la ricerca contemporanea sulla necessità di superare letture esclusivamente classiche o coloniali del passato mediterraneo.

Non a caso il popolo Albanese-Arbëresh, emigrando dall'Arbëria Illiro-Balcanica, si stanziò esattamente in questi luoghi dove i loro antenati Pelasgi vi avevano già posto le loro radici, molto tempo prima degli elleni.

Riconsiderare il ruolo dei Pelasgi e del megalitismo significa, dunque, riaprire il dibattito sulle origini plurali dell’Europa, riconoscendo che la storia non nasce con i greci, ma viene da molto più lontano nel tempo, dagli Arbëresh, la popolazione più antica d'Europa.

martedì 17 marzo 2026

LA TORRE DEI VENTI 🌬️

 

•Situata nell'Agorà romana di Atene.

•Costruita nel II o I secolo a.C., è alta circa 12 metri, con ogni lato di circa 3,2 metri di larghezza.

•La Torre dei Venti includeva meridiane, una clessidra (orologio ad acqua) e una banderuola segnavento, il che la rende di fatto una delle più antiche stazioni meteorologiche al mondo.

•La struttura ottagonale è realizzata quasi interamente in marmo pentelico, lo stesso tipo utilizzato per il Partenone, un materiale raro da trovare in edifici diversi dai templi.

•Ciascuno dei suoi otto lati è orientato verso un punto cardinale e presenta un fregio raffigurante gli otto dei del vento, da cui la torre prende il nome.

•Durante i primi anni del cristianesimo fu convertita in chiesa, mentre nello spazio antistante l'ingresso nord-orientale sorgeva un cimitero.

📸 Nella foto: Foto storica di Albanesi di Atene in abito tradizionale Albanese alla base della Torre dei Venti, 1853.

🗞️ "Atene era solo un villaggio albanese. Quasi tutta la popolazione dell'Attica è considerata ed è composta da albanesi."
(Empire Newspaper 1863) 🇦🇱

domenica 15 marzo 2026

ETIOPIA - MEGALITE DELLA TRIBÙ JARSO 🪨

 

📷 Queste immagini storiche sono cartoline che mostrano dei menhir (o megaliti) situati nel territorio della tribù Jarso (Djarso), nei pressi di Gursum, vicino Babilee, in Etiopia, nei primi del Novecento.

🌿 I dettagli principali riportati sulle cartoline indicano:

Posizione: "Dans les contrées Galla" (nelle terre dei Galla/Oromo), specificamente presso la tribù dei Djarso.

Dimensioni: L'iscrizione a destra delle cartoline evidenzia un'altezza di 10 metri.

Tipologia: Vengono descritte come monumenti megalitici o pietre ritte, tipiche di diverse regioni dell'Etiopia meridionale e orientale. 

Queste strutture fanno parte del ricco patrimonio megalitico etiope, che comprende steli, dolmen e tumuli, spesso legati ad antichi siti funerari o commemorativi. La cartolina è stata pubblicata dalla stamperia St. Lazarus di Dire Dawa nei primi del Novecento.

sabato 14 marzo 2026

LA VOCE ARVANITA SOFFOCATA DAGLI ESTREMISTI GRECI


🌿 ANASTAS KULLURIOTI (1820-1887), un arvanita di Salamina, fondò il giornale "I FONì TIS ALVANìAS" (La Voce dell'Albania). Nel 1883 si recò in Albania per coordinare le attività con gli intellettuali albanesi dell'epoca e nel 1887 fu avvelenato dagli ultranazionalisti greci.

🌿 JORGO MARUGA - rifondò l'Associazione degli Arvaniti di Grecia nel 1982 e per questo fu ucciso, avvelenato con leucemia indotta, come tutti gli altri, nello stesso modo, nel 1983.

🌿 ARISTIDH KOLA (1944-2000), Presidente degli Arvaniti di Grecia, una delle più grandi figure arvanite del XX secolo, dopo che la sua morte fu annunciata pubblicamente, con scritte sui muri di Atene, dopo essere stato accusato in tribunale di essere un agente dell'Albania e dell'UCK. Fu avvelenato e morì l'11 ottobre 2000. Sul letto di morte, confidò ai suoi amici di essere stato ucciso nello stesso modo in cui erano stati uccisi Anastas Koullourioti e Jorgo Maruga.

🌿 LUKA ÇIÇIPI (1946-2008), professore all'Università di Salonicco e linguista di spicco, dotto e devoto arvanita, fu ucciso nello stesso modo di Aristidh Kola, gli ultimi tre di leucemia indotta, in omicidi organizzati da ultranazionalisti e sciovinisti greci. 

La mano tesa della Grecia uccise il professor MITE GUGĂ nello stesso modo a Gjirokastër dopo che questi aveva tradotto in albanese il libro di Aristidh Kola, "La Grecia nella trappola dei serbi di Milošević". Il traduttore Mite Guga morì di leucemia indotta il 19 febbraio 2000, e otto mesi dopo morì di leucemia indorta anche l'autore del libro, Aristidh Kola. 

Gloria ai martiri! 

Non dimenticheremo! 

Luka Çiçipi ha conseguito il dottorato di ricerca in Antropologia presso l'Università del Wisconsin, dopo aver completato due master, uno in Antropologia e uno in Linguistica, presso la stessa università (1981). È autore del libro "Linguistic Anthropology of Language Practice and Language Shift: Arvanitika (Albanian) and Greek in Contact" (Clarendon Press, Oxford 1998) e di due libri in greco: "Introduction to the Anthropology of Language: Language of Ideology and Performance" (Gutenberg, Atene 1995) e "From Language as Object to Language as Action" (Nissos, Atene 2005). Al momento della sua morte, era in fase di lavorazione, sotto contratto con Palgrave Macmillan, un libro intitolato "Language, Practice and Ideology: A 'Dynamic Approach to Sociolinguistic Processes'". Ha pubblicato numerosi articoli su riviste come Word, Language in Society, Journal of Pragmatics, Semiotica, International Journal of the Sociology of Language, Anthropological Linguistics, Journal of Sociolinguistics, Journal of Linguistic Anthropology, Pragmatics, ecc., su temi quali ideologie linguistiche, teoria politica e linguaggio, aspetti della performance linguistica, teorie dell'azione sociale e linguistica antropologica. È stato membro di diverse associazioni greche e internazionali (tra cui l'American Anthropological Association, l'International Pragmatic Association e la LSA). È stato un pioniere nello studio delle lingue minoritarie in greco e del contatto linguistico.

Come ha trovato la morte prematura? 

Oggi in Grecia, chi parla pubblicamente di rapporti egemonici, di Arbërish o di qualsiasi altra lingua minoritaria è bersaglio di minacce in stile Alba Dorata, viene isolato e, se possibile, eliminato fisicamente. Purtroppo, questa è la Grecia di oggi, e lo è sempre quando si tratta di arvaniti. Cosa ha fatto Luka Çiçipi? In uno dei suoi ultimi testi sul linguaggio come "pratica", Luke riprende la nozione di "soggettivazione" elaborata dagli scienziati politici (Laclau, Mouffe) per definire lo spazio ambiguo (oscuro) in cui un soggetto dipende dalle decisioni egemoniche dell'"altro". Le decisioni egemoniche dell'altro: Lascia perdere! 

Luka, con il suo lavoro, ci ha mostrato come i meccanismi dell'egemonia riescano a tenere fuori dall'arena politica il dibattito su una questione che non viene affatto articolata: qual è questa questione? Non parlare albanese. Non dire dove sei nato. Non parlare del tuo passato perché con esso il mondo sa che sono venuto dopo di te.

"Qui si parla solo greco" è un'espressione che si sente in Grecia e i suoi riferimenti compaiono in un contesto comunicativo dove l'ironia è predominante, dove gli Arbëresh stanno perdendo i loro ultimi madrelingua, attivi e passivi. Lluka Çiçipi è morto di cancro indotto, dello stesso tipo di Aristidh Kola, e si è spento all'apice della sua carriera scientifica.

martedì 10 marzo 2026

UN RARISSIMO AFFRESCO IN ALBANIA

 

🇦🇱 In Albania, nel villaggio di Shelcan, a Elbasan, c'è una chiesa molto speciale. Si chiama Chiesa Ortodossa di San Nicola ed è stata dichiarata monumento del patrimonio culturale.

Nonostante si tratti di una piccola area e sia attualmente a rischio crollo, si può comunque rimanere affascinati dagli affreschi del famoso pittore Onufri.

In questa Chiesa vi è conservato un affresco di Gesù Cristo nostro Signore Re e Dio davvero speciale, che non esiste da nessun'altra parte nel mondo.

L'immagine mostra un affresco Ortodosso del Cristo a tre teste, una rara rappresentazione della Santa Trinità. Questo dipinto specifico si trova nella Kisha Ortodoks e Shën Kollit (Chiesa Ortodossa di San Nicola) nel villaggio di Shelcan, vicino a Elbasan, in Albania 🇦🇱. 

🎨 Dettagli dell'Opera:

Artista: L'affresco è attribuito al celebre maestro albanese Onufri, uno dei pittori di icone e affreschi più importanti dell'Albania del XVI secolo.

Soggetto: Conosciuto come Vultus Trifrons o Trinità Tricefala, l'immagine simboleggia i tre aspetti di Dio (Padre, Figlio e Spirito Santo) uniti in un unico corpo.

Contesto Storico: La chiesa di San Nicola è stata dichiarata monumento del patrimonio culturale e risale a un periodo in cui Onufri operava nella regione di Shpat. 

Rappresentazioni di questo tipo divennero rare o furono rimosse in molte regioni a causa di divieti della Chiesa cattolica (come quello di Papa Urbano VIII nel 1628), rendendo questo affresco un reperto storico e artistico particolarmente significativo.

lunedì 9 marzo 2026

LEGNATE AGLI ARVANITI PER AVER PARLATO ARBËRESH!

 


Di Kostas Kazakis

"Ricordo come se fosse ieri, quando ero in quinta elementare, e la mia amata maestra, la signora Lela Karagianni, mi assegnò un ruolo per l'anniversario del 25 marzo.

Era uno sketch che aveva come tema Souli e la gente di Souli. Io interpretavo il ruolo di Lambros Tzavelas.

Provavamo ogni giorno per poter comprendere appieno i ruoli. Un giorno prima della celebrazione, abbiamo fatto l'ultima prova, dove tutti gli insegnanti della scuola si sono riuniti per assistere allo spettacolo. Io, nei panni di

Tzavelas, dovevo essere stato molto bravo, a giudicare dagli applausi degli insegnanti. Dopo aver finito, correvamo come al solito

anarchicamente verso l'uscita, quando ho sentito la voce della mia maestra che mi chiamava in ufficio, apparentemente per qualche

scopo. Obbedii immediatamente al suo ordine, ma prima gridai al mio gruppo, in arvanitika (in arbëresh, albanese), affinché gli insegnanti non capissero che saremmo andati a giocare a palla nelle aie inferiori. Ma non feci in tempo a entrare in ufficio che il Direttore della Scuola, Arvanita

anche lui del villaggio vicino [traditore delle sue radici], irruppe furiosamente, mi afferrò per la collottola e mi trascinò letteralmente

fuori nel cortile, in modo che tutti i bambini potessero vedermi.

Teneva in mano un grosso bastone nodoso di ulivo selvatico, che non dimenticherò mai. Dopo avermi portato fuori, e dopo che tutti i bambini si furono radunati, urlò a gran voce che dovevo essere punito per "aver violato la legge dello Stato [greco]" e per aver parlato in arvanitika (in arbëresh, albanese). Annunciò la punizione contemporaneamente all'annuncio del reato. Quaranta frustate sulle mani. Venti e venti.

Solo chi ha "mangiato" anche solo un bastone di ulivo selvatico sul palmo può comprendere l'entità della tortura.

Strinsi i denti e sopportai l'ultima frustata!

E così, "Lambros Tzavelas" ricevette 40 frustate sulle mani "perché parlava Arvanitika"! Chi? Tzavelas! Il capitano Suliota che era Arvanita (Arbëresh, Albanese) dalla nascita, come tutti i Sulioti! Ma questo veniva nascosto al popolo greco, l'unica cosa che imparammo a scuola era che gli abitanti di Suli erano uomini formidabili, calorosi patrioti, ma soprattutto, fedeli cristiani, ma da nessuna parte veniva scritto che questa specifica popolazione fosse composta da Arvaniti (Arbëresh) di sangue puro!!!"

📷 Nella foto: La morte di Lambros Tzavellas – Foto migliorata dell'origonale Olio su tela di Donato Francesco de Vivo.


venerdì 6 marzo 2026

ZEF SEREMBE 🇦🇱

 

Giuseppe Serembe, noto in albanese come Zef Serembe, fu uno dei più grandi poeti Arbëresh, una delle voci più importanti della letteratura romantica albanese e un rappresentante dello spirito dell'esilio Arbëresh.

Nacque il 6 marzo 1844 a San Cosmo Albanese (in arbëresh Strigari), nel Regno delle Due Sicilie, in un'agiata famiglia Arbëreshë che conservava con orgoglio la lingua, le tradizioni e la memoria storica albanesi.

Il giovane Giuseppe studiò presso il Collegio Sant'Adriano a San Demetrio Corone, dove ebbe come maestro lo scrittore Girolamo De Rada, con cui strinse una profonda amicizia.

Fu un amante profondo delle sue radici albanesi si dedicò allo studio in ambito linguistico, filologico e filosofico. 

La sua opera poetica è intrisa di nostalgia per l'arbëreshë, dolore per la patria perduta e la sensazione di essere uno straniero in terra straniera. Serembe visse profondamente il dramma dell'esilio, che si rifletteva in versi sentiti, pieni di malinconia, amore per la patria e angoscia esistenziale.

"In un sintetico excursus storico ricorda le stagioni luminose quando Skanderbeg passava come un uragano per le contrade della Madre Patria. Dopo la caduta dell'Eroe, la nebbia e il buio, e l'Albania precipita nella tomba.

Sono passati quattrocento anni e noi siamo vissuti come dimenticati dal destino. Ma buon sangue non mente e sussulta al grido della libertà. Gli albanesi si coprono di gloria combattendo per l'indipendenza della Grecia.

E qui il poeta ha una giusta impennata di sdegno. Dopo il sangue generosamente versato i Greci si mostrarono ingiusti verso gli Albano-Epiroti, cercarono di defraudarli della loro sacrosanta parte di gloria oppure, quando ciò non era possibile, di farli apparire puri greci, ignorando la loro origine albanese.

Ma ciò non serve a nulla, perché i canti popolari che inneggiano ai Bozzari, ai Zavella, ai Conori ed altri, raccolti a Suli, Spezia, Idra e Giannina sono composti in lingua albanese.

Da queste premesse il poeta trae gli auspici che l'Albania troverà il suo giorno di resurrezione. Rulleranno i tamburi nell'antica Kruja, soffierà quel vento che sveglierà gli Albanesi per la nuova battaglia e per la gloria del Castriota. E sebbene egli si trovi infelice nella solitudine d'un villaggio, correrà dove lo chiami il suo sangue."
(Domenico Bellizzi - Zëri i Arbëreshvet 1972)

Oggi Zef Serembe rimane una delle figure più toccanti della letteratura arbëreshë e albanese, una voce che ancora ci ricorda che l'Arbëreshë vive oltre i mari, nella lingua, nella memoria e nello spirito.

Rroft Arbëria 🇦🇱 

DEREK 🔯🔥
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giovedì 5 marzo 2026

IL GIOCO TRADIZIONALE ALBANESE CON BASTONI E PALLA SULL'ERBA.

 

Testimonianze iconografiche ed etnografiche.

Introduzione:
📷 La fotografia in alto risale all'inizio del XX secolo; mostra un gruppo di bambini albanesi vestiti con costumi tradizionali e il tipico antico copricapo pelasgo-albanese, impegnati in un gioco con bastoni e palla su un prato erboso.

La fotografia in basso è un bassorilievo in marmo noto come "Giocatori di palla", databile tra il 510-500 a.C. che raffigura un momento storico di atleti pelasgi con il copricapo pelasgo-albanese che praticano un gioco che gli elleni chiamarono keretizein, simile all'hockey moderno. L'opera è attualmente conservata presso il Museo Archeologico Nazionale di Atene. 

A prima vista, il gioco assomiglia al moderno "hockey su prato", ma in realtà è una forma di gioco popolare tradizionale, ereditata di generazione in generazione in terra albanese. Questa testimonianza iconografica è importante perché mostra un elemento di cultura materiale e spirituale che non si riscontra presso altri popoli dei Balcani.

Diffusione e unicità:
Il gioco con bastoni e palla sull'erba è stato una forma di intrattenimento ed esercizio fisico nelle comunità albanesi, soprattutto nelle zone rurali e montane. Secondo le prove etnografiche, non è menzionato come tradizione tra i popoli vicini, il che lo rende un fenomeno esclusivamente albanese. Il gioco si praticava solitamente nei prati o nei campi aperti, spesso durante il riposo del bestiame nei pascoli, ed era parte della vita quotidiana di bambini e giovani.

Fonti storiche:
Franz Nopcsa (1877–1933), nei suoi appunti sulla vita sugli altipiani albanesi, menziona che i ragazzi albanesi spesso si dedicavano a "spingere una palla con dei bastoni" come un modo per allenare forza, agilità e coordinazione.

Edith Durham (1863–1944), nel suo libro Alta Albania (1913), descrive i giochi dei ragazzi con bastoni e pietre, praticati negli altipiani maggiori, descrivendoli come attività che combinavano divertimento ed esercizio fisico.

L'Istituto di Cultura Popolare (Tirana), nei suoi studi sui giochi popolari degli anni '70, documenta un gioco chiamato "me top e shkopinj" (con palla e bastoni) in diverse zone del nord e del sud, con regole semplici, determinate dalla comunità, senza strutture formali come gli sport moderni.

Analisi culturale:
Questo gioco può essere visto come una protoforma locale degli sport con i bastoni, sviluppata indipendentemente dai modelli occidentali. L'elemento dell'uso dei bastoni presenta somiglianze con i giochi di guerra di addestramento, suggerendo una duplice funzione: intrattenimento per i bambini ed esercizio per abilità fisiche e tattiche fin dalla tenera età. Questa tradizione ha radici antichissime, legate ai periodi pre-ellenici, pre-romani e pre-ottomani della storia albanese.

Gli ellenisti e i greci moderni come sempre cercano di grecizzare ogni cosa falsificando la storia dicendo che l'hockey è nato in Grecia solo perché il bassorilIevo fu trovato tra le rovine di Atene, nascondendo e manipolando la realtà, perché il bassorilievo rappresenta i popoli antichi pre-ellenici, ovvero i Pelasgi.

"I Pelasgi non erano greci; erano il popolo indigeno, originario, che abitava la Grecia e i Balcani prima delle invasioni elleniche."

"L'Albania è la culla in cui è sopravvissuto lo spirito dei Pelasgi, i creatori della prima civiltà mediterranea."

Quella prima civiltà mediterranea che dal centro Africa si diffuse in tutto il mondo di cui solo gli Albanesi sono discendenti come popolazione più antica d'Europa.

La parola Pelasgi deriva dall'albanese Pjell Lashtë che significa Prole Antica, discendente da quel popolo che collega la sua antichità con gli altopiani Etiopici, culla della civiltà mondiale e universale della prima gente che si diffuse in tutta la terra dove nacque questo antichissimo gioco oggi noto in Etiopia come YeGenna Chewata.

"YeGenna Chewata (o Gena/Qarsa) è una tradizionale partita di hockey su prato etiope giocata durante il periodo natalizio (7 gennaio). Coinvolge le squadre che usano bastoni di legno ricurvi per colpire una piccola palla di legno duro attraverso campi aperti, rappresentando l'unità e il patrimonio culturale. È un gioco ad alta energia, a volte duro, spesso giocato negli altopiani."

Conclusione:
La fotografia e le fonti storiche che la accompagnano testimoniano un elemento unico del patrimonio culturale albanese nei Balcani: il gioco con bastoni e palla sull'erba, una tradizione che non ha analoghi documentati nei popoli vicini. È una testimonianza vivente di come la cultura popolare albanese abbia preservato forme di intrattenimento ed esercizio fisico dalle profonde origini storiche, mantenendo viva la propria identità e il proprio patrimonio.

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mercoledì 4 marzo 2026

ARBERORI-ARVANITI, UN POPOLO INVISIBILE.


 Da numerose interviste, gli Arvaniti hanno chiaramente dimostrato di amare la lingua albanese con tutto il cuore e di amare parlare albanese. 

Una delle loro canzoni recita: 

“Arvanitët të këndomi
Gjuhënë të mos harromi”. 

"Cantiamo agli Arvaniti
Non dimentichiamo la nostra lingua."

Ci sono anche Arvaniti che hanno fiducia nel futuro della lingua. Hanno gli stessi sentimenti che un anziano di Corinto espresse quando disse: "Ho tre ragazze a scuola. Ma quando vengono a casa mia parlano Arbëresh. Qui non parliamo greco".

Mi sono chiesto più e più volte ovunque andassi:

- La lingua Arbëresh sopravviverà?

- Non lo so, - rispose la maggior parte degli Arvaniti, - perché è una lingua che non si insegna a scuola e non si scrive.

Nelle conversazioni con gli Arvaniti su questo argomento, è emerso chiaramente un conflitto tra coloro che vogliono preservare la lingua a tutti i costi e coloro che preferiscono il greco, perché sanno anche scrivere in quella lingua.

Una cosa è vera perché durante tutti i miei viaggi in Grecia, per circa 40 anni, ho sentito gli Arvaniti lamentarsi dei greci, che non permettono l'apertura di scuole albanesi. Non permettono nemmeno agli albanesi di cantare le loro canzoni.

Non dimenticherò mai le parole di un vecchio Arvanita di Morea, Dhimitri Gonos, che ho anche registrato: "Non abbiamo modo di scrivere la nostra lingua. Non abbiamo pubblicazioni, né religiose, né popolari, né letterarie. Non ce lo permettono. Siamo come un corpo senz'anima. Qui la nostra lingua si parla solo tra i muri delle case. Non ha una casa, né nella liturgia, né a scuola, né sulla stampa, da nessuna parte".

Un uomo Arvanita mi ha raccontato che quando era bambino, a scuola, l'insegnante picchiava gli studenti albanesi se dicevano una parola albanese e li costringeva a scriverla cento volte sulla lavagna.

I greci vedono gli albanesi come Valacchi, cioè senza radici, senza casa, senza la loro terra, come se non esistessero come popolo con una propria nazionalità.

Inoltre, non sopportano i nomi albanesi dei loro villaggi e li hanno cambiati in nomi greci (tuttavia, la gente continua a usare i loro vecchi nomi albanesi).

Alcuni Greci ci negano. Dicono che gli albanesi non esistono affatto. Questa è una grande bugia. A Corinto, in Beozia, in Attica, in Eubea, in Argolide, in Morea, a Tebe, gli Arbërori si trovano ovunque.

Gli Arbërori conoscono bene il ruolo degli albanesi nella rivoluzione per l'indipendenza della Grecia. "Gli Arbërori hanno fatto rivivere la Grecia", affermano con insistenza. Ma questa verità storica non impressiona i Greci.

Negano la nazionalità albanese degli eroi della rivoluzione greca, come Boçari, Miaulli, Xhavalla, Kollokotroni, ecc., dicendo che erano greci che avevano imparato a parlare albanese!

La cosa peggiore è che ci sono anche Arbërori che non vogliono dire di essere albanesi. Negano la loro nazionalità e si arrabbiano se glielo si ricorda.

Nonostante la difficile situazione del popolo Arbëror che ho trovato in Grecia, non mi sono scoraggiato, non mi sono arreso. Pervaso da profondi sentimenti di patriottismo e spinto da un ardente desiderio storico (che affonda le sue radici nei secoli), sono finalmente uscito vittorioso come etnografo, come saggio servitore di Dio e come uomo di fede albanese.

Sono ottimista sul futuro degli albanesi di Grecia. Lo spirito degli Arbër vive, "fresco, vivace, semplice". Vive nei canti degli Arbëror, vive e vivrà, perché ha radici profonde nelle tradizioni.

L'arbërismo vive tra gli Arbëror in tutto il mondo. Vive, perché gli Arbëror hanno ancora una parte essenziale di sé legata all'ombelico della loro madrepatria, che continua a tenerli in vita tra il mondo in cui vivono e l'antica terra delle aquile da cui provengono.

Il popolo Arbëror esiste, anche se è in pericolo di assimilazione, ma i suoni della Morea nella lingua Arbër escono ancora dal loro diaframma, il che li rende orgogliosi, ovunque si trovino.

Il popolo Arbëror di Grecia esiste, anche se è terrorizzato, oppresso e persino invisibile, ma esiste e nessuno può negarlo.

Ho visto con i miei occhi il popolo Arbëror di Grecia, mi sono seduto con quel popolo, li ho visti cantare nella loro lingua madre, confessarsi nella loro lingua madre, pregare e piangere nella loro lingua madre, l'albanese.

Ho raccolto queste voci, ne ho messe alcune su carta, per scriverle in bianco su nero, per far luce sulla verità sulla storia di questo popolo.

Ho messo tutta la mia coscienza nel mio instancabile lavoro, dichiarando che le questioni Arbër e Arvanite non sono mai state questioni passive, ma al centro del mio obiettivo.

Ho scoperto che in Grecia i giovani non conoscono la lingua; gli anziani sì, ma non la parlano. Generazioni non sanno dove affondano le loro radici. Questo è doloroso, ma non dimenticate che in quelle terre arvanite è rimasto il profondo spirito Arbër. Andate a cercarlo, quegli spiriti sono lì da secoli.

Gli arvaniti della Grecia non sono nuovi arrivati, né sono una minoranza. Erano e sono ancora in Grecia.

Cari colleghi, non parlate solo dall'alto delle cattedre! Voi studiosi e accademici, non rimanete in silenzio, né indifferenti! Voi funzionari governativi, non nascondete la verità e ricordate che in Grecia vive un popolo invisibile, perché io li ho visti, ho parlato con loro e ho stretto un patto con loro.

Tutti noi abbiamo una certa responsabilità nei confronti dei nostri fratelli Arbër, che hanno fatto la storia in quella Grecia, ma che certamente non l'hanno conosciuta da soli e sono caduti preda delle politiche selvagge del governo greco. L'Arbëria, sebbene un po' indebolita, vive nell'anima degli Arvaniti.

Con gli Arbëreshë di Grecia, siamo uniti dalla fratellanza, dai cognomi, dalla fede, dalla lingua e dai costumi. È così che ho potuto raccogliere i loro costumi e canti in molte parti della Grecia.

Soffrono la conservazione della loro identità, perché a differenza dell'Italia, che riconosce la comunità Arbëreshë per costituzione, in Grecia non affermano la verità sulla comunità Arvanita.

Il governo greco nega senza alcuna logica i principi dei diritti umani, quando proibisce anche l'acquisizione della lingua albanese.

Non c'è stata gioia più grande di quando ho incontrato gli Arbëreshë nei loro villaggi, ovunque andassi. Lì ho incontrato fratelli del mio sangue, di elevata cultura, che mi hanno aiutato molto.

Con il mio amico Aristidh Kollja, abbiamo creato un movimento popolare Arbëro-Arbëreshë, organizzando viaggi e visite reciproche ai villaggi Arbëreshë e Arbëreshë in Calabria.

Gli Arbëro-Arvaniti in Grecia sono tutti Ortodossi, con gli stessi rituali di noi Arbëreshë.

Ho scritto il libro "Arbëro-Arvaniti - un popolo invisibile" affinché la speranza degli Arbëreshë, degli Albanesi e degli Arvaniti non si spegnesse.

Ma ho anche cercato le nostre radici nella penisola balcanica, dove si trovava e si trova l'Ellade nel XV secolo.

In questo libro, in Arbëresh e italiano, si incontra un popolo albanese in esilio, dimenticato e calpestato, che canta in Arbëresh e racconta storie, conserva i nomi dei luoghi e delle usanze.

Qui ci sono persone che, per la prima volta, iniziano a scrivermi in Arbëresh, così come lo sentono nel cuore. Un tesoro di miracoli! Una storia sconosciuta!

Molti mi hanno detto che li ho svegliati dal loro sonno, molti altri mi hanno detto che non conoscono e non riconoscono le bellezze dell'essere Arbëresh.

È molto interessante, perché ogni volta che viaggio tra le montagne Arbëresh, sento da vicino persone come me, con lo stesso sangue, con le stesse tradizioni, mi sento da vicino come miei fratelli.

In ogni angolo della Grecia ho sentito il mare come Arbëresh, ho sentito il mare come Albanese.

Tutto in Grecia mi sembrava Albanese: la lingua, il mito, la leggenda, Omero, l'Olimpo, la guerra di Troia...

Camminavo per quei vicoli, dove la brezza marina faceva svolazzare le tende di quei rifugi Arvaniti, dove la vita Arbëra riempiva il cuore dell'aria della propria terra. C'è una parte di mia madre, in quei vicoli stretti che profumavano di mare.

Tra loro, vedendo un gruppo di ragazze, mi sono ricordato dell'Epirota Shtojzovalte, bellissima, dai corpi snelli, ragazze come il mare azzurro e con i capelli come onde, che le cadevano leggeri sulle spalle, nobile Arbëra, tutta grazia e luce, dal profumo umano e dalla purezza angelica, semplice, tutta finezza ed eleganza, che i pittori più famosi tratteggiavano ad acquerello, mentre gli scultori riversavano nell'arte la venerazione della bellezza della ragazza Arbëra, ellenica, epirota.

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Titolo: Il viaggio di un arbëreshë. Vita, opere, ricordi...
Autore: Antonio Bellusci
Interlocutore e recensore: Ornela Radovića
A cura di: Elona Qose
Editore: Tirana, Molucche
Thënie për shqiptarët


DEREK 🔯🔥

lunedì 23 febbraio 2026

L'ERA DEI MARTIRI

 

In questo giorno, 23 febbraio del 303 d.C., l'imperatore romano Diocleziano ordinò la distruzione della chiesa cristiana di recente costruzione a Nicomedia, capitale del suo impero d'Oriente, segnando l'inizio della "Grande Persecuzione".

Si dice che Diocleziano abbia scelto il 23 febbraio perché si celebravano i Terminalia, una festa romana dedicata a Terminus, il dio dei confini. L'intento era quello di "porre fine" al Cristianesimo.

Il giorno successivo, il 24 febbraio, fu pubblicato il primo "Editto contro i Cristiani" ufficiale, che metteva al bando le assemblee cristiane, ordinava la distruzione delle chiese e imponeva il rogo dei libri sacri.

La persecuzione di Diocleziano, nota come "Grande Persecuzione" (303-311 d.C.), fu l'ultima e più violenta repressione contro i cristiani nell'Impero Romano. Attraverso quattro editti (303-304), l'imperatore ordinò la distruzione di chiese e testi sacri, la confisca dei beni, la rimozione dei cristiani dalle cariche pubbliche e l'obbligo di sacrifici agli dei pagani.

Ecco i dettagli principali della persecuzione:

Contesto e Cause: Diocleziano, sostenitore del paganesimo tradizionale e della tetrarchia, vedeva nella rapida diffusione del cristianesimo una minaccia per l'unità e la stabilità dell'Impero.

Gli Editti (303-304 d.C.):

I Editto (Febbraio 303): Distruzione delle chiese, confisca dei libri sacri, divieto di riunioni di culto, esclusione dei cristiani da cariche e onori.

II Editto: Arresto di vescovi, presbiteri e diaconi.

III Editto: I membri del clero imprigionati potevano essere liberati se avessero sacrificato agli dei, altrimenti sottoposti a tortura.

IV Editto (304): Obbligo per tutti i cittadini (uomini, donne e bambini) di sacrificare pubblicamente, con pena di morte o lavori forzati per i disobbedienti.

Intensità e Vittime: La persecuzione fu particolarmente cruenta in Oriente, specialmente in Egitto, Palestina e Asia Minore, causando migliaia di morti (stime tra 3000 e 5000).

Fine della Persecuzione: Le persecuzioni diminuirono dopo l'abdicazione di Diocleziano (305) e terminarono formalmente con l'editto di Serdica (311) e successivamente l'editto di Milano (313).

L'Editto di Milano (noto anche come Editto di Tolleranza o Editto di Costantino) fu emanato nel 313 d.C. dagli imperatori Costantino (per l'Occidente) e Licinio (per l'Oriente). Questo documento segnò un momento di svolta nella storia dell'Impero Romano e del Cristianesimo, ponendo fine alle persecuzioni religiose e stabilendo il principio di libertà di culto per tutti i sudditi, compresi i cristiani.

La "grande persecuzione" di Diocleziano è talvolta chiamata "Era dei Martiri". 

Che le preghiere dei santi martiri siano con tutti noi 👑

📷 Il dipinto è "L'ultima preghiera dei martiri cristiani" dell'artista francese Jean-Léon Gérôme, completato nel 1883.

domenica 22 febbraio 2026

ORFEO🪉

 

"Dua të ju rrëfenjë një rrëfim!"
- Voglio raccontarvi una storia!-

Orfeo è una delle figure più emblematiche della mitologia classica, spesso descritto come il "cantastorie" o il "divino cantore" per eccellenza.

È il simbolo del musicista ispirato, un cantore la cui arte trascende la morte.

Il nome Orfeo viene erroneamente fatto derivare dal greco Orpheus, Ὀρφεύς, dandogli un'etimologia discussa e incerta, che impropriamente e in maniera forzata viene spesso legata a significati di oscurità, lutto o isolamento da orphne ("oscurità della notte") o orphanós ("orfano", "solo"), richiamando artificiosamente il suo viaggio infernale e la tragica perdita di Euridice, non esprimendone però il simbolo. Questo dismostra anche come gli elleni abbiano distorto non solo il nome ma anche la storia.

Queste imprecisioni e insicurezze avvengono perché i linguisti hanno imparato a non guardare oltre la lingua greca e le loro radici empiriche. Trascurano anche il fatto che tutti i personaggi mitologici non sono personaggi greci né etnicamente né linguisticamente parlando, ma sono tutti personaggi preistorici e pre-ellenici a cui in seguito gli ellenisti hanno attinto.

Quindi possiamo benissimo tradurre i nomi dei personaggi mitologici nella lingua pre-ellenica per eccellenza che viene sempre scartata dai linguisti accademici e filogreci, ed è la lingua da cui deriva proprio il greco e il latono, cioè l'albanese, una lingua primeva formata da parole sillabiche e monosillabiche che esprimono simboli.

Su questo Girolamo De Rada era molto chiaro:

📜 "Gli dei del paganesimo hanno tutti nomi derivati da radici albanesi. È chiaro quindi che per il culto di Dio e della natura dobbiamo fare riferimento ai Pelasgi [cioè gli albanesi]. Dopo la trasformazione del Dio Unico in un dio multiforme e antropomorfo seguirono gli idoli, che avevano nomi perfettamente albanesi che ne esprimevano i simboli."
(Girolamo De Rada)

In definitiva il nome di Orfeo o Orpheus ha la sua radice semantica e il suo perfetto significato nella parola Albanese-Arbëresh RRFEU, RRËFEU che letteralmente significa "COLUI CHE RACCONTA".

Abbiamo quindi: RRFE, RRËFE storia, racconto; RRFIM, RRËFIM storia, racconto; RRFEU, RRËFEU, RRFEJTI, RRËFEJTI ha raccontato; RRFEJ, RRËFEJ raccontare, racconta; RRFINJ, RRËFINJË, RRËFENJË racconto, raccontare. ecc...

Il nome Orfeu si divide perfettamente nell'Arbëresh: O = verbo essere (ë, është); RRFEU, RRËFEU = colui che racconta. Abbiamo quindi l'agglutinazione Orfeu = "È colui che racconta" ovvero "è il cantastorie".

Ecco quindi ancora una volta dimostrato che come De Rada insegna, solo la lingua albanese, e non quella greca, descrive ed esprime perfettamente il simbolo del nome dei personaggi della mitologia classica.

📜 Platone nel Cratilo raccomanda vivamente agli scrittori suoi contemporanei: "di trovare la derivazione degli elleni vocaboli nella lingua dei barbari, dalla quale gli elleni molte parole avevan preso."

📷 Orfeo è sempre rappresentato con il cappello frigio, copricapo albanese caratteristico dalla tribù Ciam Albanese d'Epiro. I Brigi o Frigi erano un'antica tribù albanese che occupavano l'odierna Albania centrale e alcune parti dell'Epiro e della Macedonia (sinonimi di Albania) della Tracia e dell'odierna Turchia. Orfeo è sempre rappresentato anche con la Lira con cui era capace di comunicare attraverso il suo suono con gli animali della terra e le creature dell'oltretomba.

DEREK 🔯🔥
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